‘‘C’è la storia, poi c’è la vera storia, poi c’è la storia di come è stata raccontata la storia. Poi c’è quello che lasci fuori dalla storia. Anche questo fa parte della storia.’’ 

Margaret Atwood

La storia è stata raccontata in tanti modi e non è più tempo di negarlo. Poco meno di cento anni fa, la maggioranza degli accademici, di quelli che dovevano narrarla, era formata da uomini bianchi di una discreta posizione sociale, quella da cui alcuni punti di vista, fosse anche solo per questioni di prospettiva, erano del tutto esclusi. Si trattava dei punti di vista dei cittadini comuni, delle donne, dei  neri, delle minoranze, di quelli lasciati fuori dalla storia ma probabilmente ad essa consegnati anche in virtù di questo.

Così, con l’esigenza di raccontare gli esclusi dalle cronache del gioco del mondo, il 7 Febbraio del  1926, dalla testardaggine di emergere che può maturare solo nei subalterni, nasce la ‘‘Negro History Week’’, convenzionalmente istituita nella settimana in cui cadono il compleanni di Lincoln e di Frederick Douglass. Negli anni le iniziative si sono rincorse ed estese al tutto il mese di febbraio dando vita al ‘’Black History month’’, un mese di riflessioni che ha ottenuto l’approvazione e il riconoscimento nazionale sotto la presidenza Ford, ben mezzo secolo dopo. Ma non basta la pazienza affinché le cose cambino, è tutto un insieme di tentativi e dubbi che fioriscono, e come protagonisti e come spettatori. In molti hanno espresso pareri contrari alla celebrazione della storia afroamericana in un certo periodo dell’anno, rivendicandone l’appartenenza all’ intera storia d’America, quindi non da dover celebrare come altro ma da integrare. Giusto, non fosse che per il senso comune non funziona così.

L’errore dietro alcune interpretazioni deriva probabilmente dalla narrazione che si fa, a partire dalle scuole, di un passato fatto solo di peripezie di paladini, ancor meglio se di casa nostra, e malefatte di criminali. I cittadini comuni di ogni epoca, gli afroamericani, le donne e le minoranze di ogni tipo sono storia tanto quanto Giulio Cesare e Napoleone, ma non è sempre facile far capire questo ai figli di una civiltà abituata ad avere una certa devozione solo verso gli eroi meglio raccontati. Naturalmente è così anche se si parla di sport.

La Gazzetta dello sport, ad esempio, ha ultimamente creato una collana di trenta volumi dedicata ad atleti di caratura mondiale. Di questi solo sette sono dedicati a sportivi neri, appena uno ad una donna, bianca, Federica Pellegrini e nessuno ad una donna nera. Eppure non manca certo cosa dire, ad esempio, di Serena Williams che vanta il record assoluto di vittorie del titolo del Grande Slam. È evidente come alle donne, ai neri, e alle donne nere a maggior ragione, per entrare nella narrazione tradizionale sia richiesto di strafare, uscire dall’orbita dell’ordinario, senza avere comunque certezze che questo basti.

In questo marasma si perdono ogni giorno tante storie, nel quotidiano di ogni mestiere come nello sport. In quanti conoscono ad esempio la storia di Angela Hucles? Ex calciatrice statunitense con 109 partite in nazionale e imprenditrice di successo con un occhio sempre rivolto al sociale, sia per la crescita professionale degli atleti che per l’inclusione. E quella di Briana Scurry? Con il record di 173 presenza a difesa della porta degli USA è stata la prima donna portiere e la prima donna nera ad entrare nella National Soccer Hall of Fame. E ancora, quella Kim Crabbe? Nel 1986 è diventata la prima calciatrice nera della nazionale americana e tuttora si batte per garantire ai più giovani le opportunità di cui hanno bisogno.

Ma se il passato ce lo hanno in qualche modo raccontato, il presente è adesso e lo dobbiamo raccontare noi, con quel po’ di dovere morale nel  non lasciar fuori nulla. In questi tempi, in un’America ancora in subbuglio per il passaggio di consegne alla Casa Bianca, si sono rinvigorite in maniera più decisa le vecchie ma non usurate fiaccole del razzismo, in tutti i campi, sportivi e non.

A differenza di quanto accade in Europa, dove si impegna molto meno e in maniera diversa, negli USA lo sport è a tutti gli effetti un mezzo di propaganda, uno strumento di riscatto sociale ed lo è da tempi immemori. Quando imperversava la Guerra Fredda e il mondo era diviso in due blocchi, anche attraverso lo sport si voleva mostrare al mondo l’idea di una società libera e brulicante di occasioni quale appariva quella del famoso ‘’Sogno americano’’. Probabilmente erano davvero convinti di poter realizzare questo Eden, ed indubbiamente dei progressi sono stati fatti, ma più che la storia che sarebbe potuta essere abbiamo bisogno di raccontare la storia che è stata per arrivare fino a qui. Ecco perché esistono ancora il ‘‘Black History Month’’, le sensibilizzazioni e gli slogan e perché si esprimono ancora attraverso lo sport.

Il più famoso dei gesti a sostegno della comunità nera, tornato sulle prime pagine dopo le recenti manifestazioni del movimento ‘‘Black lives matter’’, è quello di inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale prima di un incontro sportivo. Ha avuto seguito, adesioni e visibilità ma va detto che ha acceso le cronache quando alcuni atleti, restando in piedi per scelta, si sono chiamati fuori dall’iniziativa e dell’esternazione di questo tipo di solidarietà, dividendo stampa, opinione pubblica e anche colleghi. Un caso indicativo è quello di Smantha Murphy in North Carolina Courage – Portland Thorns, della scorsa estate. La giovane, portiere di riserva, mentre risuonava l’inno è rimasta salda nella sua posizione davanti alla panchina, mentre le ventidue in campo erano in ginocchio.

Dissidente certo ma non l’unica, la lista delle atlete statunitensi che scelgono di non aderire alla protesta conta diverse iscritte. È successo anche in nazionale, il 18 gennaio scorso, giorno in cui negli USA si celebrava il Martin Luther King Day tra le altre cose. Nella gara contro la Colombia, le titolari, con Megan Rapinoe ad aprire la linea, si sono inginocchiate sulle note The Star-Spangled Banner, fatta eccezione per Carli Lloyd, Kelley O’Hara, Julie Ertz e Lindsey Horan.  Le Immagini di quei momenti hanno fatto il giro del mondo, attirando critiche e giudizi. Dopo la gara di She Believes Cup contro il Brasile invece, a rimbalzare su tutti i social, sono state altre istantanee, nonostante nessuna atleta si sia inginocchiata e in due abbiano scelto di non portare la mano al cuore.

In quella partita, come dal più classico dei copioni, la numero 15 ha impattato puntualmente un cross proveniente da destra scaricando la palla in rete per poi cullare idealmente tra le braccia baby Sloan, la figlia delle compagne di squadra Ali Krieger e Ashlyn Harris. In breve tempo l’esultanza di Rapinoe ha riempito i social ma non è stata l’unica attenzione per la piccola. Celebrata dalla neomamme su instagram, Sloan ha infatti ricevuto, tra gli altri, i commenti di Rose Lavelle e Carly Lloyd, per aver sfoggiato la sua mini divisa a stelle e strisce con un tenero ‘‘Cheering on all of the aunties’’ ad incorniciare lo scatto. La foto del giorno ci ha restituito un altro tipo di messaggio quindi, ma allora qual è quello a cui credere? Qual è la storia vera? Entrambe. La squadra è semplicemente lo specchio della società, i membri che la compongono non sempre condividono pensieri ed intenti.

Megan Rapinoe Gives Shout-Out To Ashlyn Harris and Ali Krieger’s Baby Girl After Scoring Goal Megan Rapinoe with the baby celebration for Ali Krieger and Ashlyn Harris Credit: Twitter

A riguardo, in un’intervista rilasciata a Steph Yang, Megan Rapinoe dichiara: 

‘‘(…) Everybody knows where I stand. Or I kneel rather, And, I think part of the growth is to have the conversations, and to sit in that uncomfortableness, because it is a little bit uncomfortable. Obviously. We’re seeing that people are standing, we’re seeing that people are kneeling. And clearly everyone’s talking about it. I’ve seen the articles, and we’ve had discussions with ourselves. And I think the most important thing is to continue to be honest with each other, continue to share our experiences and continue really educate each other, and to educate ourselves.’’

(…) Tutti sanno da che parte sto. E penso che parte della crescita sia avere questo tipo di conversazioni, e di sedersi in quella scomodità, perchè è un po’ scomodo. Ovviamente stiamo vedendo persone che decidono di stare in piedi, e altre che decidono di inginocchiarsi. Chiaramente tutti ne stanno parlando. Si sono visti articoli e noi abbiamo discusso a riguardo con noi stesse. E penso che la cosa più importante sia continuare ad essere onesti gli uni con gli altri, condinuando a condividere le nostre esperienze e continuando a educarci veramente a vicenda ed educare noi stessi.’

Affinché qualcosa possa davvero cambiare, è necessario che ci sia un’unità del collettivo, a partire dalle cose piccole fino ad arrivare a quelle grandi. Inginocchiarsi mentre risuona l’inno nazionale è un gesto certo utile ma simbolico e rischia quasi di spegnersi su se stesso se non gli viene dato il giusto valore. È abbastanza quello che si fa? Ancora Rapinoe, non per nulla la zia che tutti vorrebbero, che è stata una voce solista nelle rivendicazioni prima ancora che diventassero un coro, continua: 

‘‘And so have we all done enough? No, of course not. There could never be anything that would be enough. And so I think for players that are standing, I would say, you know, you continue to educate yourself, continue to educate yourself on the racial history in the country and continue to challenge yourself in why you’re standing.And why you’re, putting maybe your personal beliefs over something like this, that is so pressing to so many people, and it is really about people’s lives.’’

‘‘Quindi abbiamo fatto abbastanza? No, certo che no. Non potrà mai essere fatto abbastanza. E quindi credo che le giocatrici che continuano a stare in piedi, direi loro, sai, continua ad educare te stesso, cerca di imparare la storia razziale del tuo paese e continua a mettere alla prova te stesso e i motivi per i quali decidi di prendere posizione. E sul perchè stai mettendo, forse le tue convinzioni personali su un argomento del genere, che è così essenziale per così tante persone e la loro vita dipende letteralmente da quello.’’

Oltre all’impegno, che da solo smuove poco ma al plurale può fare miracoli, c’è bisogno soprattutto di tempo come giustamente sottolinea Tierna Davidson sempre a Steph Yang: 

‘’(…)That’s something that takes time. It’s not something that is going to show up in just a couple of weeks, or just a couple camps.’’

’(…)Queste sono cose che richiedono tempo. Non sono cambiamenti che si vedranno nel giro di un paio di settimane o di un paio di raduni.’’

Ma in qualche modo nel tempo ci si deve far compagnia, non si può solo aspettare che passi, e chi ha delle zie che raccontano le storie senza saltare pagine è fortunato. E forse è la speranza per un futuro migliore.

Marialaura Scatena
Giulia Beghini

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