La maglia numero 8 non è stata mai ritirata dall’Hellas Verona Women, ma esiste una specie di regola non scritta in via Sogare: quel numero appartiene a Melania Gabbiadini

Ma che bel sole, ma che bel giallo, ma che bel blu

‘‘Oggi, tornando dall’Arena, un mille passi lontano, potetti assistere ad uno spettacolo pubblico: quattro giovani della nobiltà veronese giocavano al pallone contro quattro vicentini. Si esercitano in questo gioco durante tutto l’anno circa due ore prima del tramonto. Questa volta la presenza di avversari forestieri aveva provocato un concorso straordinario di popolo: quattro o cinquemila spettatori. Non ho visto però alcuna donna, di qualsiasi condizione sociale.’’

Quando Goethe giunge a Verona da Malcesine, dopo aver solcato in lungo il lago fino a Bardolino, è il 1786. Decisamente troppo presto per vedere le donne occuparsi del gioco del pallone, certo non ancora calcio, ma pur sempre pallone. Il tedesco è un poeta, subisce il fascino dell’Arena e lo restituisce universalmente. ‘‘Quando, in un luogo piano accade qualche cosa’’ scrive ‘‘tutti accorrono, quelli che sono indietro cercano, in tutti i modi, di sollevarsi su quelli che sono innanzi: si sale sui banchi, si fanno rotolare le botti sul posto, ci si avvicina con la carrozza, si apportano tavole da ogni parte, si occupa un’altura vicina e si forma così, in fretta, un cratere.’’

E non è questo forse quel che ci muove, nel XI secolo, andando allo stadio? Se fosse arrivato nel secolo giusto di donne Goethe ne avrebbe viste, anche impegnate nel gioco del pallone, e avrebbe probabilmente portato a casa una sciarpa gialloblù e poi dedicato qualche pagina del suo libro alla capitana, una ragazza scesa da Bergamo un po’ come aveva fatto lui agli inizi del suo viaggio in Italia.

8 (½)

Un cittadino medio, che passeggia in piazza Bra proprio come quelli di due secoli fa, sa chi è Melania Gabbiadini perché saperlo è un po’ anche conoscere il posto in cui abita. Ma poi chi è la numero 8 capita che lo sappiano anche in provincia e altrove, molto altrove.

Nel Napoletano, più o meno dai tempi del viaggio di Goethe, è molta diffusa la tradizione artigianale delle statuine del presepe. Assistere alla venuta al mondo di Gesù sugli scaffali di San Gregorio Armeno, significa essere un reale inglese, un presidente degli Stati Uniti, il Papa, Maradona, sacro o profano senza farsi mancare nulla. Nel pieno della sua carriera, ad essere realizzata come statuina, è stata proprio Melania, degna ospite nel parterre della nascita più famosa della storia dell’umanità. A portarla a Verona, in dono, un tifoso estimatore di una calciatrice che del movimento italiano è una vera e propria statua, di quelle con la presentazione ai piedi o con l’audioguida dedicata. 

Quattro anni fa, che sembrano un secolo, quando la capitana gialloblù scriveva i titoli di coda della sua storia, il calcio femminile azzurro si preparava, anche un po’ inconsapevolmente, ad un nuovo big bang. Nel giro di poco tempo sono arrivate la Juventus, il Milan, la Roma, il mondiale di Francia, i giornali, le televisioni, Sanremo. Tanti riflettori si sono accessi, per fortuna, ma hanno mancato il passaggio di una cometa non affatto di poco conto. Parlare oggi di calcio femminile senza conoscere la storia di Melania Gabbiadini è come parlare di Harry Potter con tuo cugino nato l’altro ieri, c’è sempre magia certo, ma molto probabilmente lui dice ‘‘Tassofrasso’’ come vuole la traduzione nuova, forse migliore, ma insomma, Tassorosso è Tassorosso. 

La figura della numero 8, per suo stesso essere più da almanacchi che da copertine, è forse qualcosa in più di una semplice immagine, è un 8 (½), un capolavoro felliniano consegnato alla storia come garanzia di qualità. Quel mezzo in più è quanto Gabbiadini avrebbe potuto fare in campo con la fertilità di questi tempi nuovi, e quanto ancora, attraverso chi sceglie di raccontarla e averla come esempio, può fare.

L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale

La calciatrice lombarda, come Goethe arriva in terra Scaligera passando per Bardolino ma lo fa con in tempi giusti. Alla sua prima stagione, nel 2004, ha ventun’anni, all’ultima trentaquattro. Più delle 107 presenze in nazionale, della fascia, della presenza nella Hall of Fame azzurra, per capire davvero cosa significa Gabbiadini all’ombra dell’Arena basta guardare lo storico palmarès gialloblù e confrontarlo con il suo: fatta eccezione per una Supercoppa vinta contro la dominante Torres all’inizio del millennio, sono uguali.

Son cambiati i nomi, il Bardolino Verona è diventato AGSM Verona, poi è arrivata l’Hellas Verona, ma a riempire gli scaffali con cinque scudetti, due coppe Italia a tre supercoppe lei c’è sempre stata. La sua affermazione coincide con la nascita di un collettivo che ha vissuto anni gloriosi, raggiungendo come apice la storica semifinale di Champions League, record italiano, e sfoggiando prestazioni corali condite da grandi firme quali appunto la sua, quelle di Patrizia Panico e di Valentina Boni e quella più giovane di Cristiana Girelli.

La coppa per lo scudetto consegnata allo stadio ‘Bentegodi’ Verona, 17 maggio 2015. ANSA/ GIUSEPPE ZANARDELLI

Se in campo le doti tecniche, la sua velocità, i guizzi sguscianti e  i gol, la facevano emergere incoronandola valore aggiunto agli occhi di tutti, nel quotidiano Melania Gabbiadini è la quintessenza di ogni sport di squadra che si rispetti: pari alle sue compagne. Nello spogliatoio sapeva usare giustizia e umiltà, spendono bene i gradi e le responsabilità derivanti dalla fascia stretta al braccio. Utilizzare tante parole per illustrare Gabbiadini sembra quasi un autogol considerando quante ne usava lei, davvero poche, fortunatamente ci ha pensato la storia a farsi da sola, senza il bisogno di decisioni e avvisi in pompa magna.

Bandiera vecchia onor di capitano

È il 2017, la preparazione atletica è iniziata da poco, nell’aria serpeggia ancora la speranza di un ripensamento, di un chiodo amico che si ribelli e decida di non reggere gli scarpini della capitana, quando nessuno occupa il suo armadietto o sceglie di portare il numero 8 scritto sulla schiena. Una sola volta negli ultimi anni la fantomatica maglia è stata richiesta facendo calare il gelo tra i presenti. A farlo un’atleta giunta dall’estero, probabilmente ancora ignara del contesto. Il bello è che tutto è successo in maniera naturale, come se non potesse andare in modo diverso. Il carisma che non ha mai avuto bisogno di proclami è stato così riconosciuto.

Anche se la maglia numero 8 non è stata ufficialmente ritirata dall’Hellas Verona Women, esiste tutt’oggi una specie di regola aurea non scritta in via Sogare: quel numero appartiene a Melania Gabbiadini, che lo ha addirittura tatuato sulla pelle. Lei stessa una volta ne ha parlato come qualcosa che l’ha accompagnata nella crescita, in piccoli e grandi dettagli nelle situazioni della vita. Un sodalizio che va oltre i novanta minuti e la linea di fondo: sugli spalti infatti, in ogni occasione, sventola una grossa bandiera su cui campeggia proprio quell’8 che è diventato come un nome. Pericoli che la tradizione possa non essere tramandata non ce ne sono, la generazione di giovani calciatrici cresciute osservando la fuoriclasse, ha le idee abbastanza chiare.

Alla domanda “prenderesti mai la 8?” la risposta è un coro quasi unanime di “no”, riconoscenti e argomentati ma non certo privi di coraggio. C’è chi non chiude alle eventualità del futuro parlando però dell’importanza dei numeri che definiscono ruoli, chi ammette candidamente di non sapere rispondere e chi si schiera fermamente perché resti della sua legittima proprietaria, anche se “tutte vorremmo arrivare dove è arrivata lei”. D’altronde crescere nel settore giovanile di una squadra sparviera e intrisa di qualità è come vedere il poster in cameretta prendere vita ogni giorno.

‘‘Una volta, ero nelle giovanissime, ho visto la prima squadra arrivare e mi sembravano come aliene, lei più di tutte’’, probabilmente non esistono penne in grado di rendere meglio di così il valore della compagine gialloblù ai tempi. È come quando si deve abituare gradualmente un neonato alla luce, gli occhi di una ragazzina che hanno visto Melania Gabbiadini hanno la predisposizione a vedere il sudore e il talento dietro la bellezza dei gesti tecnici, e in mente hanno ben chiara sia la strada che l’arrivo. 

Come quel gol, da calcio d’angolo, con un tiro a giro sotto l’incrocio, una lezione che chi era allo stadio ricorda ancora. Nonostante dalla tribuna sia più agevole prendere appunti, in campo ogni partita poteva essere un seminario. Ecco perché sceglierne solo una come biglietto da visita sarebbe limitante, uno spreco, come certe canzoni tagliate dai quindici secondi canonici di Instagram. La visuale dagli spalti, dall’alto, è suggestiva ma un terzino destro può guardare in prima fila la preparazione di una giocata ai limiti della magia. C’era una cosa che faceva sempre Gabbiadini, da ferma, senza ricorsa, si spostava la palla sull’esterno con il destro e non la prendeva mai nessuno. Era come le repliche dei film su Paramount Channel, non sembrava mai qualcosa di già visto eppure era pronta a farlo da anni.

Ma più dei gol, la giocata che la rappresentava, per il tipo di persona che è, era l’assist. Degli attaccanti si dice che siano egoisti, famelici, ma lei, nonostante vedesse la porta con una semplicità disarmante, fa sicuramente eccezione. Chi guarda forse ricorda più i gol, alla fine è lì per quello, ma chi gioca sa quanto costa un assist e uno dei suoi, illuminanti, sarebbe da mettere all’asta. Un’assistenza, anche se l’italiano non si usa quasi più, è  l’equivalente tecnico di quel che la capitana era negli spogliatoi: giusta, umile e soprattutto generosa, nei confronti di tutte le compagne.  

Avere un armadietto con il suo numero, assicurano, è come averla comunque lì. Un tributo, certo, ma forse ancor di più un monito perché allenarsi, prepararsi a scendere in campo, concentrarsi passando davanti a quel posto è come leggere un promemoria, avere un po’ una pacca sulla spalla, un post-it per non perdere di vista il motivo che lega tutte e poi per ricordare le volte in cui si guardava la partita “perché giocava lei”.

Questo forse le è mancato quando era bambina: poter guardare fin da subito qualcun’altra. Il calciatori certo poteva guardarli, ammirarli, imparare da loro, e che bell’epilogo dev’essere stato vedersi premiata da Paolo Maldini dopo aver tifato Milan negli anni in cui lui era il più forte difensore al mondo. Però poter guardare qualcuno che ti somigli a tutti gli effetti è un’altra cosa e ora finalmente si può. Arriverà anche il tempo in cui nessuno chiederà alle giocatrici se qualche maschietto è stato d’ispirazione e il merito sarà stato anche di Melania Gabbiadini. 

Una leader, un esempio, un mito, un’ispirazione, una professionista, il vocabolario di chi ha condiviso con lei il sudore dei novanta minuti contiene i migliori colori per dipingere il ritratto di una calciatrice che spesse volte non si è seduta a posare. A chi le ha chiesto se si rivede in qualcuna attualmente, ha fatto il nome di Bonansea, lo stesso di molti addetti ai lavori che vedono nella velocità e nella progressione dell’attaccante bianconera similitudini con l’icona numero 8. Ma forse ha più senso chiedersi se e in cosa chi vive questi anni di rivoluzione si riveda in Gabbiadini, con e senza scarpini. 

Nonostante l’universo del calcio femminile, soprattutto in Italia, fosse ben diverso dall’attuale in fermento, è irrealistico pensare che una giocatrice di una così alta caratura non abbia avuto la possibilità di accasarsi altrove ma, evidentemente, Gabbiadini la pensava come Romeo Montecchi “Non esiste mondo fuori dalle mura di Verona”.

Marialaura Scatena
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