Il nuovo documentario prodotto dalla UEFA analizza tre tipologie di discriminazione che ancora infestano il mondo del calcio

Si intitola “Outraged” [trad.“Oltraggiato/a”] ed è disponibile (gratuitamente) sul sito UEFA.tv. È il nuovo documentario prodotto dalla UEFA, che si prefigge di puntare finalmente i riflettori su diverse forme di discriminazione e sul modo in cui queste si manifestano nel calcio – sia maschile, sia femminile. Le tre principali tematiche affrontate sono il sessismo, l’omofobia e il razzismo. Una lente viene puntata anche su cosa significhi, nello specifico, essere un rifugiato o una rifugiata e giocare a calcio.

Molte sono le stelle che intervengono nel corso del documentario, condividendo le loro esperienze, i loro suggerimenti e le speranze per il futuro. Dal calcio maschile abbiamo ad esempio Paul Pogba e Moise Kean che raccontano gli episodi di razzismo da loro subiti in Italia, nello specifico nella partita Fiorentina – Juventus (nel caso di Moise Kean) e durante Cagliari – Juventus (Paul Pogba). Le loro testimonianze evidenziano come il razzismo sia una piaga talmente radicata nel comportamento di molti tifosi da diventare un fenomeno normalizzato e, per questo, ancora più pericoloso; più difficile da riconoscere e da condannare.

L’altra grande forma di discriminazione analizzata è l’omolesbofobia. In questo caso, il calcio femminile viene presentato come un esempio virtuoso e di auspicabile ispirazione per il calcio maschile. Si sa, infatti, che se nelle squadre femminili il tema è ormai quantomeno sdoganato (se pur non sempre affrontato adeguatamente), anche grazie anche al coming out di molte calciatrici, il grande problema del calcio maschile è non avere ancora nessun “apripista”, nessun calciatore di rilievo (dopo Justin Fashanu) che abbia fatto coming out e che possa essere da esempio per i colleghi. Eppure è spesso l’esempio di chi riesce per primo a fare coming out a dare la forza a chi lo segue di fare lo stesso: lo conferma anche la testimonianza di Pernille Harder, compagna di Magdalena Eriksson, che nel documentario dice di aver riscontrato meno difficoltà nel vivere apertamente la sua relazione proprio perché già moltre altre calciatrici avevano fatto coming out.

Molte delle calciatrici che intervengono fanno inoltre emergere il terzo grande tema del documentario: il sessismo. L’inglese Lucy Bronze, ad esempio, afferma che se giochi a calcio e sei una donna, inevitabilmente subisci una qualche forma di sessismo nel corso della tua carriera – che tu ne sia consapevole o meno. L’olandese Nadia Nadim concorda con la collega e fornisce un prezioso spunto di riflessione, sottolineando come spesso le stesse persone che lottano contro altre discriminazioni, quali ad esempio il razzismo, non riconoscono invece il sessismo come una discriminazione altrettanto grave.

Oltre a parlare di sessismo, Nadim apporta anche un ulteriore, importantissimo elemento, condividendo la sua esperienza di rifugiata e raccontando di come iniziò a giocare a calcio grazie alla squadra del campo profughi in cui ha vissuto da bambina.

In definitiva, “Outraged” riesce nell’intento di mettere in luce le discriminazioni dando voce proprio a chi le subisce in prima persona. Sorprendentemente, ci lascia anche con un senso di speranza, piuttosto che scoramento, sottolineando il grande potere del calcio che, se usato nel modo giusto, può farsi strumento promotore di cambiamento nel mondo dello sport e, più in generale, nella società tutta. Come dice Dejan , insomma, la cosa bella del calcio è che unisce le persone e fa parlare a tutte la stessa lingua. Se si tiene a mente questo grande potenziale e – soprattutto – se si passa all’azione e si cessa di restare in silenzio di fronte alle discriminazioni, allora c’è davvero speranza per un futuro più equo e realmente inclusivo.

Martina Cappai
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