“Che ci sia una sosta nelle preoccupazioni, nella tristezza, nell’insoddisfazione ci sia un po’ di sosta… dopo sei giorni di lavoro viene la domenica, no? Chi ha lavorato in sei giorni ha il diritto alla domenica di andarsene con la famiglia a gioire sulla spiaggia, in montagna o altrove. E gli si deve dire come mai tu gioisci quando ti attende il lunedì? Io penso adesso alla domenica, il lunedì verrà a suo tempo”.

Rispondeva così Sandro Pertini a chi quasi gli rimproverava l’esagerazione intorno a quella vittoria. In Italia erano successe le stragi di Ustica, Piazza Fontana, Piazza della Loggia e della stazione di Bologna, Via Fani e il terremoto in Irpinia, il Mundial era la Domenica degli anni di piombo.

Il pallone, lo sport nazionalpopolare per eccellenza, ha un potere che non sembra invecchiare visto che ieri come oggi riesce dove gli appelli e le campagne istituzionali falliscono. Da circa dieci mesi permane una situazione di emergenza sanitaria: gli eventi si annullano, le ordinanze fioccano, i telegiornali parlano di contagio, i talk show parlano di contagio, i blog parlano di contagio, tutti parlano di contagio.

Ma all’inizio di questo periodo, lo scorso marzo, almeno una volta si è parlato d’altro. È stato grazie alla nazionale femminile che si trovava in Portogallo per giocare l’Algarve Cup. Le ragazze erano state invitate dopo Francia 2019, il torneo che le aveva battezzate per le cronache ‘‘Ragazze mondiali’’. Sono state cercate e volute perché hanno restaurato un azzurro un po’ sbiadito e stanco e lo hanno riacceso, tanto che anche altrove lo hanno notato.

La nazionale di Milena Bertolini non è la nuova nazionale di Bearzot, per lo stesso motivo per cui Messi non è il nuovo Maradona. È ora di superare questa formula, non si aspetta il nuovo qualcuno, o qualcosa, ma qualcuno di nuovo da amare alla vecchia maniera.

Curiosamente però le Ragazze Mondiali sono molto simili ai ragazzi dell’82, a partire da chi ha la fascia stretta al braccio. Per capire bisogna guardare al Friuli, ai circa cinquanta chilometri che dividono Mariano da Trieste. A Mariano, nel 1942, è nato Dino Zoff; nel capoluogo, dopo quarantasette anni, Sara Gama.

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Mauro Corona scrive: ‘‘Il friulano (quello autentico) è nato in posti ripidi perciò ha molto equilibrio. Difficilmente si lascia andare a enfasi sonore o entusiasmi sboccati. Aspetta, studia, non si sbilancia(…) Gran gente i friulani.’’. Virtù, osservate con un piglio da romanzo, di cui sia Dino che Sara si possono fregiare.

Virtù che si addicono ai leader, che si tratti di club o di nazionale. Ma se è vero che un capitano è importante per la squadra, lo è anche la squadra per il capitano. Si sa, l’azzurro è il colore del collettivo, il luogo dell’identità, ma anche quello degli screzi, dei dualismi, più costruiti dall’esterno che esistenti davvero nella maggior parte dei casi.

Il gruppo della nazionale del Mundial, che si costruiva sullo zoccolo duro della Juventus, brulicava di talenti di ogni colore, tra gli altri risaltavano il giallorosso incarnato da Bruno Conti e il viola pelle di Giancarlo Antognoni. Conti e Antognoni, due nomi che è impossibile nominare senza sottintendere una maglia, un po’ come Elisa Bartoli e Alia Guagni, tagliate per il ruolo di simboli, ancor prima che di interpreti di Roma e di Firenze.

Di quel gruppo trovare un vero e proprio simbolo forse non è così immediato eppure una premessa aveva dato un indizio. Se si guarda l’album Panini dei Mondiali 1982 c’è Roberto Bettega, in Spagna no. L’attaccante bianconero aveva infatti rimediato un infortunio al legamento collaterale del ginocchio sinistro in una sfida di coppa dei campioni contro l’Anderlecht, nel novembre del 1981. Dopo la grande prova nel ‘78, smaltite le speranze di recupero nonostante il tempo, Bobby Gol perde sia la titolarità che l’aereo mondiale. Guardacaso un po’ quel che è accaduto a Cecilia Salvai. Cardine della retroguardia juventina, nella sfida scudetto contro la Fiorentina, all’Allianz Stadium, la piemontese subisce un infortunio al crociato anteriore e a quel punto mancano davvero pochi mesi all’avventura francese. Dopo esser stata protagonista nelle fasi di qualificazione, addirittura con la sua prima marcatura nella partita fondamentale, Cecilia vede il suo sogno tramontare anzitempo.

Per un sogno che muore, anche se sembra crudele, un altro si accende. E se lo stop di Salvai ha dato un’importante opportunità a Elena Linari, non lo sapremo mai ma, probabilmente, la presenza del veterano Bettega, fisicamente sugli scudi rispetto a Rossi, ci avrebbe privato della nascita del mito di Pablito.

Ecco forse perché il simbolo di Spagna 82 può essere proprio il mingherlino Paolo Rossi, tanto che ci si chiede chi sia la Pablito del calcio femminile e a rispondere è stato proprio lui: ‘‘Barbara Bonansea è brava, veloce e ha fatto due gol. Si, mi ci rivedo…’’. B.B, la sigla che risuona in Francia insieme all’inno di Mameli, oltralpe è una donna, Brigitte Anne Marie Bardot, ex modella e attrice; almeno lo era fino a poco più di un anno fa. Dopo la prima partita del gruppo C, a Valenciennes, si è consacrata un’altra B.B.: Barbara Bonansea, nata a Pinerolo il 13 giugno del 1991.

Il suo colpo di testa a impattare un’usuale pennellata di Valentina Cernoia, non è solo il gol del vantaggio contro le Matildas ma la fotografia più azzurra di tutta la competizione, la versione digitale delle analogiche istantanee che ritraggono Paolo Rossi e compagni. ‘‘Ho visto la partita con l’Australia e mi sono appassionato’’ dice l’eroe iridato coinvolto dall’entusiasmo. Come non fidarsi di chi ha dato il la al Mundial? Quell’estate il torneo in Spagna era iniziato in maniera anonima e così era continuato fino alla svolta, quella che portava la firma del nome più anonimo di tutti, un nome da esempio di libro di prima elementare. Nient’altro sa di Italia più di quel Paolo Rossi o della pipa di Sandro Pertini e, perché no, del gol all’Australia al novantacinquesimo minuto.

Se l’avvento del Covid non avesse fermato il mondo, la finale di Algarve Cup sarebbe stata la più classica delle partite, proprio come quella di Spagna 82: Italia – Germania. Allora il Presidente si era raccomandato proprio a Paolo Rossi, questa volta avrebbe messo in guardia Cristiana Girelli, autrice del più recente tris azzurro mondiale contro la Giamaica: «I tedeschi sono robusti, cerca di non farti pestare i piedi».

Non solo questa però, in tutto se ne possono contare quattro di triplette tricolori. La più datata è quella di Angelo Schiavo al mondiale del 1934; ce n’è poi una di Carolina Morace che risale al 1991, questa citata di Cristiana Girelli e poi lei, quella più iconica di tutte, quella contro il Brasile più forte della storia, quella di Paolo Rossi, quella che tra un anno compirà quarant’anni. Per la festa mancheranno tre convocati: Gaetano, già dal decennale, il Vecio e Pablito.

Solo che nella vita non funziona come con le convocazioni, per i posti vuoti non c’è rincalzo e la memoria gioca sempre titolare.

Marialaura Scatena
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L’articolo è stato pubblicato sulla rivista L Football Magazine N°12

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