Solo due precedenti prima di Carli Lloyd. Kristine Lilly e Christie Rampone, pietre miliari della Nazionale Femminile Statunitense, sono le uniche e prime calciatrici ad aver tagliato l’imponente traguardo delle 300 presenze in Nazionale. Ma era solo questione di tempo prima che Carli Lloyd si prendesse il suo posto nella storia della squadra americana. Giocatrice americana in attività con più gol nel suo palmares, sembra quasi impossibile ricordare un periodo in cui Lloyd non giocasse già con la Uswnt.

Da sempre discussa, problematicamente schietta, magnete per opinioni contrastanti e diametralmente opposte. Non è facile accogliere l’interezza della personalità di Carli Lloyd, ma è necessario invece considerare l’imponenza di un’atleta singolare e unica nella sua storia. Carli Lloyd ha raggiunto traguardi che pochi sportivi in generale hanno potuto anche solo sognare, ha vinto più di quanto molti immaginano soltanto e ha scritto il suo nome nella mitologia di una squadra epica. E in un mondo come quello del calcio femminile, ancora così precario e instabile, questo è un traguardo che va celebrato, anche solo con rispetto.

Era il 2005 quando Carli Lloyd ha indossato per la prima volta la maglia della Nazionale Femminile Statunitense. Si trattava di un’epoca di transizione, la Uswnt doveva colmare il vuoto lasciato da Mia Hamm, Julie Foudy e Joy Fawcett, aprendosi a nuove possibilità. Non è un percorso semplice e immediato quello che conduce al cambiamento ma Greg Ryan, nonostante una particolare debolezza decisionale, ci prova. Durante l’amichevole contro la Nazionale Femminile Ucraina, disputata a Portland, nell’Oregon, inizia il conteggio delle presenze di Carli Lloyd nella Uswnt. Da allora, non si è più fermato.

È il 10 Aprile del 2021 infatti quando, durante un’altra amichevole, questa volta contro la Nazionale Svedese, Carli Lloyd raggiunge il traguardo delle 300 presenze con la Uswnt.

Ma nei suoi primi anni di carriera, nessuno probabilmente ha davvero creduto alla possibilità di Lloyd di raggiungere numeri così sovraumani. Nessuno forse tranne Carli stessa. All’epoca Lloyd non era ancora una calciatrice completa e questo in fondo lo pensava anche lei. Mancante di una solida attitudine difensiva e di maggiore continuità nelle performances, la sua forma atletica appariva altalenante e a volte non abbastanza per lo standard statunitense. Ma la giocatrice decide di prendere tra le mani le redini del suo destino quando si affida totalmente, forse anche troppo, al metodo di James Galanis, allenatore individuale che si affermerà anche come mentore e guida spirituale per circa 15 anni. Solo nel 2020 infatti, Lloyd lascerà l’accademia di Galanis, chiudendo uno dei capitoli più importanti della sua vita. Ma agli esordi, Lloyd la sua vita la lascia nelle mani di Galanis, con tutte le ripercussioni professionali e personali che una decisione simile comporta.

Come atleta però, Carli Lloyd inizia a fiorire, perfeziona la sua preparazione atletica e soprattutto mentale, e dedica letteralmente ogni aspetto della sua esistenza a un unico obiettivo: essere la migliore. Non è facile però per gli allenatori della Nazionale riconoscere il suo cambiamento. Se Ryan sceglie di convocarla per i polemici Mondiali del 2007, Pia Sundhage che prende il suo posto l’anno seguente non vede in Carli Lloyd un elemento indispensabile per la sua squadra. E in quel momento Lloyd decide di farle cambiare idea. E di farla cambiare anche al mondo intero.

Il primo grande momento catartico nella carriera di Lloyd avviene proprio nel 2008, durante la finale dei Giochi Olimpici di Pechino. La calciatrice originaria del New Jersey si divide il centrocampo, come farà per tutta l’era Sundhage, con Lauren Cheney e la partita, contro la Nazionale Brasiliana che aveva eliminato la Uswnt l’anno precedente ai Mondiali, è ferma sullo 0-0 alla fine dei novanta minuti regolamentari.

Nel primo tempo supplementare quindi, al 96’, Lloyd stessa recupera il pallone da un rimbalzo di una calciatrice brasiliana a centrocampo. Progredisce per pochi metri, prima di servire Cheney al suo fianco, ma anche nella fase di non possesso Lloyd resta attiva e si avvicina lentamente all’area di rigore. Cheney inventa spazi trattenendo la palla per poi farla passare tra tre opponenti, per restituirla a Lloyd che con un delizioso tocco di prima col tacco serve Amy Rodriguez. Rodriguez però è braccata alle spalle e non può voltarsi, quindi ritorna da Lloyd che a quel punto sprinta in avanti e al limite dell’area di rigore fa partire un sinistro in diagonale tagliante che si infila come una palla da biliardo nell’angolo basso e distante della porta. È una questione di istanti, di tempi di gioco che se mutati anche solo di pochi attimi, non avrebbero condotto a quel gol, all’unico gol della partita, l’unico gol di cui la Uswnt ha bisogno per conquistare la medaglia d’oro.

Ciononostante, i dubbi di Sundhage sulla costanza di Lloyd restano e perdurano per tutto il tempo della sua permanenza sulla panchina americana. Carli Lloyd sarà tra le tre rigoriste che sbaglieranno il rigore nella finale dei Mondiali del 2011 contro la Nazionale Giapponese ma non è quel momento a definire una leggera mancanza di fiducia della coach nei confronti di Carli.

Ma se c’è un momento che spinge Lloyd a realizzare l’impossibile è proprio quando qualcuno smette di credere in lei. La sfida la galvanizza, la critica la carica, più le viene detto che non può farcela, più la reazione di Lloyd è incattivita, per dimostrare il contrario. Sundhage era pronta a escluderla dalla squadra ma Lloyd non ci sta e l’allenatrice in fondo accetta la possibilità di essere smentita.

Ecco perché Carli Lloyd strappa la convocazione anche alle Olimpiadi del 2012. Parte dalla panchina perché comunque Sundhage le preferisce Shannon Boxx e Lauren Cheney. Ma quando Boxx è costretta a fermarsi per infortunio, Lloyd sa che quello è il suo momento per conquistare la conferma che le serve per diventare finalmente titolare.

È la prima partita del torneo e la Nazionale Francese sta vincendo già per 2-0. Sarà una coincidenza, ma un minuto dopo l’ingresso in campo di Lloyd, la Uswnt riapre la partita. La centrocampista segnerà la rete del vantaggio per 3-2 e gli USA ribalteranno l’esito della gara con il risultato finale di 4-2. Ma un gol non basta. Lloyd sa di dover fare di più. E quando le grandi occasioni chiamano, Carli Lloyd risponde presente.

La finale del torneo è nuovamente contro il Giappone, in uno di quegli eventi ciclici che alla Uswnt piacciono tanto. Esattamente come era successo nel 2008, la squadra affronta infatti la stessa Nazionale che l’aveva sconfitta ai Mondiali precedenti. E anche Lloyd ha un conto in sospeso. Seppure Boxx sia pronta per rientrare, Sundhage questa volta sceglie di fidarsi e le schiera entrambe, ma mentre Boxx arretra nella posizione di un 6, Lloyd avanza, nel suo ruolo, in quello in cui eccelle, come centrocampista offensivo, come 10.

È il secondo momento davvero catartico della carriera di Lloyd. Le bastano solo 8 minuti per dimostrarlo. Tobin Heath serve con precisione Alex Morgan in area, che però non controlla perfettamente e allunga la traiettoria della palla. Ma Morgan non si arrenda e rimedia magnificamente, girandosi e facendo partire un cross nuovamente al centro dell’area. Abby Wambach è pronta in posizione ma Carli Lloyd sopraggiunge come una saetta all’improvviso, tuffandosi letteralmente sul pallone e ribattendolo a rete di testa. Lloyd pretendeva quel gol e con determinazione se ne appropria.

La squadra nipponica aggredisce senza sosta ma la backline statunitense respinge ogni attacco mentre Hope Solo blinda la porta. E allora al 54’ minuto, Carli Lloyd riprende in mano il destino della gara e della sua carriera. La progressione da centrocampo è libera e inarrestabile. Lloyd supera con un dribbling l’unico ostacolo sul suo percorso e quando giunge al limite dell’area, il tiro che dalla distanza rilascia tutta l’energia accumulata nella corsa. È potente, è calibrato, è letale.

Il Giappone prova a riaprire la partita ma Hope Solo in un certo senso collabora proprio all’impresa di Lloyd, di quella che è in fondo la sua miglior amica in squadra e la persona più simile a lei. Con una doppietta, Carli Lloyd riporta la Uswnt sul gradino più alto dei Giochi Olimpici. Adesso il suo nome non è più un dubbio.

È una veterana ormai la centrocampista offensiva che approda ai Mondiali del 2015. La nuova gestione di Jill Ellis si apre a un nuovo schema, il 4-2-3-1 che le permette di utilizzare insieme Lloyd, Holiday e la nuova arrivata Morgan Brian. Il tandem Brian-Lloyd sembra funzionare perfettamente ed è così infatti che la Uswnt raggiunge la finale, dopo una semifinale al cardiopalma contro la Nazionale Tedesca in cui Lloyd mette a segno il rigore dell’1-0 e poi fornisce anche l’assist per il secondo gol.

Ma sarà quella finale a definire forse a imperitura memoria l’eredità di Carli Lloyd. È nuovamente USA-Giappone ma ad ogni anno che passa, la Uswnt appare sempre più invincibile. A Lloyd bastano solo cinque minuti questa volta. Per trovare ben due reti, la prima da uno sviluppo di un calcio d’angolo e la seconda come conseguenza di una punizione, due gol che affilano l’attitudine approfittatrice di ogni spazio degli attaccanti più forti. Holiday si unisce subito alla festa con un magnifico tiro a volo per il 3-0. Ma è il quarto gol al 16’ minuto a scrivere la storia.

Carli Lloyd costruisce l’azione come sempre a centrocampo, nella metà statunitense. Supera la prima avversaria con un dribbling all’altezza del cerchio e raggiunge la linea mediana. Di fronte a lei si staglia un campo aperto, libero, ricco di possibilità. La difesa nipponica è imperdonabilmente alta, il contropiede può avvenire in ogni momento. Ma Lloyd vede il portiere fuori dai pali e un’idea folle si fa largo in lei. Ci sono quasi 50 metri tra lei e l’assurdo e Carli Lloyd sceglie l’assurdo. Lascia partire un tiro impressionante, non è solo potente, è calcolato, è disegnato, è un autentico pallonetto che parte da centrocampo e supera il portiere giapponese per finire in rete, per finire negli almanacchi del calcio femminile.

La numero 10 della Uswnt è quasi incredula, ripercorre tutto il campo nella celebrazione, con la squadra che la segue per tutto il tempo, ma Lloyd raggiunge Solo che la incontra a metà strada e le chiede ciò che tutto il mondo in fondo in quel momento si stava domandando: “Ma sei umana?”.

A quasi 17 anni di distanza dalla prima presenza, Carli Lloyd è ancora in campo con la Uswnt, è ancora affamata e desiderosa di mettersi alla prova e smentire le critiche e pregiudizi. Ha vinto due Coppe del Mondo, due ori olimpici, un bronzo e un argento mondiali. All’attivo i suoi gol con la Nazionale sono 124.

Che l’età passi anche per lei è in fondo innegabile e che la squadra statunitense pulluli di possibilità offensive una più meritevole dell’altra è anche fuor di dubbio. È anche piuttosto evidente oggi che non sia particolarmente semplice essere d’accordo o condividere spesso le posizioni e gli atteggiamenti prettamente individualisti di Lloyd.

Ma al di là delle preferenze e delle opinioni personali, oltre le decisioni che verranno prese e le affermazioni che sono state fatte, una realtà non potrà mai essere negata: Carli Lloyd ha scritto il suo nome nella leggenda del calcio femminile mondiale e per questo, oltre ogni giudizio, va semplicemente rispettata, per il modo in cui ha arricchito questo sport con la sua carriera.

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