“Ringrazio te Calcio, per avermi dato la possibilità di conoscere. Sì, conoscere persone stupende, culture diverse, visioni opposte. Conoscere la vittoria che porta gioia, e la sconfitta che ti fa incazzare ma ti porta a lavorare ancora più duramente per raggiungere i tuoi sogni. Mi hai insegnato cos’è il sacrificio, la perseveranza e la pazienza. Mi hai insegnato che cadi sette volte e ti rialzi otto. Ti porterò sempre con me, nel taschino in alto a sinistra, dove vanno tutte le cose belle della vita. Grazie.”

Lo scrive Ilaria Mauro sul suo profilo Instagram dopo aver pubblicato una serie di foto per ripercorrere la sua carriera. 

Ilaria Mauro si ritira, credo sia abbastanza per farsi venire le paturnie. Cosa siano le paturnie lo spiegava bene Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”: “Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando o perché piove. Ma è diverso. No, le paturnie sono orribili: è come un’improvvisa paura di non si sa che”.

Aver paura, senza sapere di cosa, è logico quando cambia qualcosa che è stato costante per anni e ci ha accompagnato per tutto un tratto della nostra vita, proprio come Ilaria Mauro ha fatto con chi segue il calcio femminile.

A metà tra la generazione che da Panico arriva a Gabbiadini e quella che da Galli arriva al duemila, la punta azzurra è stata la giocatrice di tutti, grandi, bambini, esperti, curiosi e amanti.

Più che normale che arrivino le paturnie quando si è costretti a spuntare un altro nome sulla lista delle Ragazze Mondiali ma allora qual è la soluzione? Holly Golightly andava da Tiffany, sì Tiffany il gioielliere, a fare colazione guardando la vetrina, ai tifosi del calcio invece non resta che godersi un video o correre allo stadio. È una cosa che calma subito, quel brusio, quell’aria superba, lì non può accaderti niente di brutto. Solo che stavolta allo stadio non c’è Ilaria Mauro quindi la colazione più che davanti ai cancelli, in attesa che aprano per la prossima giornata di Serie A, è meglio farla direttamente con lei:

– Ma dimmi, allora, quel gol al Brasile te lo ricordi ancora? Eri in mezzo a due difensori, Gabbiadini ti accomoda un pallone a destra, tu tagli la strada ad una di loro, ti porti avanti la sfera e, appena entrata in area, come se la linea avesse la stessa importanza che ha per chi fa salto in lungo, lanci in orbita un missile di destro, all’incrocio, secco. In panchina applaudivano, qualcuno si è messo le mani in testa: cosa avevi combinato! Non c’era neanche il nome sulla maglia, solo il 9, diglielo a qualcuno adesso, era un esercizio complesso riconoscere le interpreti per chi guardava una volta ogni tanto. E il cucchiaio contro il Galles? Un colpo da 11, abbastanza forte da far cadere la neve dalla traversa e preciso da entrare in porta.

Oppure quello da rapace, con la Fiorentina contro la Juve, una spaccata un po’ rocambolesca e la zampata di sinistro. A proposito di rocambolesco, c’è quello contro l’Hellas Verona, con la maglia dell’Inter, da centravanti che “non importa come basta che sia gol”. È una questione di testa alla fine, come quella volta in Champions League contro il Fortuna Hjørring, a Firenze, una frustata e una punizione in mezzo all’area è diventata magicamente gol. 

È rimasto un po’ di zucchero sul fondo della tazzina, tirarlo via con il cucchiaino è da bambini ma probabilmente è quando si fanno le cose da bambini senza preoccuparsi che lo siano che si è davvero adulti.

 – Diciamolo che le dirette su Instagram durante la quarantena erano più divertenti delle lezioni online e dello smart working. Si dice sempre dei personaggi della televisione che entrino nelle nostre case ma tu gli hai un pochino rubato il mestiere. Il bello è che non abbiamo mica dovuto tirar fuori il servizio da dodici per accoglierti, quello delle grandi occasioni, e non perché non lo fosse ma perché ti saresti accontentata anche dalla pasta con il tonno. Delle prime volte al campetto, eccetto qualche foto da cuore di mamma, non è che si hanno highlights, eppure l’hai restituita così bene quell’emozione che tante bambine hanno convinto i genitori a credere in quello in cui loro credono e che tu hai realizzato. È bello poter andare dai tuoi e dire “Guardate, c’è questa ragazza qui, si chiama Ilaria Mauro.

Ha iniziato a giocare a sette anni nei pulcini della Reanese, maschi eh. Poi è arrivata al Tavagnacco e ha indossato quella maglia per centinaia di volte. Ad un certo punto, a venticinque anni, ha preso armi e bagagli ed è andata in Germania, prima al Sand e poi al Turbine Potsdam. Nel frattempo si metteva addosso l’azzurro tutte le volte che l’Italia chiamava finché ha chiamato talmente forte che è finita alla Fiorentina.

Ha segnato, vinto e soprattutto ha giocato il mondiale, proprio quello, in Francia. Nell’ultimo periodo, nonostante quel po’ di attenzione che si prendono i malanni, ha giocato a Milano, nell’Inter, mettendo la sua esperienza a disposizione di una squadra nuova in serie A, come fa un adulto quando si piega sulle ginocchia per suggerirti cosa fare nell’orecchio” quali genitori desisterebbero dopo un racconto del genere? 

Spostare le briciole non è la cosa più intelligente se poi le si lascia cadere eppure è istintivo per premere con il palmo delle mani sul tavolo e avvicinarsi la sedia arrotolando i piedi alle sue gambe, per poter parlare di cose che si fanno via via più importanti.

– Forse però c’è una cosa, come le altre e un po’ più di tutte, per cui il tuo esempio andrebbe raccontato alle bambine e ai bambini e non solo: quella volta in campo, quando ti sono arrivati alle orecchie gli insulti diretti ad un’avversaria e, con prontezza, hai  invitato in maniera perentoria alcuni tifosi della tua squadra a smetterla. Imparato questo poi c’è tutto tempo di fare gol. Il gioco continua, ogni volta che perde una protagonista, paradossalmente, si arricchisce del suo valore e lo tramanda. E non può che essere così anche con te.

Una colazione non può durare troppo, la giornata viene dopo, è una cosa che va accettata, tanto quanto il fatto che Ilaria Mauro lasci le scarpette da calcio, eppure non si capisce perché stia ringraziando tutti quando, alla fine, la colazione l’ha offerta lei.

Marialaura Scatena
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