Non per cadere nei luoghi comuni, ma raramente quando si pensa ad un piantagrane viene in mente un norvegese. 

Eppure sembra esserci una correlazione abbastanza stretta tra il giocare a pallone sul bordo di un fiordo e il decidere di impuntarsi su alcune questioni di principio. Il punto di appoggio per sollevare polemiche sulla giustizia sociale è sempre un mondiale, la leva il buon vecchio boicottaggio. 

Era il 2019 quando in Francia nello stadio dell’Olympique Lyonnais, il suo club, si è giocata la finale del Mondiale a cui Ada Hegerberg ha deciso di non partecipare. Una decisione presa con la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, merce rara sui campi da calcio, anche perchè, appena nominata miglior calciatrice del mondo, forse era la persona che più aveva da perdere stando fuori da quel palcoscenico.

La giocatrice, nel documentario “My name is Ada Hegerberg” uscito il 20 novembre 2020, spiega come abbia fatto notare alla federazione il differente trattamento in termini non tanto economici, quanto di accesso ai campi e disparità di opportunità durante i ritiri, sia come forniture di materiale che come sponsorizzazioni . A France TV Hegerberg infatti racconta di come alla nazionale femminile venisse chiesto di fare pubblicità gratis, con tanto di rifiuto della sponsorizzazione della principale azienda edile norvegese da parte del direttore commerciale federale perchè “il calcio femminile non è interessante commercialmente parlando”. 

In realtà, aveva già fatto segnalato queste differenze di trattamento rispetto alla squadra maschile, che da un ventennio non si qualificava al mondiale, al direttore generale della federazione, venendo in tutta risposta zittita dal suo allenatore. A quel punto, visto che le sue parole a fatica riuscivano ad arrivare agli interlocutori, ha deciso di puntare ai fatti, boicottando la competizione. 

Qualche anno dopo questa protesta, ecco che la federazione calcistica norvegese, si trova davanti a un altro tentativo di boicottaggio. 

A finire nel mirino stavolta è il Mondiale in Qatar del 2022, competizione alla quale la nazionale scandinava sembra avere buone probabilità di qualificarsi dopo ventidue anni di assenza. Motivo questo per cui i dirigenti della federazione devono aver fatto un salto dalle sedie leggendo il manifesto di una squadra che lo scorso anno militava in seconda divisione.

Tutto parte infatti il 26 febbraio da ben sopra il Circolo Polare Artico, con il manifesto redatto dal Tromsø il quale, appena conquistata la prima divisione, decide di creare scompiglio. La piccola squadra della città considerata impropriamente la capitale della Lapponia, trova subito il sostegno di altri club tra cui il Rosenborg, la più famosa e titolata squadra del paese. 

Il motivo del boicottaggio è legato alle condizioni di sfruttamento sistematico dei lavoratori di cui da anni è accusato il paese arabo stando a quanto denunciano diversi osservatori internazionali. Secondo i dati riportati dal The Guardian, tra il 2010 e il 2020 sarebbero morti oltre 6500 operai, per la maggior parte immigrati in Qatar da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka  residenti nel paese, di fatto, in condizioni di schiavitù. 

Le contestazioni legate alle condizioni degli operai e al lavoro per la preparazione delle infrastrutture spesso mastodontiche, non sono di certo una novità per la competizione iridata. Già in Russia nel 2018 e in Sudafrica nel 2010 lo sfruttamento delle minoranze fu in più occasioni denunciato, senza tuttavia interferire con il regolare svolgimento delle manifestazioni. In Qatar, tuttavia, sembra essere stato superato il limite considerato accettabile per alcuni paesi, soprattutto quelli scandinavi, in testa alle classifiche nel campo del progressismo e dell’attenzione per i diritti umani. 

A dire il vero, nel caso di questa edizione, le polemiche erano già iniziate il giorno dell’assegnazione del mondiale. La scelta del Qatar finì sotto la lente degli inquirenti nelle indagini sulla corruzione all’interno della FIFA. Nel 2015 infatti, l’ex presidente svizzero dell’organizzazione, Sepp Blatter, venne allontanato insieme a tutti i vertici dirigenziali e due membri dell’esecutivo vennero sospesi poco prima delle votazioni per l’assegnazione della coppa del mondo dato che avevano ritenuto una buona idea vendere il proprio voto al miglior offerente. 

A queste questioni, già abbastanza sconcertanti, si aggiunge lo stravolgimento ambientale di un paese quasi completamente desertico e con temperature che, come dimostrato ai mondiali di atletica di Doha, sono in grado di mettere in seria difficoltà la salute degli stessi atleti. 

Nel deserto si stanno infatti costruendo stadi, necessariamente dotati di potenti impianti di aria condizionata per permettere il mantenimento delle temperature a livelli accettabili, e interi centri abitati come Labour City. Già dal nome poco fantasioso, si può intuire la realtà di questa città dormitorio che accoglie quasi 70000 operai immigrati nel paese e manodopera sfruttata che la trasformerà entro il 2030 in una moderna oasi urbanizzata nel deserto.

Per il momento la protesta dei giocatori del Tromsø non ha incontrato il favore dei dirigenti della federazione norvegese che, il 14 marzo, si è espressa contro il boicottaggio nella prima sezione di votazioni. La decisione tuttavia non è definitiva e verrà discussa nuovamente il 20 giugno. Nel frattempo i giocatori della nazionale norvegese hanno appoggiato l’iniziativa di boicottaggio scendendo in campo, nella partita di qualificazione contro Gibilterra, con una maglia con la scritta “Diritti umani, dentro e fuori dal campo”. 

L’idea partita dalla Norvegia sta lentamente raccogliendo il sostegno di altri enti, tra i quali ProFans, associazione tedesca dei soci di minoranza delle squadre professionistiche, che ha chiesto alla propria federazione di considerare a sua volta l’ipotesi di boicottaggio. In Danimarca è stato invece lo sponsor legato alle nazionali, Arbejdernes Landsbank, a comunicare ai vertici della rispettiva federazione che non vorrà essere in alcun modo accostata all’evento in caso di qualificazione. 

Indipendentemente dal genere quindi, l’importante insegnamento che ogni calciatore con dei principi può raccogliere da questi giocatori nati con vista sui fiordi è, per completare le parole di un altro atleta affezionato ai boicottaggi: “vola come una farfalla, pungi come un’ape e boicotta come un norvegese”.

Giulia Beghini
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *