Quando si apre una discussione sul calcio femminile il primo scenario nazionale che viene raffigurato anche da chi non è avvezzo a questa realtà sportiva è quello statunitense e ci troviamo a conti fatti al limite del paradosso se effettivamente realizziamo il predominio degli USA in uno sport che era talmente estraneo alla loro cultura da essere definito “soccer” quando il resto del mondo che lo giocava per davvero lo chiamava semplicemente “football”.

Proprio a causa di una cultura sportiva nazionale che differiva ampiamente da quella oltreoceano, il calcio femminile proprio come la sua controparte maschile muove in realtà i suoi primi passi rivoluzionari in Inghilterra, alla fine dell’800, quando la femminista Nettie Honeyball si serve della rivista Daily Graphic per cercare altre donne interessate a formare una squadra di calcio.

Negli anni ’30 del Novecento tocca all’Italia abbracciare questo “esperimento” seppure per pochi anni e contro la propaganda fascista mentre nel resto dell’Europa sono nazioni come Norvegia, Germania e Svezia, seguite poi sempre da Inghilterra e Francia, che sviluppano principalmente il calcio femminile, affermando infatti il proprio predominio nelle prime competizioni ufficiali.

Ad ogni modo però, nonostante l’Europa sia stata progenitrice del calcio femminile, è innegabile che la culla e la Mecca di questo sport siano da sempre gli Stati Uniti d’America, una Nazione che ha letteralmente coltivato questa realtà sportiva meglio di chiunque altro grazie a solide basi che affondano le proprie radici nelle profondità del sistema educativo statunitense.

Sapete perché le calciatrici della USWNT prima di ogni partita gridano in coro “OOSA OOSA OOSA”? Provate a leggere quella parola con la normale fonetica inglese e pronuncerete il termine “USA”, ossia esattamente la pronuncia italiana per la sigla U-S-A. Questo perché siamo stati proprio noi italiani i primi a subire il fascino irresistibile del calcio femminile statunitense quando, durante la prima partita contro la compagine italiana, travolti dal gioco e dallo stile delle americane, abbiamo iniziato a tifare anche per loro, con quel coro (“USA USA USA”) che è diventato poi il loro grido di battaglia.

Ma perché la nazionale statunitense possiede questo potere irresistibile sul mondo del calcio femminile? Perché ci entra sotto la pelle pur essendo così distante da noi? Perché al momento è difficile immaginare un avversario in grado intaccare il loro predominio?

Le risposte a queste domande potrebbero essere molteplici: da una parte infatti è necessario parlare di investimenti, che negli USA, nonostante i loro limiti e la disuguaglianza di trattamento perpetrata dalla Federazione, superano largamente quelli messi a disposizione dagli scenari sportivi europei.

Dall’altra è fondamentale rifarsi proprio a quella cultura sopracitata, perché a partire dai primi gradi del sistema scolastico l’attenzione alle discipline sportive è totalizzante e costante. Il circuito universitario statunitense infatti, attraverso il campionato nazionale NCAA, rende l’esperienza del college un autentico trampolino di lancio per il professionismo, in particolar modo l’Università del North Carolina, per quanto riguarda il calcio femminile, contribuisce alla vera e propria ossatura della USWNT, con un programma corposo e innovativo e un allenatore visionario (Anson Dorrance, coach della Nazionale Femminile Campione del Mondo nel 1991) che hanno letteralmente scoperto e formato alcuni dei pilastri del calcio americano, da Mia Hamm a Tobin Heath.

Ma per quanto mi riguarda, c’è qualcosa di più intrinseco e inafferrabile nella USWNT che rende questa squadra diversa, inarrestabile. Michele Uva e Moris Gasparri, nel libro “Campionesse – Storie vincenti del calcio femminile”, quando parlano della Nazionale Statunitense e della rivoluzione compiuta in questo sport, citano un concetto definito con il termine inglese “Togetherness”, un’idea che nella traduzione rischia di perdere parte del suo significato più profondo con una prevedibile “unione” o “gioco di squadra” ma che in realtà definisce un atteggiamento che esula la comunione che ci si aspetterebbe normalmente in una Nazionale e diventa un sentimento più viscerale, leggendario.

La “togetherness” su cui si fonda la USWNT fin dalle sue origini nasce proprio dall’educazione sportiva universitaria, nasce dalla consapevolezza della precarietà di una missione femminile che cerca di prendersi il suo spazio in una realtà atavicamente dominata dagli uomini, nasce dalla realizzazione che quelle atlete dovranno lavorare duramente il doppio per dimostrare e affermare il proprio diritto di essere lì.

L’idea della “togetherness” prende forma in realtà proprio dall’individualismo perché ogni singola calciatrice che ha la possibilità di entrare a far parte di un programma universitario privilegiato come quello della UNC o Stanford sa bene di dover essere la versione migliore di se stessa per poter rappresentare il proprio Paese sui palcoscenici maggiori. Ma quando questo succede, quando il singolo raggiunge l’obiettivo primario di essere convocato in Nazionale, quell’individualismo viene messo immediatamente al servizio della collettività, e la competitività instillata nella mente dell’atleta fin dal principio si accompagna ora non solo al desiderio di confermare il proprio valore ma anche alla volontà di eccellere per il bene della squadra, per quelle compagne di trincea che condividono lo stesso percorso, gli stessi sacrifici e la stessa identica dedizione assoluta per il gioco del calcio.

La USWNT vive di momenti irripetibili e definiti, cresce di pari passo a quel legame collettivo che non sempre deve obbligatoriamente tradursi in amicizie eterne e non sempre si poggia su una condivisione totale di ideologie e pensieri ma che rende la comunione della squadra essenziale, indispensabile e incondizionata.

Nel 2004, nonostante alcune 99ers avessero ormai deciso di ritirarsi, tutta la squadra scelse di prepararsi alle Olimpiadi di Atene soggiornando insieme in una casa comune a Los Angeles, restando ancorate all’idea di un gruppo in cui non c’era più spazio per l’egocentrismo, in cui la competitività non veniva vista come rivalità ma come spinta reciproca a raggiungere la forma migliore, un gruppo destinato a vincere insieme o sacrificare tutto pur di provarci.

La Nazionale Campione del Mondo nel 2015 invece racchiude nel suo gruppo quello che si rivelerà da lì a breve il capitolo conclusivo di una delle storie più emozionanti degli ultimi 20 anni della squadra, ossia la storia delle cosiddette “New Kids”.

“New Kids” è come venivano identificate ufficialmente Amy Rodriguez, Lauren Cheney (adesso Holiday) e Tobin Heath, durante i primi anni nella Nazionale maggiore a cui erano approdate relativamente nello stesso momento quando erano ancora impegnate nel percorso universitario

Compagne di squadra già nella Nazionale Under 20 e punte di diamante dei rispettivi team al college, Rodriguez, Heath e Cheney raccontano e testimoniano la potenza della “togetherness” che rende la squadra statunitense una tale forza prorompente, sono diventate negli anni il simbolo di un legame nato nelle fasi preliminari di un percorso che le ha condotte letteralmente mano nella mano sul gradino più alto di ben due Olimpiadi (2008 e 2012) e di un Mondiale, quello del 2015, che si è affermato dunque come il coronamento di un’avventura vincente che forse non sarebbe stata così di successo se non l’avessero vissuta insieme.

Dal 2008, quando le New Kids trascinavano per i corridoi dell’albergo in cui alloggiavano i materassi delle rispettive stanze per trascorrere insieme la notte e sognare ad occhi aperta una medaglia d’oro, al 2016 quando Lauren Holiday ha detto addio al calcio giocato (Rodriguez non sarà più convocata in Nazionale da lì a breve), queste tre straordinarie calciatrici hanno segnato la storia della USWNT non solo per il loro eccezionale talento ma per l’impatto umano che hanno poi lasciato come autentica eredità per chi è arrivato dopo (Crystal Dunn, Julie Ertz e Morgan Brian verranno infatti poi definite le “New New Kids”).

La “togetherness” trionfante della USWNT è anche ciò che ha portato la squadra del 2019 a definirsi “23 best friends”, ad affrontare insieme e a viso aperto una serie di criticismi con cui la Nazionale Americana si è affacciata ai Mondiali di Francia pur essendo la favorita alla vittoria.

Reduci infatti dalla cocente sconfitta alle Olimpiadi del 2016 contro la Svezia e in seguito a numerosi cambiamenti interni alla rosa che avevano effettivamente turbato e scosso le dinamiche collettive, la USWNT che approda in Francia è una squadra in parte totalmente nuova, che presenta tra i pali Alyssa Naeher al posto della discussa Hope Solo, che porta in campo una difesa inedita con Crystal Dunn e Kelley O’Hara come terzini titolari e l’esperienza di Becky Sauerbrunn affiancata al giovane talento di Abby Dahlkemper, mentre il centrocampo si affida alle promesse di Rose Lavelle e Samantha Mewis.

La USWNT del 2019 è una squadra che sembra infastidire l’opinione pubblica anche solo dalle premesse (Megan Rapinoe aveva già avviato la sua lotta sociale e politica inginocchiandosi in solidarietà a Colin Kaepernick e respingendo l’idea di partecipare, in caso di vittoria, alla consueta cerimonia alla Casa Bianca) ma è anche una squadra che sembra aver recuperato proprio quel senso di sorellanza e incondizionato supporto reciproco che aveva reso gli USA invincibili quattro anni prima.

Le storie e i momenti che segnano il percorso dei Mondiali del 2019 sono molteplici tanto quanto le critiche che si accumulano partita dopo partita (i 13 gol nella partita d’apertura alla Thailandia tacciano le calciatrici di mancanza di sportività quando le controparti maschili sarebbero state considerate guerrieri) ma per realizzare davvero l’effettiva potenza della “togetherness” di questa squadra bisogna aspettare forse la semifinale disputata contro l’Inghilterra.

Prive della presenza mastodontica di Megan Rapinoe, a riposo in seguito a un lieve infortunio, l’attacco statunitense viene affidato alla solita Alex Morgan e alla sottovalutata Christen Press. Ma al 9’ minuto del primo tempo, un’azione confezionata già dal centrocampo dai movimenti di Tobin Heath e finalizzata da un cross perfetto di Kelley O’Hara sblocca il risultato con un preciso e letale colpo di testa proprio di Press che, leggendo anticipatamente l’evolversi dell’azione, sorprende e taglia la backline inglese che non può fare altro che restare inerme a guardare la palla che entra in rete.

Il gol di Press è un gol che tutta la squadra sente proprio perché le braccia e gli occhi alzati al cielo della calciatrice sono una dedica speciale [la madre di Christen Press era scomparsa a Gennaio dello stesso anno per il degenerare di una grave malattia] e quella rete è il traguardo di un percorso di rinascita e affermazione personale che Press non ha mai compiuto sola. Il raddoppio degli USA celebra invece un altro momento particolare perché nel giorno del suo compleanno, Alex Morgan si regala un ricordo indimenticabile con un secondo colpo di testa (questa volta su assist di Lindsey Horan) e nell’esultanza “sorseggia” un immaginario tè inglese come risposta al carico di critiche ricevute fino a quel momento (e in riferimento alla battuta tipica dell’attrice britannica Sophie Turner “and that’s the tea”).

Il rigore parato da Alyssa Naeher al 83’ con il risultato pericolosamente in bilico sul 2-1 è solo la conferma di un’unione di squadra che legava a maglie strette tutti i reparti della formazione, la panchina con le titolari, le veterane con le ultime arrivate, in un corpo unico che nessuno avrebbe davvero potuto superare quell’estate.

Dalla sconfitta contro il Giappone alla finale dei Mondiali del 2011 alla vittoria nuovamente contro la formazione nipponica alla finale del 2015, dalla debacle contro la Svezia alle Olimpiadi del 2016 al netto trionfo contro la Nazionale nordica nella fase a gironi del 2019, la USWNT è una squadra che non ha mai visto il fallimento come un ostacolo ma come una previsione del successo a cui avrebbe condotto. Non è un semplice “spirito di squadra” l’arma vincente della Nazionale Statunitense, è la consapevolezza di essere un gruppo “più grande e forte della somma delle sue parti”.

“It’s that tingle in my stomach, that lump in my throat and that smile on my face that tell me I am part of an incredible team.”

Kristine Lilly

Più di un normale spirito di squadra, più di un’amicizia che supera ogni differenza, la Togetherness che alimenta il successo della USWNT descrive un senso di autentica appartenenza a un gruppo di persone che hanno imparato a vincere insieme per non perdere sole.

Rita Ricchiuti
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