Non esistono Olimpiadi che si rispettino senza una protesta che renda il torneo più di una semplice competizione.

Era il 2016 quando Megan Rapinoe scoperchiò il vaso di Pandora per la prima volta. La cocente sconfitta della Nazionale statunitense femminile alle Olimpiadi di Rio non fu a conti fatti il momento più difficile della squadra quell’anno. Durante l’incontro di NWSL tra Seattle Reign e Chicago Red Stars, Megan Rapinoe decise di inginocchiarsi durante l’inno nazionale in supporto alla protesta intrapresa mesi prima dal quarterback statunitense Colin Kaepernick, a favore del movimento “Black Lives Matter”.

In un solo momento, Rapinoe mise a rischio non solo la sua intera carriera proprio come Kaepernick ma anche rapporti personali e relazioni familiari. L’eco del suo gesto paradossalmente ebbe una maggiore risonanza dei reiterati e innumerevoli casi di omicidio che negli anni attanagliavano la comunità afro-americana per mano delle forze dell’ordine.

In un’America pronta a inaugurare una parentesi di storia politica intollerante e oscura, Megan Rapinoe era appena diventata il nemico numero uno del patriottismo. E la Federazione calcio statunitense sembrava la portavoce di questo sentimento. Dopo aver allontanato Rapinoe dalla squadra per una serie di amichevoli che la Uswnt avrebbe disputato per chiudere il 2016, la USSF rese la sua decisione anticostituzionale ufficiale. Al di là della libertà di espressione promossa dal Primo Emendamento, alle calciatrici della Uswnt era proibito inginocchiarsi durante l’inno nazionale.

Credere che il calcio e lo sport in generale, oggi più di ieri, debbano restare immuni ed estranei alle questioni sociali che affliggono l’umanità è un pensiero che viaggia in bilico tra ignoranza e pericolosa indifferenza. Ma più di tutto è una convinzione che diventa sempre di più anacronistica, destinata a eclissarsi come ogni divieto che neghi i diritti umani di base.

E proprio le Olimpiadi sono state da sempre palcoscenico di proteste e lotte che non possono restare a bordocampo.

Nel 1906, durante i Giochi Olimpici di Atene, Peter O’Connor, corridore irlandese, dopo aver scoperto di dover gareggiare sotto l’egida della Gran Bretagna a causa della mancanza di un comitato olimpico in Irlanda, si arrampicò sul palo che sventolava la bandiera britannica nello stadio per sventolarne una di colore verde e gridare al mondo la sua appartenenza patriottica. Quella stessa bandiera accompagnò O’Connor alla conquista di tre medaglie d’oro nei giorni seguenti. Si trattò di una protesta che rientrava in quel periodo nel contesto di una ribellione storico-sociale più ampia e duratura che l’Irlanda da troppo tempo ormai aveva messo in moto contro la monarchia britannica per ottenere finalmente l’indipendenza da un regno che in fondo aveva costantemente ignorato le loro problematiche.

Ben più celebre e vicina anche alla contemporaneità fu la protesta del 1968, durante le Olimpiadi di Città del Messico. I corridori statunitensi John Carlos e Tommie Smith, sul podio per aver conquistato la medaglia d’oro e di bronzo, alzano il pugno al cielo durante l’esecuzione dell’inno statunitense, simbolo della lotta della comunità nera. In un anno eufemisticamente catartico per la storia mondiale, negli Stati Uniti pochi mesi prima Martin Luther King era stato assassinato e la lotta della popolazione afro-americana per il raggiungimento di diritti umani equi aveva perso la sua voce più influente.

Carlos e Smith non ebbero la stessa fortuna di O’Connor. Fu la fine della loro carriera sportiva ma l’inizio di un movimento sociale che vede nello sport un mezzo per un fine più importante di una medaglia d’oro.

Ma il Comitato Olimpico Internazionale sembrava non aver ricevuto il memo a riguardo. Come se le Olimpiadi di Tokyo non fossero già nate sotto una cattiva stella, nel 2020 l’IOC aveva infatti predisposto nuove linee guida di comportamento impedendo agli atleti qualsiasi forma di protesta politica, etnica o religiosa. L’insurrezione conseguente le direttive era stata tale da convincere il comitato a modificare il divieto, permettendo agli atleti di esprimere una forma pacifica di protesta nel rispetto dei rivali. Ma alla viglia dell’inizio del torneo di calcio femminile, prima ancora della cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici di Tokyo, un nuovo tentativo di oscuramento della libertà d’espressione era stato avanzato.

Il Comitato Olimpico aveva infatti predisposto una totale censura mediatica nei confronti della protesta. La maggior parte delle squadre nazionali di calcio femminile infatti avevano scelto di inginocchiarsi prima delle battute iniziali delle rispettive gare. Ma nonostante la “concessione”, l’IOC aveva impedito che le immagini della protesta si diffondessero attraverso social network e piattaforme web.

Ad ogni modo, in seguito a una nuova ondata di polemiche, il Comitato è tornato sui suoi passi poche ore dopo la conclusione della prima giornata dei Giochi. È sugli account social ufficiali delle Olimpiadi di Tokyo che compare infatti per la prima volta l’immagine di Lucy Bronze, terzino della Nazionale britannica femminile, inginocchiata prima del fischio d’inizio della partita contro la compagine cilena, dove entrambe le formazioni erano unificate nella protesta.

In seguito all’ennesimo cambio di direzione dunque, la censura è stata revocata e le immagini delle squadre che hanno aderito al movimento hanno invaso tutti i media.

Ma proprio nel torneo di calcio femminile, un’altra foto ha aperto una nuova discussione. Se la Nazionale neozelandese femminile non solo si è inginocchiata prima dell’inizio della partita inaugurale ma si è anche espressa a riguardo ribadendo l’impegno solidale nella protesta a supporto della Black Lives Matter, le Matildas hanno formato a centrocampo una catena umana restando però in piedi.

Il gesto non è passato inosservato ma le ragioni che l’hanno generato sono diverse da una semplice scelta di dissociazione. Già durante il momento della foto pre-partita di rito, la formazione australiana aveva dispiegato e messo in mostra una bandiera simbolo degli australiani aborigeni, rappresentati nella squadra stessa da Kyah Simon e Lydia Williams.

È proprio a loro che le Matildas hanno lasciato le redini della voce della Nazionale, decidendo di comune accordo di aprire dunque una protesta parallela che faccia luce su una diversa discriminazione che le atlete australiane sentono particolarmente vicina.

Il capitano della Nazionale Sam Kerr si è poi fatta portavoce della scelta spiegandone proprio le ragioni e ribadendo soprattutto non solo l’unità alle spalle della protesta ma anche il percorso per la ricerca di una nuova identità di squadra, che recuperasse le radici passate e le ricongiungesse alla cultura contemporanea.

Seppure in questo modo la protesta legittima australiana rischi di apparire dissociativa nel contesto di una discussione che invece coinvolge in realtà tutta la popolazione mondiale, la decisione delle Matildas dimostra ancora una volta quanto le Olimpiadi ma soprattutto il calcio si stiano aprendo sempre di più alla necessità di avere uno scopo che vada anche oltre i tre gradini di un podio.

Il calcio non è “solo un gioco”, mai lo è stato per davvero e mai probabilmente lo sarà. E per quanto sia fondamentale per noi tifosi considerarlo sempre una via di fuga da una realtà tante volte difficile da affrontare, il calcio fa parte di questa realtà e ci sono traguardi più importanti di una coppa o di una medaglia che questo sport può raggiungere.

Il calcio rimarrà sempre “the beautiful game” ma quando si comincia a giocare per un risultato diverso da una vittoria o da una sconfitta, in quel momento diventa ancora più bello.

Rita Ricchiuti
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