Il minuto è il 77′ e il punteggio ha ormai decretato vinti e vincitori all’Estadi Johan Cruyff.

L’allenatore del Barcellona, Lluis Cortes, fa un cenno al suo collaboratore e gli dice “Ok, adesso!”. Del resto tutti aspettavano solo il gol, della protagonista di giornata, arrivato cinque minuti prima.

Gli oltre 2400 spettatori del nuovissimo impianto blaugrama sono ora tutti in piedi, tutti ad applaudire e rendere omaggio ad Alexia Putellas, per lei sono 300 volte con la maglia del Barcellona Femenì.

Alexia è il Barcellona e il Barcellona è Alexia, un legame viscerale, una di quelle storie d’amore che solo il calcio sa rendere epiche.

Cresciuta con il mito blaugrana, nel 2005, Alexia, entra a far parte, a undici anni, della cantera più famosa del mondo. È un sogno che si realizza.

Putellas a differenza di tante calciatrici, non ha iniziato a giocare a calcio con i maschi. Lei da piccola non voleva assolutamente essere in una squadra maschile. “O mi fate giocare con le femminine o non gioco”. Quando si dice, avere le idee chiare sin da bambina.

L’anno dopo il suo arrivo nel settore giovanile del Barcellona, arriva la doccia gelata. Il club catalano decide di chiudere le categorie inferiori de La Masia e la piccola Alexia deve andare altrove ad inseguire il suo sogno di diventare una grande calciatrice.

Passa ai rivali cittadini dell’Espanyol. Nel 2010, ad appena sedici anni, fa parte della prima squadra che conquista la Copa de la Reina.
Il talento di Putellas è sui taccuini di diversi osservatori di calcio femminile, ancora pochi in realtà per quegli anni. Il futebol femenino spagnolo non aveva ancora raggiunto la notorietà di cui gode adesso.

L’anno dopo per lei si fa avanti il Levante che fa di tutto per prendere quella ragazzina che con la palla ai piedi sembra già una veterana.
A Valencia la calciatrice catalana, nata a Mollet del Vallés, colleziona 34 presenze e realizza 15 gol. A Barcellona decidono che è arrivato il tempo di far tornare Alexia a casa.

Da allora la ragazzina che non voleva giocare con i maschi è cresciuta, è diventata una donna, una fuoriclasse. In Spagna nessuno dimentica la finale di Copa de la Reina del 2013, quando Putellas ha incantato tutti, siglando un gol spettacolare. E c’è da dire che di fenomeni nella capoluogo catalano se ne intendono, avendo avuto la fortuna di ammirare i più forti giocatori al mondo in ogni epoca.

Il 16 giugno del 2013, alla Ciudad del Fútbol de las Rozas, si affrontano Barcelona Femenì e Prainsa Saragozza. Al 41′ del primo tempo, le blaugrana sono già avanti di due gol. Dalla destra, all’altezza della trequarti del Barcellona parte un lancio in verticale per Alexia che intuisce il corridoio giusto e arriva sulla palla. La giocatrice catalana accarezza la palla con un controllo di sinistro e si trova in mezzo a due avversarie una dietro e una davanti. Racconterà a fine partita che quello che ha fatto è stato puro istinto. Col piede destro ferma la palla, col sinistro la porta avanti: il risultato è che lascia sul posto le due avversarie e si invola vero la porta dribblando il portiere in uscita e infilando la palla in rete.

Quel gol diventa virale e a soli 19 anni, Alexia è già l’emblema della filosofia di gioco del Barcellona.

Domenica scorsa, contro lo Sporting Huelva, la numero 11 del Barcellona ha raggiunto il traguardo delle 300 presenze. Solo tre giocatrici hanno fatto meglio di lei e sono Melanie Serrano, Marta Unzué e Vicky Losada.

In carriera ha vinto 3 campionati, 3 Coppe della Regina e una Supercoppa. Quest’anno arriverà con tutta probabilità il quarto titolo nazionale, ma il vero grande obiettivo di Alexia è la Champions League.
Lo scorso anno raggiunse la finale, persa in malo modo contro i Lione.

Cresciuta col mito di Rivaldo e imitando Iniesta, oggi la stella di Alexia brilla forte nel firmamento spagnolo, come quella che dal cielo si illumina ogni volta che la giocatrice sfodera una prestazione super o alza un trofeo. È suo papà, mancato anni fa, a cui Alexia dedica ogni sua gioia.
Non stupitevi quando la vedete alzare il dito verso cielo dopo un un gol, sta solo ringraziando chi, dall’alto, le indica il cammino.

Giuseppe Berardi

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