Le Olimpiadi di Tokyo sono talmente vicine ormai che possiamo quasi sentire il vocio delle squadre che entrano in campo e oggi siamo qui per dirvi perché, quando succederà, dovremmo tifare per la Nazionale brasiliana femminile.

Perché l’allenatrice Pia Sundhage è abituata a vincere

Dal 2019, siede sulla panchina della Nazionale brasiliana femminile l’allenatrice ed ex calciatrice svedese Pia Sundhage. Nel mondo del calcio femminile, questo nome è sinonimo di vittoria e successi, soprattutto in ambito olimpico. Sembra infatti che Sundhage abbia scoperto un misterioso segreto per eccellere alle Olimpiadi e da tre edizioni ormai non scende mai oltre il secondo gradino del podio.

L’avventura di Pia Sundhage alla guida della Nazionale statunitense nel 2008 non cominciò esattamente sotto una “buona stella”. Lo spogliatoio era distrutto, la squadra sfiduciata e nel bel mezzo di un ricambio generazionale e Abby Wambach aveva subito un fallo che le aveva spezzato la gamba proprio a ridosso delle Olimpiadi. Ma quella che sembrava una ricetta per un disastro, si trasforma nella prima grande impresa della coach svedese. La Uswnt vince l’oro olimpico per la terza volta, superando in finale proprio il Brasile.

La fatalità dei rigori, la sfortuna o semplicemente il destino negano alla Uswnt e a Sundhage la vittoria ai Mondiali in Germania nel 2011, a favore della Nazionale giapponese, che ritrova in quel momento il sorriso dopo la tragedia di Fukushima. Ma l’anno successivo tornano le Olimpiadi, questa volta a Londra. E Pia Sundhage si riprende la sua rivincita, trionfando in finale per 2-1, esattamente contro lo stesso Giappone.

È l’ultimo trofeo dell’allenatrice sulla panchina degli USA, prima di essere richiamata proprio dalla sua Federazione, a casa. Pia Sundhage prende dunque le redini della Nazionale svedese, che nel frattempo diventava una delle nemesi più celebri della Uswnt. I Mondiali in Canada nel 2015 non hanno esito particolarmente positivo per la squadra nordica, che non riesce a superare gli ottavi di finale, cadendo contro la Nazionale tedesca.

Ma nel 2016, nuovamente alle Olimpiadi, questa volta a Rio, Sundhage torna a vincere. Si tratta “solo” di una medaglia d’argento, avendo perso infatti in finale nuovamente contro la Germania, ma ai quarti di finale la squadra svedese aveva superato ai rigori, in una partita che scatenò una serie di polemiche, proprio la Uswnt.

Oltre la sua propensione al trionfo olimpico però, due sembrano essere i grandi meriti di Pia Sundhage: la capacità di riconoscere le promesse per il futuro e il legame umano con la squadra.

Da guida della Uswnt infatti, Sundhage è stata artefice della creazione di un gruppo che in parte resiste ancora oggi. Fu lei a portare in squadra per la prima volta, e nel roster olimpico del 2008, tre giovanissimi talenti ancora al college: Tobin Heath, Amy Rodriguez e Lauren Cheney. Sempre Sundhage accompagnò la transizione di Alex Morgan da “indispensabile sostituta” a titolare. E nonostante i suoi dubbi radicati nei confronti di Carli Lloyd, l’allenatrice concesse alla calciatrice la possibilità di smentirla, che diventò per lei proprio la chiave di vittoria nei tornei Olimpici.

Ma il merito più grande di Sundhage come coach degli USA sta nell’aver saputo riunire una squadra che aveva dimenticato le sue stesse fondamenta. Grazie a lei, Hope Solo riuscì a riappacificarsi con il gruppo dopo la debacle del 2007 e grazie a lei la Uswnt tornò a costruire quell’identità collettiva incondizionata che resiste alla base di ogni suo trionfo.

Perché Formiga ha più anni di carriera che la regina Elisabetta di regno

Miraildes Maciel Mota, meglio conosciuta con il nome di Formiga, ha vissuto in un tempo in cui il calcio femminile era illegale in Brasile. Formiga è una testimonianza attiva e concreta del percorso che le donne hanno compiuto per affermarsi nel mondo del calcio, delle lotte che hanno combattuto per il semplice diritto di poter praticare uno sport.

Pilastro della Nazionale brasiliana dal 1995, quando partecipò alla seconda edizione dei Mondiali di Calcio Femminile a soli 17 anni, Formiga ha vissuto sulla sua pelle tutte le sfumature della discriminazione di genere (e certamente anche razziale), dalla misoginia che rifiutava categoricamente la donna in una realtà monopolizzata dall’uomo al sessismo perpetrato dal suo stesso ex allenatore che fomentava gli stereotipi delle donne emotive e sull’orlo di una crisi di nervi.

Eppure i pregiudizi sono stati sgretolati, gli stereotipi combattuti e gli allenatori licenziati, ma Formiga è ancora lì, in campo, con la maglia verdeoro. Non esiste ancora infatti un’edizione dei Giochi Olimpici a cui la calciatrice brasiliana non abbia partecipato. La disciplina del calcio femminile fu aggiunta per l’appunto ai tornei olimpici nel 1996, in occasione delle Olimpiadi di Atlanta, e Formiga era lì, appena diciottenne, nella backline del Brasile.

Formiga, ossia “formica” da cui deriva il suo nomignolo, era piccola e veloce e non si è mai fermata, non ha mai smesso di buttar giù barriere ed ostacoli, non ha mai rinunciato a credere non solo nel suo futuro ma in quello del calcio femminile della sua nazione. Formiga correva controcorrente e nel farlo cambiava il suo mondo. E quando ha provato a fermarsi, la sua squadra l’ha richiamata a gran voce, perché aveva ancora bisogno di lei, perché non si può semplicemente fare a meno da un giorno all’altro di chi racchiude in sé una storia intera.

Oggi, a 43 anni e con circa 200 presenze in Nazionale sulle spalle, Formiga è pronta a disputare la sua settima Olimpiade. E comunque finisca la sua storia, è già diventata leggenda.

Perché in una nazione in cui il calcio femminile era illegale, ora esiste una festività ad esso dedicata e l’equal pay

La Nazionale brasiliana è oggi il simbolo di una realtà che cambia, di una lotta mai terminata e di una conquista che ha cambiato il volto di una nazione. Dal divieto legislativo che impediva alle donne di giocare al calcio si è giunti oggi al “Women’s football day”, che si celebrerà ogni anno il 19 Febbraio, in occasione del compleanno di quell’atleta che ha forgiato, proprio come Formiga, il calcio femminile brasiliano: Marta Vieira da Silva.

Marta detiene ancora oggi il record di gol messi a segno durante i Mondiali (17), sia nel calcio maschile che in quello femminile, e si appresta adesso a disputare la sua quinta Olimpiade con la nazionale verdeoro. Ma ogni convocazione, ogni presenza, ha per lei lo stesso sapore della prima volta, la stessa importanza che aveva per quella ragazza con un talento fuori dal comune che lottava contro la sua società per prendersi il posto che le spettava, in campo.

Ed è proprio grazie alle battaglie di calciatrici come Marta e Formiga che oggi la Federazione Calcio Brasiliana ha garantito a entrambe le sue squadre nazionali la paga equa. E per la prima volta, si tratterà di parità non solo negli stipendi derivanti da ogni convocazione ma anche nell’attribuzione dei premi che spettano alle due rose in seguito ai tornei principali, quali Mondiali e Olimpiadi.

La Nazionale brasiliana sta raccontando una storia di cambiamento e qualunque sia il finale, è un onore esserne testimoni.

La rosa della squadra

Portieri: Barbara – Leticia – Aline Reis

Difensori: Tamires – Erika – Poliana – Rafaelle – Bruna Benites – Jucinara – Leticia Santos

Centrocampiste: Formiga – Marta – Debinha – Andressinha – Adriana – Duda – Julia Bianchi

Attaccanti: Beatriz – Ludmila – Geyse – Andressa Alves – Giovana

Rita Ricchiuti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: Jamie Smed

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