A trovarsi in mezzo alla bufera della Super League di questa settimana e, secondo quanto riportato dal Telegraph, senza neanche essere interpellate sulla vicenda, ci sarebbero state le controparti femminili dei club coinvolti.

Se da un lato ha quasi sorpreso la considerazione, dall’altro non ha stupito che quello presentato dai club fondatori, più che un progetto, fosse quasi una promessa, fatta più per prassi che per intenzione. Delle dodici squadre sedute al tavolo della Super League, infatti, l’unica ad aver vinto una sola volta la Uefa Women’s Champions League era l’Arsenal, mentre nove club ad oggi non si sono nemmeno mai qualificati. Il Manchester United, che dal 2005 al 2018 ha declinato l’invito a creare la propria squadra femminile, ora occupa il quarto posto del campionato inglese, la Women’s Super League, che sembra peraltro indicare una superficiale riflessione sul nome scelto per il nuovo campionato. Il Liverpool invece milita nella seconda divisione e ha mancato anche quest’anno la promozione.

Ipotizzando, come proposto inizialmente dai club, una Superlega affiancata ai campionati nazionali e alla Women’s Champions League, il maggior numero di partite avrebbe potuto portare ad aumento del livello tecnico e della visibilità del movimento. Punti questi ai quali la Uefa ha in parte cercato di mettere mano con il nuovo formato a gironi della UWCL, che garantirà qualche partita in più anche alle squadre italiane, ma che sarebbe molto più efficace al fine di un incremento del livello tecnico europeo se affiancato da una competizione equivalente all’Europa League ad oggi assente.

A penalizzare la competitività del torneo sarebbe però, sarebbe stata la quasi totale assenza di meritocrazia nell’accesso. Considerando alla pari squadre maschili e femminili forse l’unica volta che non andava fatto, sarebbe rimaste infatti escluse dalla competizione alcune storiche squadre del movimento, come l’Olympique Lyonnais, vincitrice della Champions negli ultimi cinque ed eliminato solo pochi giorni fa dal Psg, altra assente, le tedesche Wolfsburg e Bayern Monaco e le svedesi di Rosengard. L’importanza della meritocrazia nello sport è stata sottolineata infatti anche dall’intervento sulla questione di Ada Hegerberg, vincitrice di cinque Champions e miglior marcatrice della storia del torneo.

Lo sbilanciamento tra meriti guadagnati sul campo e privilegi derivati dall’essere parte di società fondatrici della Superlega sarebbe stato in parte risolto tuttavia ipotizzando valida anche per il femminile la possibilità di aggiungere alle 12 partecipanti fisse altri club per meriti sportivi.

L’esclusione invece dai campionati nazionali minacciato dalla Uefa, avrebbe costretto ad una ridiscussione dell’ accordo triennale per i diritti tv tra WSL, BBC e Sky Sport e del nuovo modello finanziario della Champions League sul quale la prossima settimana la Uefa fornirà maggiori dettagli. Secondo indiscrezioni del Guardian tuttavia, sarebbe prevista la redistribuzione di 10 milioni di sterline dalla competizione maschile a quella femminile e la presenza di un unico broadcaster. Dettaglio questo non da poco visto che la Uefa finora non ha di certo agevolato la fruizione della maggior competizione europea per club al femminile, con partite dei quarti di finale come Barcellona-Manchester City programmate per le 12:30 di mercoledì e visibili in streaming solo da questa stagione su siti come Ata Football e Wnited. D’altro canto, come riportato da Adnkronos, la Superlega avrebbe contribuito per la mutualità, in favore di calcio femminile, calcio giovanile e calcio di base con 434 milioni l’anno per i prossimi 23 anni.

Per la Serie A, perdere Juventus, Milan e Inter avrebbe probabilmente vanificato i passi avanti fatti negli ultimi cinque anni e rimesso nuovamente in discussione il professionismo. Pesanti anche le ripercussioni sulla nazionale: mentre Mancini avrebbe rinunciato a 8 giocatori sui 38 convocati per l’ultima sfida di qualificazione ai mondiali del 2022, Milena Bertolini avrebbe dovuto fare a meno di 16 giocatrici sulle 35 convocate in occasione dell’ultima amichevole contro l’Islanda, tra cui ben 8 titolari su 11.

Questo accordo, fatto su misura dei club maschili e nel quale i club femminili sarebbero stati trascinati, avrebbe probabilmente avuto più svantaggi che benefici, impostando anche per il calcio femminile logiche che non si stanno rivelando valide nemmeno per le squadre maschili.

In un periodo storico in cui finalmente il calcio femminile si stava avviando verso un modello economico sostenibile, con ingaggi umani, maggior coinvolgimento di pubblico, accordi per diritti tv e investitori del calibro di Serena Williams, Natalie Portman, Chelsea Clinton negli Stati Uniti, sarebbe meglio puntare ad una crescita più graduale e impostata sulle esigenze e le caratteristiche di questo calcio senza fare il passo più lungo della gamba.

Redazione L Football