Dal calcio femminile ci aspettiamo di più. Forse, in una visione ancora un po’ idilliaca di questa realtà sportiva, io mi aspetto di più. Perché tanti amanti di questo sport meraviglioso, a un certo punto del loro legame con questa passione eterna, hanno avvertito un vuoto di ideali, il bisogno di tornare alle origini, di recuperare la genuinità del semplice amore per il gioco e per chi lo rende vive.

Il calcio femminile ha tutto questo, il calcio femminile sa usare una voce che non ascoltavamo da tempo, sa rendere lo sport un mezzo e non soltanto un fine. Per questo motivo, quando – per la prima volta probabilmente – il privilegio di cui queste atlete sono insignite oggi, seppure in maniera sempre ridimensionata rispetto alla controparte maschile, viene usufruito con tale egoismo e noncuranza delle possibilità concesse, la delusione è tanta e le scuse sono necessarie.

Non siamo noi tifosi a dover beneficiare di questa apologia, abbiamo diritto a un’opinione, alla libera espressione, alla disapprovazione o a quella sensazione di triste rassegnazione per aver perso quella valvola di sfogo di cui in tanti avevamo bisogno in questo week-end, ma non siamo senza peccato e non spetta certamente a noi scagliare la prima pietra. L’aspetto davvero negativo di questa storia è la realizzazione che questa infamante vacanza a Dubai, in un tempo e in un mondo in cui la normalità è solo un miraggio e ognuno di noi lotta quotidianamente per adattarsi a tutti i cambiamenti che stravolgono la nostra vita, va a contrastare tutto ciò che il calcio significa. Tutti quei valori che il calcio femminile aveva recuperato e risvegliato poiché sopiti da troppo tempo tra le fondamenta del calcio maschile.

Lasciare una nazione in lockdown, con o senza autorizzazione del governo o del proprio club di riferimento, ignorare l’emergenza sempre in crescita proprio nel Regno Unito per la massiccia ondata di contagi, diventare possibile corriere di un virus che sta mutando e mettere a rischio la comunità di partenza e quella di destinazione per il semplice bisogno di soddisfare una necessità marginale in una località turistica che sembra non rispondere allo status quo vigente di regole e controlli, significa scegliere di voltare le spalle alla coscienza civica, fingere ignorantemente di non notare o capire la drammaticità della realtà che stiamo vivendo e dare per scontato infine l’importanza del privilegio di poter continuare a giocare, viaggiare per le trasferte e semplicemente abbracciare l’unicità di ogni singolo giorno in confronto a tutti coloro che quotidianamente non possono vantare questa possibilità.

Quasi l’intero week-end di calcio che avrebbe chiuso il girone d’andata di questa stagione di Women’s Super League è stato posticipato a causa dell’alto tasso di positività al COVID-19 riscontrato al ritorno dalla pausa invernale in occasione delle feste natalizie e le responsabilità per questa situazione sono molteplici. Del governo britannico e di conseguenza della Federazione in primis, che hanno permesso al principio – prima delle nuove restrizioni – di lasciare il territorio nazionale nonostante l’incontenibile emergenza. Dei club, che hanno avallato questa decisione, che hanno scelto di guardare altrove quando anche le regole prestabilite erano state infrante e che hanno poi preteso che un’eccezione venisse concessa a loro favore. Infine delle singole parti coinvolte, che egoisticamente hanno favorito esclusivamente il benessere individuale noncuranti delle conseguenze che si sarebbero riversate su tutta la squadra.

È difficile immaginare un ritorno in spogliatoio e il recupero dell’essenziale cameratismo di un gioco di squadra quando determinate compagne hanno volontariamente messo a repentaglio i sacrifici e l’impegno di una maggioranza che invece aveva scelto di lavorare insieme per un obiettivo comune; dovrebbe almeno essere scomodo per le persone coinvolte nella questione Dubai del Manchester United tornare in campo e incontrare chi, come Tobin Heath e Christen Press, ha rinunciato a tornare a casa dalle famiglie, ha perso momenti irripetibili come un matrimonio o la nascita di un bambino, e infine ha anche respinto la chiamata della Nazionale per un bene collettivo. Sarebbe solo legittimo per le calciatrici dell’Arsenal che non hanno potuto fare a meno di questo “viaggio della vita” affrontare lo sdegno e la rabbia di chi è rimasto ma soprattutto di chi, come Jennifer Beattie, rischierebbe molto di più di una partita in caso di contagio.

È demoralizzante notare poi quanto la Federazione abbia in seguito protetto i club maggiori colpiti da questa ricercata e voluta positività al COVID (in primis Manchester City e Arsenal) posticipando le gare in programma per il week-end poiché a corto del numero minimo di elementi disponibili in rosa, quando in precedenza questa richiesta era stata respinta per club dal nome meno risonante.

È ancora più scoraggiante rendersi conto che finora l’unica ad assumersi la piena responsabilità di quanto avvenuto e a chiedere pubblicamente scusa per le sue decisioni e anche per quelle compiute dalle sue calciatrici è Casey Stoney, guida del Manchester United. In una recente intervista infatti, Stoney non si è nascosta nel silenzio, non ha voltato lo sguardo altrove ma, come solo un vero leader sa fare, ha affrontato le domande, le accuse e il processo mediatico che ne è derivato, ha ammesso colpe personali e collettive e si è mostrata in tutta la sua ammirevole schiettezza, nel bene e nel male. Particolarmente attenta e vicina alle esigenze della salute mentale delle sue calciatrici. Stoney ha riconosciuto la responsabilità di aver permesso alle componenti della sua squadra di raggiungere le rispettive famiglie nella pausa natalizia, affidandosi forse ingenuamente al buon senso individuale e al rispetto dei protocolli. E se il rischio corso da Jackie Groenen o Ona Batlle di tornare rispettivamente in Olanda e in Spagna è stato moralmente approvato e calcolato, la decisione di altri membri del team di usufruire di questo privilegio per raggiungere una meta puramente turistica e problematica come Dubai ha posto Stoney di fronte al suo errore di giudizio.

L’elogio per l’impegno e la lealtà dimostrata da Tobin Heath in questa situazione era inevitabile ma soprattutto ciò che Stoney ha ribadito è stata la sua ferrea e coerente volontà di continuare a giocare, di disputare anche le partite più difficili senza rinvii e posticipi, così come il Manchester United ha sempre fatto, anche quando era il loro collettivo a presentare numerose e imponenti assenze a causa di infortuni e positività.

Proprio nell’anno in cui la Women’s Super League abbracciava la possibilità di portare in scena la sua stagione più competitiva e variegata, la Football Association compie un innegabile passo falso che non solo arresta lo sviluppo del percorso di crescita di numerose squadre ma dimostra anche di aver sottovalutato pericolosamente l’impatto dell’emergenza attuale e rivela l’ingiustizia di un favoritismo radicale nei confronti dei club d’élite. Le singole calciatrici coinvolte invece nel viaggio a Dubai hanno tradito senza mezzi termini l’essenza di uno sport in cui la collettività dovrebbe rappresentare il suo perno principale e l’interesse comune dovrebbe diventare obiettivo universale, soprattutto in momenti così problematici e catartici a livello umano.

Le scuse delle dirette interessate non risolverebbero un grave errore già compiuto ma sarebbero almeno un punto di partenza da cui ripartire per non dimenticare la bellezza più intrinseca del calcio femminile.

Rita Ricchiuti
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