Oggi, alle 10:30 italiane, va in scena la prima partita del Girone G del torneo di calcio femminile dei giochi Olimpici di Tokyo. A fronteggiarsi Usa e Svezia, un match di più vecchie ruggini che abitudini. Rio 2016: Ziki – Zaka.

L’attesa delle Olimpiadi giapponesi, slittate di un anno per la prima volta nella storia, è stata lunga e piena di discussioni.

A Tokyo si sono susseguite più proteste di piazza per invocare l’annullamento della manifestazione, i medici della Tokyo Medical Practitioners Association hanno tentanto mediazioni con il CIO e il primo ministro sostenendo la pericolosità dietro lo svolgimento del più grande evento sportivo del pianeta e, inoltre, si stima che sei aziende su dieci siano contrarie ai giochi.

Il punto è che annullare le Olimpiadi è estremamente inusuale. Da che si tengono quelle dell’era moderna, esattamente centoventicinque anni, solo in occasione delle due Guerre mondiali sono state annullate, precisamente nel 1916, 1940 e 1944.

Eppure quella attuale non è la prima edizione che galleggia tra opinioni e polemiche. Il 25 marzo del 2016, circa quattro mesi prima dell’inizio delle Olimpiadi in Brasile, una lettera aperta di un gruppo di scienziati capitanati dal professor Attaran dell’Università canadese di Ottawa, viene indirizzata all’OMS e al CIO con la richiesta di rinvio, o la dislocazione, dei giochi per l’incombente pericolo costituito dal Virus Zika. Le autorità chiamate in causa avvallano l’inizio dei giochi ma la polemica non si placa e scende addirittura in campo.

Nel calcio femminile, terra di conquista della nazionale americana decorata di quattro ori quali Atlanta ‘96, Atene 2004, Pechino 2008 e Londra 2012, accende la sfida la numero uno a stelle e strisce, Hope Solo, pubblicando su Instagram un suo selfie con la maschera da apicoltore e vari repellenti per zanzare. Suoi anche gli hashtag #Zikaproof e #Deptofdefence. I tifosi brasiliani non la prendono affatto bene e già dalla prima sfida, vinta 2-0 dagli Stati Uniti contro la Nuova Zelanda, fischiano e irridono la portiera americana che risponde a tono alimentando la fiamma: “I cori e i fischi assordanti? Li ho sentiti ma mi avrebbe fatto molta più paura il ronzio di una zanzara nelle orecchie.”

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The last Hope.

Ai quarti di finale, la favoritissima nazionale a stelle e strisce incontra la Svezia guidata dalla loro ex allenatrice Pia Sundhage che agli USA ha lasciato in dote due ori olimpici (2008, 2012) e tre Algarve Cup (2008, 2010, 2011).

L’uno a uno nei novanta minuti allunga la gara ai supplementari fino al capolinea rappresentato dai rigori dove gli errori decisi portano le firme illustri di Morgan e Press. Vince la Svezia 4-3 ma prima dell’ultimo rigore Hope solo prova uno dei suoi colpi, ahimè probabilmente noti a Sundhage.

Se Dalhqvist deposita la palla in rete la Svezia passa il turno, nel tentativo di distrarla Solo decide di cambiare i guanti accompagnando la scena con prove di mobilità del polso. Il tempo perso non aumenta la pressione sulle scandinave anzi, quasi la diluisce, e quando l’arbitro fischia è palla da una parte e portiere dall’altra, senza possibilità di appello. Gli Stati Uniti abbandonano anzitempo la passerella olimpica e il pubblico di Brasilia ne approfitta per intonare cori contro Solo e far diventare quel suo repellente così esposto sui social alla vigilia della competizione un “repellente antimedaglie”.

Non tanto la ripicca Carioca quanto la sconfitta patita irrita Hope Solo più delle sue compagne. A fine gara quelle della numero uno sono parole al vetriolo: “Sono un branco di codarde(…). Le loro giocatrici hanno sempre rifiutato di affrontarci a viso aperto. Si sono chiuse, hanno aspettato, non si sono mai passate la palla. Noi siamo state sfortunate. Abbiamo disputato una partita coraggiosa, con diverse opportunità per segnare. Abbiamo giocato con il cuore e abbiamo recuperato un gol di svantaggio. Sono molto fiera delle mie compagne”. La stoccata non tarda e arriva da Sundhage: “Solo sa che cosa significa vincere, essendo successo molto spesso, ma dissento dalle sue parole: penso che abbiamo giocato molto bene”.

La vida es un carnaval

In quell’occasione la Svezia si arrese solo in finale di fronte alla Germania, a cui ha servito però una fredda vendetta al mondiale 2019 approdando in semifinale a sue spese. Nel frattempo Sundhage si è seduta sulla panchina della nazionale brasiliana partecipando a quel che chiamano valzer delle panchine anche se una samba sarebbe meglio. Pare che il carnevale più antico del mondo sia quello di Fano ma anche a Rio lo fanno bene. E Sundhage non è nuova a certi scherzi.

Marialaura Scatena
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