Tutti gli avvenimenti storici hanno il potere di dividere il tempo in un prima e un dopo. Prima di Cristo, dopo Cristo, prima dell’invenzione della scrittura, dopo l’invenzione della scrittura, prima della partita di San Siro, dopo la partita di San Siro.

Una persona mi ha detto che la storia non la scrive nemmeno chi vince, la scrive chi la scrive. Ed ha ragione. Proprio per questo lunedì scorso l’hanno scritta in tanti. Tanti, compresa Valentina Giacinti.

S’è detto, portare la fascia del Milan è un bella responsabilità, calcare un palcoscenico del genere è una grande occasione, sappiamo tutto, ma sarebbe il caso di ricordare anche che non sono solo le ragazze ad aver meritato San Siro, è San Siro stesso che ha meritato quella gara.
Che poi credo debba valere un po’ per tutti, davanti ad un sogno, ad un obiettivo raggiunto, è bene fermarsi a guardare quanto del nostro impegno ha meritato e quanto ne merita ancora. In fondo una cornice valorizza sì un quadro ma, per quanto bella, se il quadro non è già un Van Gogh non può trasformarlo, non son queste le magie che ci regala questo mondo.

Sul Times si scriveva che San Siro “Quando è illuminato, sembra un’astronave atterrata nella periferia milanese” e dalla percezione delle persone pare che ci siano state davvero extraterrestri in carne ed ossa stavolta. Ma la storia se ne frega, ed è rimasta coerente a tutto quello che è Milan – Juventus da oltre cento anni: un po’ le due facce della calcio italiano, una familiare e tradizionalista, l’altra televisiva e trasformista.

Così s’è scritta, ha scelto una gara poco brillante e di manovalanza, ha scelto il poco pubblico sugli spalti, ha scelto il dieci sugli scudi che risolve la partita, ha scelto tanto di costume ma le donne non sono come gli uomini.

Sì, va detto, il calcio femminile non è quello maschile perché i calciatori non hanno più un obiettivo comune, sono dove sono per normalità, non hanno sudato sulle loro maglie come collettivo per arrivarci; certo, qualcuno l’avrà fatto ai tempi ma non loro e, parafrasando Bertoli, la fame è un debole pensiero per chi l’ha avuta solo nelle orecchie.

Ma questa non è un celebrazione fine a se stessa, è più un j’accuse perché ci vorrebbe una Valentina Giacinti per ogni tifoso che ha insultato Lorenzo Chiesa, ci vorrebbe una Valentina Giacinti per ogni persona che ha costruito castelli in aria su Juventus – Napoli, ci vorrebbe una Valentina Giacinti per ogni volta che le passioni più che al parossismo sono spinte all’idiozia.

Che ha fatto Valentina Giacinti? Ha pubblicato un post. Una cosa semplicissima, una cosa che facciamo tutti anche da seduti in bagno per passare tempo. La numero 9 ha preso una sua foto con la protagonista dell’altra parte della storia, Cecilia Salvai e ci ha scritto due righe come didascalia: “È stato un bel duello contro uno dei difensori più forti d’Europa.” Niente di strano, bello sì ma strano no. Il punto però è che fa strano, sicuramente è inusuale, basta leggere i commenti, stupiti e di lode per qualcosa che evidentemente manca a tutti o che forse si inizia ad aver paura di perdere, come se il mondano alla lunga facesse fare le valigie allo sport.

Ma non c’è da preoccuparsi, non in questi termini almeno. Quelle di una competizione più sana e ariosa non sono caratteristiche intrinseche, non è che il calcio femminile è più sportivo per definizione, dipende tutto da chi lo fa. Il vantaggio è che, a volte, senza denigrare i momenti in cui possono volare “vaffa” in campo, si ha quasi la sensazione che muoversi sia un unicum, non solo il Milan, la Juventus, la Roma o la Fiorentina ma tutti. A memoria non ricordo di un calciatore italiano seguito da una colonia virtuale in Champions League come è stata seguita Alia Guagni alla prima con l’Atletico.

Valentina Giacinti è una delle migliori espressioni di tutto questo come ha dimostrato riconoscendo i meriti di Cecilia Salvai, non per vana gloria, non per pubblicità ma per correttezza e onestà intellettuale che non ci sarebbe competizione senza un avversario.

Non sante ma umane eccolo il tipo di magia che ci vende questo mondo qua. Magia a cui ci siamo quasi disabituati.

Marialaura Scatena
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