La storia di Nadia Nadim è oggi una delle più “famose” e catartiche del calcio femminile. Una storia che anche noi abbiamo raccontato con orgoglio perché in fondo racchiude una delle narrative più belle di questo sport. Nadia Nadim è quasi un simbolo in realtà, è il volto di una vita spezzata, rubata, sull’orlo dell’annientamento, ma che per uno spiraglio di fortuna e un’ondata di coraggio materno, ha cambiato il corso del suo destino.

Oggi vediamo Nadim, ricordiamo le sue esperienze, ammiriamo la sua tenacia, siamo abbagliati dalla forza della sua determinazione e dal suo talento sul campo e ci sembra quasi il lieto fine di un film, in cui la protagonista sopravvive, combatte e infine salva se stessa e la realtà che la circonda. Proprio come una supereroina.

Ma la storia di Nadim non è un film, non è un racconto intriso di speranza e ottimismo che possa aiutarci a dormire meglio la notte. È un incubo che non potremmo mai comprendere pienamente, è una vita che per troppo tempo è stata vissuta in bilico, tra l’abisso e la paura. E se l’epilogo ha permesso a Nadia di abbracciare il futuro che meritava, ripagandola anche solo in parte di tutto ciò che le era stato strappato, oggi il tempo si è riavvolto e domani potremmo non avere più la possibilità di conoscere la storia di chi un giorno avrebbe potuto essere la prossima Nadia Nadim.

Esattamente com’era successo tra gli anni ’90 e inizio anni 2000, pochi giorni fa città cardine dell’Afghanistan come Herat e Kabul sono cadute sotto il dominio dei Talebani, probabilmente annientando ogni progresso compiuto negli ultimi vent’anni.

Quando Nadia Nadim scava nei suoi ricordi, racconta di un tempo in cui le donne non potevano avere un’istruzione o camminare per le strade da sole, racconta di un’infanzia trascorsa nella paura costante di essere rapiti o uccisi in quanto suo padre era un generale dell’esercito afgano, nonché una delle figure più influenti per il governo. Un nemico per i piani dei Talebani. Un ostacolo da rimuovere dal loro cammino. E così fecero.

Oggi come ieri, le donne afgane sono state già in parte allontanate dalle scuole e dai posti di lavoro.

Nel 2000, quando il generale Rabani Khan non tornò più a casa dopo un incontro con i ministri del suo paese, la famiglia di Nadia capì che anche il loro tempo a casa ormai era concluso. La dodicenne Nadim non aveva tutte le risposte ma per tutta la sua vita in fondo era stata “addestrata” a un momento del genere. E seppure continuasse ad aspettare il ritorno di suo padre, Nadim seguì sua madre e le sue sorelle in silenzio mentre fuggivano dalla loro stessa vita nella speranza di poterne ancora avere una.

Minivan, camion, nuovi documenti, viaggi senza meta, giorni senza vedere la luce del sole e senza bisogni primari come cibo o acqua. Sono condizioni che possiamo solo raccontare, riportare come fonte terza dalle parole e dai ricordi di Nadia, perché razionalmente non possiamo comprenderle, lontane anni-luce dalle comodità occidentali.

Ma adesso possiamo anche assistere al passato di Nadia Nadim perché si sta ripetendo proprio davanti ai nostri occhi. Migliaia di afgani si accalcano sui voli che possono portarli via da un incubo che ricomincia. Alcuni di loro si aggrappano anche ad ogni appiglio all’esterno degli aerei. Alcuni di loro perdono la presa e cadono nel vuoto.

Non è un film drammatico, non è più un ricordo, è la testimonianza concreta di ciò che è successo e ciò che sarebbe potuto succedere a Nadim. Ed è ciò che sta accadendo a decine di giovani donne come lei che credevano di poter realizzare il proprio sogno nel calcio. Non è solo un sogno a venir meno, è la libertà di un essere umano, è il diritto alla vita e alla sicurezza delle donne.

Solo un anno fa, nonostante la tragedia della pandemia avesse già capovolto le sorti del mondo, a Kabul si disputava la finale del campionato della lega afgana di calcio femminile tra Herat Storm e Kabul Fortress. Le calciatrici indossavano leggins sotto i pantaloncini e maglie a maniche lunghe, mentre hijab sportivi coprivano i loro capelli. Erano lì, in un campo che in passato veniva utilizzato per le esecuzioni o le punizioni di uomini e donne che osavano disobbedire alle regole dei Talebani. E c’erano donne anche sugli spalti, che tifavano, esultavano e semplicemente respiravano il profumo di una nuova libertà.

E la capitana dell’Herat Storm, appena ventenne, era il futuro del calcio femminile in Afghanistan. Aveva già affrontato e superato l’imponente mole di pregiudizi, di chi accusava lei e la sua famiglia di andare contro la cultura islamica, semplicemente essendo visibile, solo perché voleva prendere a calci un pallone. Aveva anche vissuto le minacce di morte rivolte alle squadre, la caduta della prima lega, le denunce di stupro e molestie rivolte all’ex presidente della Federazione, la creazione di un nuovo campionato. E in tutti questi cambiamenti lei era ancora e sempre in prima linea, mentre indossava con orgoglio il simbolo della sua cultura ma senza considerarlo un ostacolo per il suo futuro.

Proprio il brand Hummel Sport nel 2016 infatti aveva disegnato appositamente per la Nazionale afgana femminile nuovi kit sportivi e dinamici con hijab indossati come un cappuccio integrato aderente al capo. L’idea stessa del calcio femminile afgano stava evolvendo, permettendo proprio alle sue atlete di affrontare l’attività agonistica con comodità ma nel rispetto delle proprie tradizioni.

Oggi non sappiamo cosa ne sarà della leader della squadra di Herat, dell’Herat Storm e di tutti quei sogni che sembravano sul punto di realizzarsi. 

Secondo le ultime notizie riferite dalla Ong di Firenze Cospe, che ha cooperato per alcuni dei suoi progetti con la squadra di Herat, quindici giocatrici della formazione vincitrice di quella finale contro il Kabul Fortress sarebbero riuscite a fuggire e ad arrivare in Iran. Silvia Ricchieri, cooperante per anni in Afghanistan, ha riferito al Corriere della Sera che purtroppo, al momento, non si hanno notizie di sei delle giocatrici e del loro allenatore.

L’ex capitano della squadra nazionale, Khalida Popal, è stata pioniera del calcio femminile in Afghanistan. È stata lei per prima a spingere le sue compagne a costruire un nuovo futuro per se stesse e per la loro società, usando lo sport come strumento di indipendenza ed emancipazione. Popal non era estranea alle minacce, alla paura, alla fuga disperata per preservare una parvenza di esistenza. Ma dopo essere stata accolta con la sua famiglia in Pakistan ed essere ritornata in patria con la protezione internazionale, Popal aveva davvero creduto in un futuro diverso, ottimista, con una nuova speranza. 

Ed era con quella speranza che era nata la Nazionale afgana, con la convinzione che un mondo migliore fosse davvero possibile. Ma Khalida Popal aveva smosso acque pericolose troppo in fretta e nel 2016 fu costretta a fuggire nuovamente, questa volta in Danimarca, perché le minacce nei suoi confronti erano ormai concrete

Oggi, quel capitano che tanto aveva lottato per una Federazione migliore, per una squadra nazionale stabile e per una società migliore per le donne, ascolta le richieste di aiuto delle giovani calciatrici afgane e consiglia loro di fuggire e non guardarsi indietro. La donna che chiedeva alle sue compagne di alzare la voce contro la tirannia, adesso le spinge a cancellare le loro identità social, ad allontanarsi il più possibile da chiunque sappia del loro coinvolgimento nel calcio e a lasciarsi alle spalle qualsiasi sogno o desiderio per l’unico obiettivo di restare al sicuro.

Khalida Popal ha perso la speranza e con lei tutte quelle ragazze che per un momento avevano creduto di poter avere una vita che fosse soltanto per loro.

Sulla gravità della situazione attuale delle calciatrici in Aghanistan si è espressa sui propri canali social anche Haley Carter, ex vice allenatrice della nazionale afgana, ex marine, ex giocatrice professinista e ora allenatrice dei portieri della Nazionale di calcio femminile di Antigua and Barbuda: “Questa è una delle conversazioni di oggi. Molti, molti amici e familiari di coloro che sono intrappolati a Kabul stanno vivendo questo incubo. La vita delle nostre calciatrici è l’unica priorità in questo momento. Questa è la storia che deve essere raccontata. Questa è la nostra famiglia e sono davvero in pericolo.”

Incerto resta oggi il destino dell’intera Nazionale afgana femminile. Seppure tutte le calciatrici della squadra vivano in realtà all’estero e quindi momentaneamente al sicuro dal controllo talebano, le sorti della Federazione restano pericolosamente in bilico. Shabnam Mobarez, l’attuale capitano del team, vive ora negli Stati Uniti ma negli ultimi due anni era tornata con frequenza in Afghanistan proprio per incoraggiare lo sviluppo del calcio femminile, come via di fuga, come inizio di una nuova era, perché questo è il potere che questo sport può ancora avere.

La Nazionale afgana avrebbe dovuto disputare a Settembre 2021 tre partite per la qualificazione alla Coppa d’Asia, contro le rappresentanti di Filippine, Vietnam e Tagikistan. Adesso la priorità è salvare quante più vite possibili di giovani donne le cui identità di calciatrici sono state esposte come crimini.

Per Nadia Nadim, prima ancora di Popal, l’arrivo in Danimarca in un campo per rifugiati fu l’inizio della sua nuova vita. È lì che i suoi giorni ricominciarono ad avere una routine che prevedesse pasti regolari e un letto sicuro, è lì che scoprì con la sua famiglia che non sarebbero state costrette a tornare in Afghanistan, è lì che vide per la prima volta una ragazza che giocava a pallone e le apriva gli occhi sul mondo che voleva conquistare.

Oggi anche questa possibilità non è più una strada verso la salvezza. Proprio pochi mesi fa, il governo danese ha approvato la legge che gli permette di respingere i rifugiati che cercano asilo, indirizzandoli fuori dall’Europa.

Inoltre, secondo i dati Eurostat elaborati dall’ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dal 2008 a oggi, i paesi europei hanno valutato 600.000 richieste d’asilo presentate da persone afgane. Di queste, sono 290.000 quelle rifiutate e oltre 70.000 le persone rimpatriate in Afghanistan, di cui circa 15-20.000 donne.

Tra le 290.000 persone a cui la richiesta di asilo è stata rifiutata, le donne sono 54.780, circa il 20%. Rispetto a quanto accade per gli uomini tuttavia, quasi la metà delle donne a cui è stato negato l’asilo sono minorenni.

Non c’è una luce in fondo al tunnel per il popolo afgano oggi. Non c’è un campo da calcio oltre le recinzioni per il sogno di un domani differente. Nonostante le parole rassicuranti dei leader talebani nelle recenti conferenze stampa, è difficile credere che alle donne sarà permesso di poter scegliere in totale libertà di avere un’istruzione, un lavoro, una voce, un’identità.

È il 2021 e Nadia Nadim ha vinto i rispettivi campionati con il Portland Thorns e il Paris Saint Germain, ha totalizzato quasi 100 presenze con la maglia della Nazionale danese femminile e ora comincia a lasciare la sua firma inconfondibile nel giovane Racing Louisville. È un’attaccante intelligente, aggressiva, letale nei giochi aerei sotto porta, appassionata e irriducibile. Ma è anche ambasciatrice di fondazioni benefiche, difensore dei diritti umani e un medico a un passo dall’abilitazione.

Ma cosa ne sarebbe di lei oggi? La storia di Nadia Nadim ci piace tanto ma oggi siamo di fronte alla distruzione di centinaia di storie che potrebbero rivelarsi uniche e speciali esattamente come la sua. E se restiamo inerti a guardare, tra vent’anni non potremo essere qui a raccontarvi di futuri brillanti e destini cambiati.

Perché alla fine “ciò che ci rende umani non è il denaro o la comodità, ma la nostra capacità di capire le sofferenze degli altri esseri umani.” – Nadia Nadim

Rita Ricchiuti
Giulia Beghini
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