Del calcio femminile abbiamo spesso tessuto le lodi principalmente per aver riportato in un certo senso questo sport alla sua essenza originale. Anche le fotografie che vi abbiamo già raccontato provenienti dalle Olimpiadi di Tokyo appena concluse sono una testimonianza fissata nel tempo di un calcio che torna alle origini, che si arricchisce di piccoli momenti che fanno ancora la differenza, più di un gol, più di un rigore decisivo all’ultimo minuto.

Ma ciò che emerge con crescente e maggiore chiarezza giorno dopo giorno è l’onestà del calcio femminile. Non si tratta di un’onestà utopistica e stereotipata che magari preclude l’autenticità dell’agonismo sul campo. Queste atlete sanno essere ciniche, aggressive, ben disposte al confronto a viso aperto senza tirarsi mai indietro. No, si parla dell’onestà di voler vivere il calcio alla stregua della propria ordinarietà, oltre i punti ciechi, fuori dall’ombra dell’opinione della gente e alla luce del sole della propria identità.

Non sempre però questa identità trova facilmente spazio nella realtà sportiva che si sceglie di vivere, fosse anche il calcio femminile.

È ottimista credere che questa foto un giorno non sarà rivoluzionaria quanto lo è oggi. È legittimo pretendere che questo scatto in futuro sia solo una foto dal campo e non una testimonianza di un percorso sociale che non è ancora giunto al traguardo. Ma quel giorno non è ancora arrivato. E questa è a tutti gli effetti una foto destinata a entrare nella storia perché Quinn è la prima persona apertamente trans e non-binary a conquistare una medaglia ai Giochi Olimpici. E per la cronaca, la medaglia è quella d’oro.

La storia di Quinn non è semplicemente un bel racconto a lieto fine. Non è solo un altro capitolo nell’evoluzione di questo sport. Ciò che Quinn ha realizzato e permesso con la sua esperienza di vita è stata la creazione di un nuovo spazio, l’apertura di un futuro per chi non si ritrova nella suddivisione binaria dell’umanità ma vuole vivere la vita e lo sport in totale libertà, oltre le gabbie sociali.

Dal momento in cui a Settembre 2020, Quinn si è presentatə pubblicamente come atleta trans e non-binary, conciliando in questo modo l’onestà che aveva già abbracciato privatamente con la sua professione nel calcio, una nuova finestra è stata aperta in questa realtà sportiva, al di là di un genere che coincide o meno con il sesso di nascita.

La presenza di Quinn in NWSL, la possibilità di riconoscersi con il nome che ha scelto e che rappresenta la persona che vuole essere, l’affermazione dei pronomi neutri di riferimento “they/them”, sono primi traguardi fondamentali per l’intera comunità trans non-binary nello sport. Ma il suo posto titolare in cinque partite su sei della Nazionale canadese alle Olimpiadi, la conquista della sua prima medaglia d’oro, sono pietre miliari del suo percorso e di quello che Quinn in questo modo ha preparato per chi verrà dopo.

Dal non riuscire a riconoscere un futuro per sé nel calcio e a volte anche nella vita di tutti i giorni a diventare un simbolo di rappresentanza umana e di eccellenza sportiva, l’esperienza di Quinn è forse solo la prima pagina di quella che si spera possa essere una storia nuova, diversa, dello sport, del calcio oltre i generi prestabiliti, delle Olimpiadi.

Quinn ha donato stabilità e spessore al centrocampo della squadra canadese a Tokyo ma nel farlo ha anche creato una rete di sicurezza per chi ora può seguire il suo esempio con un po’ più di fiducia. Ha aiutato a creare un nuovo linguaggio anche nel calcio femminile e al tempo stesso ha espresso una nuova libertà personale e professionale. E per quanto la strada sia ancora lunga, Quinn ha mosso i primi passi e sono passi d’oro.

Rita Ricchiuti
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