Le donne che hanno scelto di dedicare la loro vita allo sport e in particolar modo al mondo del calcio, hanno capito fin dal principio di dover costantemente avvalorare il diritto a quella scelta sul campo. Oltre le proteste, al di là delle polemiche, le calciatrici devono dimostrare il loro valore sul rettangolo verde. E dopo averlo fatto, devono confermarlo vincendo. E in seguito, sono chiamate a provare di aver meritato quella vittoria vincendo di nuovo. È un esame continuo per le donne. Non c’è spazio per le parole nel calcio femminile, come fu detto in ambito dei Mondiali di Calcio del 2019 durante una telecronaca: “la Nazionale Statunitense deve smettere di parlare e iniziare a competere contro le grandi squadre”. Ma mettere a tacere quella squadra è un’impresa a cui vorrei davvero assistere e così, dopo aver vinto tutto e contro tutti, è arrivato il momento di ricominciare a parlare.

C’è chi si esprime alzando la voce, mettendoci la faccia e usufruendo di ogni media a disposizione per creare una piattaforma che sia da appoggio e supporto per chiunque non ne abbia la possibilità. Qualcun’altra sceglie di farlo attraverso l’imprenditoria, per creare materialmente quelle realtà solitamente precluse alle donne. E poi c’è chi, un po’ come noi, sceglie di farlo attraverso la parola scritta. Perché scrivere tante volte permette di esprimere ciò che la voce non riesce a dire, perché scrivere è come urlare ma con un eco che non finisce mai.

In pochi oggi nel mondo del calcio femminile non conoscono Magdalena Eriksson, egregio difensore della Nazionale Femminile Svedese e onorevole capitano del Chelsea Women. E per quanto Eriksson non sia mai stata timida con le sue opinioni e le prese di posizione, forse non tutti sanno che scrive quasi regolarmente una rubrica per il sito d’informazione indipendente britannico iNews.

Ci sono una serie di tematiche sociali e umane che ancora oggi vengono definite “problematiche”, “politiche”, addirittura “scottanti” e per questo motivo a volte sembra che sia effettivamente complicato scegliere da che parte stare. Ma quando Magda Eriksson scrive e lo fa con quel suo stile così semplice e pacifico, non appare poi così titanico capire che morire per mano delle forze dell’ordine solo per il colore della pelle o non essere liberi di amare chi si vuole senza discriminazioni non siano questioni su cui avere “un’opinione” ma piaghe sociali da debellare per un futuro quantomeno decente.

Quando la pandemia ha colpito per la prima volta nel 2020, il calcio femminile ne ha risentito ovviamente più della controparte maschile, non avendo avuto neanche l’opportunità di terminare i campionati nazionali. Con la seconda ondata del 2021, anche il calcio femminile ha ripreso il suo corso ma con i dovuti protocolli, i divieti e gli inevitabili sacrifici. Ma in Women’s Super League tutto è andato relativamente bene fino al momento in cui, durante la pausa per le festività natalizie, alle soglie del nuovo lockdown della Gran Bretagna, un gruppo di calciatrici ha sfidato il buon senso e il rispetto e ha raggiunto la meta turistica di Dubai, destinazione senza controlli e limitazioni da COVID. Il rientro in Inghilterra ha avuto gli esiti prevedibili e un’intera giornata di campionato è stata posticipata a causa del tasso di positività tra le squadre.

“In these strange times, football brings excitement and gives us a sense of belonging to something bigger. I certainly know how engaged women’s football fans are and I want to play my part in spreading that joy, especially now.”

L’opinione di Eriksson a riguardo non potrebbe essere più razionale, lucida e semplice della sua esposizione nel pezzo per iNews. Eriksson ha trascorso le vacanze natalizie in casa a Londra con la sua compagna di vita e di squadra Pernille Harder, entrambe da tempo ormai lontane dalle rispettive famiglie in Svezia e Danimarca. E nonostante anche loro abbiano perso momenti e occasioni con i loro cari, c’è solo gratitudine nelle parole di Eriksson, per la possibilità di avere ancora un lavoro e un sogno da vivere, per la fortuna di poter viaggiare per le trasferte e avere ancora una parvenza di normalità. Ma ciò che colpisce particolarmente del pezzo della calciatrice è quel senso di responsabilità che avverte nei confronti anche di noi tifosi, di chi ha aspettato una partita per poter credere che andasse tutto bene, di chi come lei ha visto nel calcio l’ultima ancora di salvezza per la salute mentale.

“In fact, the messages of appreciation we got from people thanking us were quite inspiring for me. When people tell you how much it means to see me and Pernille being open and being ourselves, it showed the help we can give as role models.”

Icona della comunità LGBTQ+ nel calcio femminile, Magda Eriksson ha portato anche una parentesi della sua vita e della sua esperienza personale in uno dei suoi articoli d’opinione per iNews e l’ha fatto quando, in occasione della festività di San Valentino, lei e Pernille Harder hanno aperto la sezione dei messaggi privati di Twitter all’intera community del social network. L’obiettivo della coppia era proprio quello di permettere a chiunque stesse vivendo un conflitto interiore o un percorso di accettazione della propria sessualità di cercare e trovare consiglio o conforto in qualcuno che ha già vissuto quella stessa fase e adesso abbraccia la felicità che ne consegue. Ancora una volta le parole di Eriksson non aspirano al Pulitzer ma c’è qualcosa di rassicurante nella semplicità della sua espressione, nella dolcezza dei suoi toni e nella normalità del suo sentimento per Harder, così domestico e complice.

Magdalena Eriksson è il tipo di scrittrice che ti spiega il mondo con poche parole e, attraverso il suo sguardo, questo stesso mondo sembra quasi un posto meritevole di essere salvato.

Una piattaforma ben più eminente di iNews però, proprio per l’espressione tramite la parola scritta del pensiero degli sportivi, è The Players Tribune, testata di rilievo che racconta ogni volta storie uniche e inedite. Le letture di The Players Tribune sono un melting pot di esperienze, di etnie, di background nazionali e culturali, sono racconti onesti, individuali e collettivi al tempo stesso. Per il calcio femminile, una delle “confessioni” più emozionanti è probabilmente quella di Crystal Dunn, alle porte di Mondiali di Calcio del 2019 in Francia.

Quella che inizialmente appare come una storia di rivincita dopo aver vissuto i precedenti campionati mondiali da spettatrice in un bar, si trasforma presto in una testimonianza diversa. Dunn infatti indaga, proprio tramite i ricordi, le fondamenta della sua passione per il gioco e riconosce come motore catalizzante del suo desiderio di trionfare l’orgoglio della rappresentanza. Rappresentare il nome della sua famiglia che ha sempre creduto e sostenuto la sua scelta di vita, rappresentare una scuola, rappresentare gli Stati Uniti d’America, è quell’orgoglio a spingere Dunn oltre i suoi stessi limiti.

“I also see a black girl, setting records in a predominantly white sport. And when I watch her, it’s hard not to think that, in a way, she’s playing for me, right? Even though, of course, she isn’t — and she’s never met me. But that’s what the great athletes do. They connect with you. They represent you.”

Ma presto la calciatrice si rende conto di essere portatrice di un’altra rappresentanza, più universale e più importante. Ispirandosi costantemente al modello di Serena Williams, è particolarmente suggestiva la descrizione che Dunn fa del potere effettivo degli atleti di creare una connessione con il fan che guarda, con chi cerca dall’altra parte qualcosa o qualcuno in cui ritrovarsi. Dunn vedeva in Serena Williams una donna nera imponente e invincibile che le assomigliava, una supereroina che trionfava anche per lei.

Quando quindi nel 2018, durante un volo che la riportava a Londra dal ritiro della Nazionale Femminile Statunitense, una bambina di circa 12 anni che tornava a casa nel Kenya, le si avvicinò per confessarle quanto fosse stata ispirata anche solo dalla sua presenza in campo come rappresentante degli Stati Uniti, Crystal Dunn si ritrovò improvvisamente al posto di Serena Williams. Diventare il modello che lei per prima da bambina cercava, riconoscersi rappresentante della comunità globale a cui appartiene, si rivelò per Dunn la conferma di tutto ciò in cui aveva sempre creduto.

“When I put on our U.S. kit, I do it for my family and for my country. But I understand now that I also do it for every single American girl out there who wants to see someone who looks like them — someone whose story reminds them of their own — when they watch their women’s national team.”

Oggi Crystal Dunn non è soltanto una delle calciatrici più versatili, tecniche e indispensabili di qualunque squadra in cui militi, oggi Dunn è uno dei volti più importanti della Uswnt ma soprattutto una delle voci che maggiormente si distinguono proprio la strada che aprono a chiunque abbia bisogno di riconoscersi nel loro esempio.

Sempre più calciatrici si aprono oggi alla testimonianza scritta, ai racconti delle loro esperienze, all’imperitura memoria di storie che possano in qualche modo ispirare la nuova generazione. E questa tendenza è solo l’ennesima dimostrazione dell’incredibile narrativa che ha origine dai campi di calcio femminile per poi sfociare nella vita di tutti i giorni come un insegnamento inaspettato.

Rita Ricchiuti
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