La  Federazione finlandese compie un ulteriore passo verso la parità, rimuovendo l’aggettivo “femminile” dal nome del campionato, che diventa quindi semplicemente “Kansallinen Liiga”, ossia Campionato Nazionale

In Finlandia si sta aprendo sempre più la strada verso un’effettiva parità di genere nel calcio.

Nel 2019 era stata introdotta la parità di salario fra la nazionale femminile e quella maschile, il che aveva reso la Federazione finlandese uno dei pochissimi casi virtuosi al mondo ad aver raggiunto l’equal pay.

Chiaramente la parità salariale da sola non basta per poter dire di aver raggiunto una vera equità, proprio perché la disparità non colpisce solo la sfera salariale, ma ogni ambito della vita delle donne.

Lo stesso presidente della Federazione, Ari Lahti, è cosciente del fatto che il percorso è ancora lungo ed è fondamentale non adagiarsi sugli allori:

“Sarà necessario ancora molto lavoro per raggiungere la completa parità. Speriamo vivamente che gli altri campionati, sia in Finlandia sia nel resto del mondo, seguiranno il nostro esempio. Abbiamo l’ambizione di farci pionieri e pioniere per la parità agli occhi dell’intera comunità sportiva.” Queste le sue parole riportate su The Guardian.

Ed effettivamente l’equal pay era solo il primo passo di quello che è un vero e proprio piano nel lungo termine con cui la Federazione finlandese ha deciso di impegnarsi concretamente.

Il passo successivo è stato proprio il cambio di nome del campionato, che è passato dall’essere definito come “campionato femminile” al venire denominato semplicemente “campionato nazionale”.

Forse qualche persona si chiederà se fosse necessario. O cosa possa cambiare ora che hanno semplicemente tolto un aggettivo. Ed effettivamente potranno sembrare piccolezze, ma pensiamoci: perché per il calcio femminile bisogna specificare che si tratta di squadre femminili, mentre nel caso del campionato maschile si può parlare semplicemente di “calcio”?

È evidente che questo genera inevitabilmente un punto di partenza – una norma – che è il calcio maschile; e dall’altra parte una variante, una devianza (proprio nel senso stretto del termine, in quanto allontanamento da quella che è la norma) che è il calcio femminile. Come a dire: “Precisiamolo, non è calcio-calcio, è calcio-femminile.”

Quindi, a rigor di logica, o si aggiunge il “maschile” al campionato degli uomini, o si toglie l’aggettivo in entrambi i casi.

E ribadiamo: è una piccolezza. Certo. Ma è proprio il linguaggio stesso a insegnarci che tante piccolezze – tante singole lettere – vanno a formare parole, intere frasi e poi interi codici e immaginari.

Ogni singola parola da noi usata contribuisce a creare il modo di raccontare il mondo che ci circonda e la nostra prospettiva su di esso. Quindi no, non sono solo parole. Non sono solo aggettivi. Ecco perché la parità passa anche da qui.

Martina Cappai