Esistono poche certezze nel nostro mondo. Per Benjamin Franklin erano le tasse e la morte, i tifosi del Portland Thorns hanno aggiunto i colpi di testa di Lindsey Horan. Per la Mediaset sono le repliche di “Una Mamma Per Amica”. E per gli uomini è il calcio. E purtroppo dobbiamo ancora ribadire la fondamentale distinzione di genere perché per le donne la carriera sul rettangolo verde ha tante volte i minuti contati.

Il calcio femminile è stato, e in parte è ancora, una facoltà a numero chiuso. Non tutte le aspiranti calciatrici riescono ad arrivarci, non tutte quelle che ci entrano giungono a fine corso. La carriera di queste atlete è purtroppo un dubbio costante, per una serie di fattori che contribuiscono a rendere la loro scelta di vita professionale un percorso ad ostacoli. In primis ci sono i finanziamenti, in troppe nazioni ancora esigui e insufficienti per un programma che risulti competitivo e che colmi almeno a livello nazionale un divario tale da evitare tredici o quattordici gol di scarto.

Alla scarsità di risorse economiche segue inevitabilmente la debolezza delle strutture e dei mezzi messi a disposizione delle squadre femminili, mancanti a volte delle più basiche necessità, come uno staff medico o un campo che non diventi trincea alla prima pioggia. Ma all’origine della mediocrità di queste due condizioni fondamentali per lo sviluppo di un’attività atletica anche solo semi-professionale vi è semplicemente una mancata attenzione nei confronti della base del calcio femminile: le donne.

Calciatrici professioniste denunciano ancora oggi una serie di tabù che impediscono una preparazione fisica e atletica mirata per la fisiologia e la biologia femminili, come una conoscenza più approfondita del ciclo mestruale e dei suoi effetti sul corpo della donna e soprattutto dell’atleta che, se trascurata, rischia di andare incontro a infortuni capaci di interrompere o terminare definitivamente una carriera.

Per tutte queste ragioni raramente una calciatrice si tuffa nella professione senza paracadute e molte di loro studiano o lavorano per un piano B da prendere in considerazione nel momento in cui saranno “costrette” ad appendere gli scarpini al chiodo. Tra le giocatrici in attività, per esempio, Nadia Nadim è al termine dei suoi studi in medicina, pronti per essere conclusi non appena la sua attenzione non sarà più focalizzata principalmente sul calcio. Leah Williamson invece, non ha mai rinunciato agli studi di contabilità per seguire in futuro le orme di suo padre.

Ma tra le calciatrici ormai ritirate dall’agonismo sportivo, se molte di loro hanno scelto di continuare a orbitare intorno al mondo del pallone, ce ne sono alcune che hanno abbracciato una carriera totalmente differente, reinventandosi in un ambiente professionale distante dallo sport e affermandosi in un sogno parallelo a cui approdano forse con una nuova determinazione e una consapevolezza diversa derivante proprio dalla loro esperienza nel calcio.

Rachel Buehler Van Hollebeke

Rachel Buehler Van Hollebeke è stato un pilastro della difesa della Nazionale Femminile Statunitense a partire dalla sua prima presenza nel 2008, durante l’Algarve Cup. Parte di una rosa a tratti rivoluzionata dall’arrivo di Pia Sundhage e dal ritiro delle ultime veterane del ’99, Buehler arrivava direttamente da uno dei college più prestigiosi, nonché trampolino di lancio per la Uswnt, vale a dire la Stanford University.

Come tutte le calciatrici che avevano il talento e la fortuna di tagliare il biglietto per la Nazionale all’epoca più famosa al mondo, l’attenzione di Buehler era rivolta completamente alla carriera calcistica, un focus votato all’affermazione di sé come atleta e alla conquista reiterata di un posto in squadra che non è mai promesso e garantito a nessuno. La presenza di Buehler in difesa rispecchiava proprio la sua competitività e la mentalità dedita al lavoro costante e infaticabile tipica della Uswnt. Il suo stile aggressivo e d’impatto le fornirono presto il soprannome di “Buehldozer”, un’immagine di sé in quanto professionista e colonna della backline statunitense che Buehler porterà per tutto il suo percorso con la Nazionale, comprendente la conquista di due medaglie d’oro olimpiche, nel 2008 e nel 2012.

Ma attanagliata anche da quegli infortuni consecutivi, che troppo spesso rischiano di condannare la carriera di una calciatrice, Buehler perde nel 2015 la possibilità di partecipare ai Mondiali in Canada, dedicando dunque il suo ultimo periodo di professionismo al Portland Thorns, club con cui disputa le prime tre stagioni di NWSL. In quello stesso anno infatti, Buehler annuncia il suo ritiro dall’agonismo calcistico, chiudendo così una carriera forse ridimensionata, ma di innegabile successo.

La vita che si apre per Buehler Van Hollebeke il giorno seguente l’addio al calcio racconta una storia ugualmente straordinaria alla sua carriera da atleta. Nonostante la dedizione alla Uswnt e agli obiettivi che la sua prima scelta professionale poneva, come tutte le calciatrici che conoscono fin troppo bene la precarietà del loro sogno, Buehler non aveva mai abbandonato un altro percorso, un cammino che in un certo senso era nel suo DNA.

Dopo i primi studi sporadici tra una partita e l’altra, e le interrogazioni di Abby Wambach in pullman, nel 2015 Rachel Buehler entra ufficialmente alla facoltà di Medicina e nel 2019 si laurea Dottore a tutti gli effetti. La vocazione di Van Hollebeke per la professione medica non è improvvisa e non potrebbe essere più diversa dalla sua prima scelta di vita di quanto appaia, ma come anche Ronnie Fair, ora chirurga pediatrica, aveva ammesso prima di lei, il calcio e la medicina non sono poi mondi così diametralmente opposti. Lavoro di squadra, altruismo, impegno totale e incondizionato, allenamento reiterato senza arrendersi mai, per Van Hollebeke gli strumenti per eccellere come medico sono gli stessi che la carriera nel calcio le hanno donato, aggrappandosi giorno dopo giorno alla stessa determinazione, alla stessa passione per la professione.

Buehler Van Hollebeke ha scelto inconsapevolmente il momento peggiore o migliore, a seconda dei punti di vista, per inserirsi nel mondo della medicina. In forza allo staff medico del Scripps Mercy Hospital di Chula Vista, in California, l’ex difensore della Uswnt si è ritrovata nel 2020 al centro dell’uragano Covid in una delle zone più colpite dello Stato californiano, quella di San Diego, al confine tra Stati Uniti e Messico.

L’esperienza e la testimonianza di Buehler nelle trincee dell’ospedale è ciò che più allontana forse la sua nuova vita da quella sul campo, ma dalle sue parole paradossalmente traspare ancora lo spirito della Nazionale Statunitense. Oltre la tragedia causata dall’epidemia infatti, Buehler evidenzia senza mezzi termini quanto questa drammatica condizione abbia evidenziato maggiormente il divario sociale e la disuguaglianza razziale e socioeconomica, perché per quanto il virus non operi differenze, il modo in cui si reagisce ad esso cambia a seconda delle possibilità e dei privilegi.

Parte di un ensemble medico che si è dedicato proprio agli strati della società meno abbienti, la dottoressa Van Hollebeke ha abbracciato la stessa lotta per l’uguaglianza da sempre perpetrata dalla Uswnt, con risultati però che superano una vittoria e puntano a salvare quante più vite possibili.

Whitney Engen

Per Whitney Engen invece, forse il calcio era il piano B. O non era neanche un piano ben definito in partenza, dato che non era sua intenzione praticarlo al college. Ma determinati sguardi scrutano e riconoscono il talento a volte prima del talento stesso, e quando Anson Dorrance bussa alla tua porta per offrirti la possibilità di affacciarti al palcoscenico statunitense calcistico più importante, non è poi così semplice rifiutare.

Alla UNC, Engen non passa inosservata, iniziando da attaccante ma trovando poi la sua effettiva posizione come centrale di difesa, in una squadra in cui ogni calciatrice doveva essere disposta a giocare ovunque. Gli anni di Engen tra le Tar Heels sono alcuni dei più fruttuosi per il college e il gruppo che conquista tre campionati nazionali su quattro pullula di future star della Uswnt.

Ma prima della chiamata in Nazionale, Engen spicca il volo tra le squadre di club, giocando pienamente la prima stagione della Women’s Professional Soccer con il Chicago Red Stars e raggiungendo il successo il secondo anno con la maglia del Western New York Flash, con cui vince proprio il titolo nazionale grazie all’ultimo rigore parato dalla compagna di squadra dai tempi della UNC Ashlyn Harris. Nel 2011 Engen viene anche nominata “Defender of the Year e una stagione di tale successo non resta nell’oblio, perché in quello stesso anno Pia Sundhage la chiama in Nazionale, dove Engen esordirà in occasione dell’Algarve Cup.

La sua presenza nella backline statunitense però resterà altalenante almeno fino al 2013 ma negli anni precedenti il Mondiale del 2015, la Uswnt disputerà solo tornei minori. Con l’arrivo di Jill Ellis in panchina però il ruolo di Engen risulta ridimensionato e sebbene venga convocata nel roster che si afferma campione del mondo in Canada, il difensore non disputa neanche una gara. Il suo ultimo grande palcoscenico sarà quindi quello delle Olimpiadi del 2016, in cui gioca ma purtroppo non conquista una medaglia.

Eppure Whitney Engen cresce sempre di più con l’esperienza e il 2016 si rivela l’anno in cui gioca il suo miglior calcio, imparando continuamente dagli errori passati e perfezionando la sua posizione di centrale di difesa. Come Engen stessa la definisce, la sua è una “fioritura tardiva”, ma l’atleta che l’impegno costante e il lavoro quotidiano formano è nel 2016 assolutamente indispensabile. Tipica per la matrice UNC, la specialità difensiva di Engen è la sfida uno contro uno, il confronto diretto con l’attaccante, a viso aperto.

Fondamentale per questa sua formazione è la carriera tra le squadre di club, non soltanto nelle leghe statunitensi tra WPS e NWSL, ma anche in Europa, dove gioca e vince con il Liverpool Ladies e dove milita anche nel club svedese del Tyreso FF che, tra 2013 e 2014, vede nel suo roster un autentico all-stars, da Christen Press a Marta, da Veronica Boquete a Caroline Seger, passando per Ashlyn Harris, Ali Krieger, Meghan Klingenberg e Jenni Hermoso. E proprio con la maglia del Tyreso, in Champions League, Engen mette a segno una delle poche reti della sua carriera che lascia il segno, colpendo di tacco a volo una palla che si infila nell’angolo basso distante dal portiere.

Ma la straordinaria crescita della calciatrice sembra non bastare per Jill Ellis. Nel 2016 infatti, al termine delle Olimpiadi, Ellis informa Engen della sua decisione di non convocarla più in Nazionale, nonostante il suo momento proficuo. Fuori ormai dalla squadra più importante per gli USA e demoralizzata anche dalla scarsa fiducia che l’allenatrice le aveva in fondo dimostrato anche negli anni precedenti, Whitney Engen decide di chiudere la sua carriera anche in NWSL.

Whitney Engen aveva però programmato dall’inizio un piano di “riserva” piuttosto solido, un’ambizione che nel tempo aveva assunto contorni più nitidi, soprattutto in seguito alla crescente consapevolezza di non rientrare nei piani di Ellis. Già la sua scheda alla UNC infatti rivelava il sogno della calciatrice di diventare avvocato e nel 2016 infatti Engen aveva fatto domanda per la facoltà di legge. Una domanda accettata da ben tre scuole, ma che il difensore aveva poi messo in pausa per disputare i Giochi Olimpici.

Ma dopo l’addio al calcio, la previdenza di Engen si rivela provvidenziale e l’atleta non perde tempo, entrando alla facoltà di legge di Wake Forest, a Winston-Salem in North Carolina. E proprio l’anno scorso, nell’ottobre del 2020, Whitney Engen ha annunciato al mondo di aver prestato il giuramento ufficiale laureandosi come avvocato.

Il finale della carriera nel calcio di Engen non è stato purtroppo degno del suo talento e la sua presenza in Nazionale si è interrotta proprio nel momento in cui poteva fare la differenza. Ma la personalità acuta e perseverante dell’atleta ha addolcito la transizione alla sua nuova vita, mentre la sua ambizione costante l’ha condotta alla conquista di un nuovo traguardo. La nuova squadra di Whitney Engen è oggi lo studio legale Moore & VanAllen e il suo ruolo è quello di associato aziendale.

Paige Williams

La storia di Paige Williams invece è in parte diversa dalle precedenti e in parte purtroppo molto simile a tante altre che ancora non si conoscono. Proprio a causa di tutte quelle mancanze che il calcio femminile ancora presenta nei confronti delle sue stesse atlete, dopo aver lasciato il Birmigham City, in seguito al mancato accordo col club per il rinnovo del contratto, Paige Williams si è ritrovata smarrita nella sua stessa vita, cominciando a mettere in discussione le scelte già compiute e quelle ancora da compiere. La precarietà del calcio femminile ha lentamente condotto Williams a disinnamorarsi dello sport che aveva scelto come suo futuro.

Le ristrettezze economiche, l’assenza di certezze, le conseguenze degli infortuni, Williams non vedeva più il calcio come una possibilità ma solo come un rischio. Quando Leah Galton ha vissuto la stessa perplessità, la chiamata di Casey Stoney per il Manchester United Women ha donato nuova linfa e passione alla talentuosa ala. Ma nessuna chiamata ha riacceso l’amore per il calcio di Williams, delusa invece dal mancato trasferimento al Real Madrid Femminile, saltato proprio all’ultimo momento a causa di un prestito mai realizzato di un’altra calciatrice.

Paige Williams aveva vissuto i suoi primi momenti d’oro proprio qui in Italia, dove aveva vinto il campionato di Serie A e la Coppa Italia con l’all-stars Brescia della stagione 2015-2016, accanto a calciatrici come Elena Linari e Sara Gama e soprattutto con la leadership di Milena Bertolini, la donna che più di chiunque altro Williams riconosce come punto di riferimento e sua insegnante maggiore nel corso della sua carriera calcistica.

Ma i dolci ricordi italiani e le prime presenze con la Nazionale Femminile Inglese Under-19 non erano più una ragione sufficiente per il terzino per continuare a scendere in campo. E nel momento in cui il suo sguardo viene distolto dal manto erboso, una nuova luce improvvisamente illumina un altro cammino.

Desiderosa infatti di trovare se stessa in una realtà differente in cui poter fare la differenza, Paige Williams abbraccia senza riserve la vita del vigile del fuoco, sfruttando una ritrovata passione e una fisicità vantaggiosa per entrare nel Merseyside Fire and Rescue Service.

La nuova quotidianità di Williams mette in prospettiva per lei le esperienze precedenti con quelle attuali, la differenza tra gli allenamenti ma soprattutto una diversa consapevolezza degli errori e delle possibili conseguenze. Pur provenendo da una realtà sportiva che fa del gioco di squadra il suo punto di partenza, l’ex calciatrice vive adesso una nuova armonia di gruppo, in cui l’altruismo è l’assist necessario per salvare una vita.

Ma per chi ha vissuto e amato il calcio da vicino, è difficile dimenticarlo del tutto o lasciarselo alle spalle. Ritrovando proprio nel servizio dei vigili del fuoco altre ex calciatrici, Paige Williams non chiude definitivamente la porta al calcio giocato, in attesa forse di una scintilla che riaccenda una fiamma mai davvero spenta.

Per quanto in fondo si possano considerare fortunate queste tre atlete che hanno avuto la possibilità di reinventare se stesse dopo la carriera sportiva, le storie di Buehler Van Hollebeke, Engen e Williams testimoniano un aspetto ancora troppo dominante nel calcio femminile: l’impossibilità di considerarlo una professione a tempo pieno. Per le donne, il calcio non è garantito, non è assicurato e non è a tempo indeterminato. Anche quando eccellono, anche quando vincono tutto ciò che viene preteso da loro, la loro carriera è costantemente in bilico, come una bolla che rischia di scoppiare. E fin quando le calciatrici non avranno il privilegio di scendere semplicemente in campo e giocare a pallone senza la preoccupazione di dover difendere i propri diritti di base, il calcio femminile non sarà mai solo uno sport ma un’arena da combattimento. 

Rita Ricchiuti
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