Probabilmente se prima di iniziare a fare qualcosa pensassimo alla fine non avremmo il coraggio di muovere neanche un passo. Però una fine ci vuole, una a breve termine almeno.

Hai circa un anno, due gambette che traballano e tua madre di fronte a te, seduta sugli ultimi due centimetri del cuscino del divano, che ti chiama con le braccia aperte. Non te l’ha insegnato nessuno come si ama, non capisci neanche che lo stai facendo, però fai due, tre passi, e poi ti lanci su di lei. Lì, in quel preciso momento, quell’avventura finisce anche se ci hai messo fatica, incoscienza e curiosità. Poi tua madre ti lascia, ti dice di riprovarci e ti gira in direzione del papà, della nonna, del fratello maggiore e allora ricominci da capo.

Si cresce così, di capitolo in capitolo, di giorno in giorno, ma più impari a leggere l’orologio e più le cose si complicano, più ti rendi conto di quanto tempo hai e più pretendi di organizzare il cammino. Sartre diceva che mettersi ad amare qualcuno, e anche qualcosa in questo caso, è un’impresa, che al principio bisogna saltare un precipizio e che se si riflette non lo si fa.

Ebbene, se una giovanissima calciatrice, all’inizio degli anni duemila, avesse riflettuto sul da farsi, probabilmente si sarebbe data a qualche altro sport, avrebbe preso in mano le racchette, indossato altre scarpe o stretto una cintura in vita. Ci aveva provato inizialmente Regina Baresi, spinta dai genitori, adulti e per natura meno bravi a guardare oltre, a cercare un altro sport ma fingersi sordi a una passione è qualcosa che non riesce nemmeno ai grandi attori.

Così un giorno, come fa sempre bene raccontare, Regina è saltata dal precipizio. 

La storia della giovanissima Baresi inizia davvero in casa. Nel 2003 entra a far parte della formazione giovanile dell’ A.C.F. Le Azzurre che diventa A.C.F. Inter dopo qualche anno, fino alla fusione con l’A.S.D. femminile Romano che dà vita all’Inter Milano nel 2009. 

In quell’anno Regina, raggiunta la maggiore età, viene promossa in prima squadra, in A2, e conquista di lì a poco i gradi di capitano. Alla presidenza di quella squadra, fucina di talenti saliti nel tempo alla ribalta sui campi di tutta Italia, Elena Tagliabue, sua mamma. Sì, suo padre è stato un calciatore, suo zio anche, uno per sponda del Naviglio, ma nonostante all’epoca il mestiere della calciatrice non fosse neanche quello di una figurina, il timbro Baresi sul calcio femminile è stato lungimirante.

Tre anni, tanto basta a Regina e compagne per la prima storica promozione in Serie A. Tuttavia si tratta di un’esperienza che dura appena una stagione, troppo breve, soprattutto rispetto alle successive quattro nella serie cadetta. Ma fine e inizio non sono che uno scambio di battute e, nella stagione 2018/19, quella dell’acquisto del titolo da parte della controparte maschile della società meneghina, la Serie A viene festeggiata nientemeno che a San Siro.

Non c’è miglior teatro della Scala del calcio per una bambina che ha sempre sognato a tinte nerazzurre.

La prima capitana dell’Inter Women infatti, quando contava gli anni in una mano, correva lungo il corridoio tirando calci ad un pallone con addosso magliette dell’Inter, magari larghe, lunghe, che la taglia per bambine non l’aveva ancora pensata nessuno, ancora oggi è una cosa abbastanza nuova.

Eppure qualcuno aveva una maglia fatta su misura: la sua Barbie, superstite in una cesta di giochi che contava per lo più palloni. Regina ha conosciuto il calcio attraverso l’Inter, attraverso la passione che si è fatta comprendere a misura d’uomo palesandosi in suo papà, che quando giocavano al mare tutto le lasciava fare tranne che vincere facile, o nei dribbling e nelle accelerazioni fulminanti di Ronaldo di cui, non a caso, ha preso la maglia numero 9. A chi gli ha chiesto se avesse mai pensato di cambiare colore ha sempre risposto di no, senza tentennare, ma senza tradire la consapevolezza degli sforzi di un percorso che a volte può chiamare aria nuova.

La seconda promozione in Serie A, dopo un cammino arrembante, arriva in un momento in cui il calcio italiano è in fermento. È l’anno del Mondiale, i riflettori puntati sulle ragazze sono aumentati e c’è bisogno, per orientarsi, di volti noti che sappiano far da guida alla persone.

In un paese in cui il calcio è degli uomini come il dopobarba, la voce di Regina Baresi è entrata nelle case degli italiani ancor prima che la pandemia ci costringesse alle dirette Instagram.

La sua faccia sugli schermi delle tv ha suggerito a tante ragazzine un’alternativa perché molte cose non è detto che non piacciano, magari semplicemente non si conoscono. La sua presenza, i suoi commenti, hanno dato più voce ad un mondo che di microfoni ne ha avuti sempre pochi e ha tenuto grandi comizi in posti con un’acustica che lasciava a desiderare.

Vedere la stessa che in campo si è regalata la soddisfazione di giocare i primi storici derby della Madonnina, la gioia di vincerne uno, la contentezza di segnare un gol di testa in casa della Juventus, dopo aver definito il fondamentale non tra i suoi colpi migliori, parlare di quanto ancora si possa fare, di più e meglio, per le donne nel calcio, dà la sicurezza di avere un riscontro concreto.

Regina Baresi infatti sa cosa è cambiato perché ha passato quasi tutta la sua vita in mezzo al campo e nota le differenze, sa cosa può cambiare perché ha fatto tanta gavetta e ha la tempra dei testardi, sa che è importante parlarne perché ha provato a vedere tutto, compresa se stessa, da un’altra prospettiva, quella della televisione. Ha tirato dritto, ha attaccato la profondità, e ora è dall’altra parte della barricata, si è fatta conoscere e attraverso se stessa ha fatto conoscere un mondo nuovo. Basti pensare al caso della collaborazione con adidas, che ha fatto di lei la prima calciatrice italiana a sponsorizzare un marchio così importante, o alle partecipazioni agli eventi promossi dal brand lombardo di Maria Grazia Severi.

La popolarità però non è un cavallo da lasciare a briglie sciolte, creerebbe troppi pericoli, ma questo, a dispetto della giovane età, è una cosa che Regina riesce a controllare e soprattutto a sfruttare non solo a suo vantaggio. Durante il periodo più buio di quarantena, quando le difficoltà di ogni tipo si moltiplicavano come funghi, la capitana ha agito come se portasse la fascia anche in borghese ed ha aperto i suoi canali social a tante piccole e medie aziende, fiori all’occhiello del made in Italy, che stavano arrancando. Forse essere capitano è come essere insegnate o medico, una vocazione prima, un mestiere poi. Di fatto mettere avanti il bene del gruppo rispetto al proprio non sarà una skill da curriculum ma fa parte del gioco, caricarsi sulle spalle la responsabilità di ogni rigore da calciare e, allo stesso modo, sapersi fare da parte e accettare la panchina, scomoda anche se fosse foderata come la poltrona della nonna per chi vuole sempre dare tutto. E poi, ultimo ma non ultimo, reinventarsi quando serve. 

Per questo una fine a trent’anni non ancora compiuti sembra stonata, perché siamo abituati alla fine perentoria e all’età pensionabile, ma una chiusura così somiglia più al triplice fischio dell’ultima giornata di campionato che all’ultimo giorno di liceo. Tempo di riorganizzarsi e ripartire, va una stagione, ne arriva un’altra, va un giorno ne arriva un altro, va una sfida, ne arriva un’altra. E questo è quel che aspetta a Regina che il fine non l’ha cambiato: far crescere il calcio delle donne con un occhio di riguardo, che non è non voler vedere il resto ma essere semplicemente umana, alla sua Inter.

Quella che sta per iniziare è una storia nuova, alla portata di tutti, perché finalmente anche le bambine possono giocare ad essere Baresi.

Marialaura Scatena
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