La frustrazione di dover spiegare ogni volta perchè possiamo giocare

“Parla, la gente purtroppo parla” e nessuno ha dimostrato sul momento evidente disaccordo. Questo almeno è quello che è successo ieri sera al J Hotel, ma andiamo con ordine. 

Proprio a Torino domenica si è giocata l’ultima partita della stagione di Serie A femminile tra Juventus e Inter. Le bianconere hanno concluso il loro quarto anno con la conquista del quarto campionato consecutivo vincendo 22 gare su 22. Per le ragazze di Guarino miglior attacco, miglior difesa, titolo di capocannoniere a Cristiana Girelli e premio Lady Fair Play alla capitana Sara Gama che ha sollevato lo scudetto alla presenza del presidente Andrea Agnelli che si è unito ai festeggiamenti. La gara, agonisticamente parlando archiviata dopo appena dieci minuti dalle padrone di casa, si è chiusa con uno spontaneo omaggio a Chiara Marchitelli, portiere dell’Inter alla sua ultima in campo, che ha coinvolto compagne, avversarie e tifosi.

Nemmeno il tempo di raccontarla una domenica piacevole di sport, incurante delle diversità, anche solo quelle del colore di una maglia, che nella stessa città, a distanza di 48 ore, si è ritornati al punto di partenza. In questa specie di gioco dell’oca in cui è intrappolato il binomio tra donne e calcio, bisognerebbe giocare con il fiasco come pedina, perchè certe volte diventa veramente frustrante dover ripartire da zero e spiegare che se le donne possono partorire, andare nello spazio e diventare premi Nobel per la fisica, forse non incontreranno troppe difficoltà nell’imparare anche a giocare a pallone. 

Nella serata di oggi l’Allianz Stadium vedrà andare in scena una Partita del Cuore anticipata da una cena di vigilia dal menù ricco di polemiche. Aurora Leone, dei The Jackal, è stata allontanata dapprima dal tavolo della Nazionale Cantanti e poi dai locali del ritrovo, in quanto donna e, secondo le regole, esclusa dalla cena – e dalla gara a questo punto – e ritenuta pronta per sfoggiare il completino in tribuna, neanche fosse una fiction con Stephanie Forrester e Sally Spectra. Premesso che lo scopo della partita, come ribadito da Aurora Leone stessa, suo malgrado protagonista vicenda, non è assolutamente messo in discussione, la Partita del Cuore si è trasformata nell’ennesima dimostrazione della forza del dominio del maschile, una condizione che si tramanda dalla notte dei tempi attraverso il carattere simbolico della comunicazione, della violenza invisibile e, soprattutto, della tacite accettazioni. 

Ciro Priello, nel tentativo di difendere la collega, ha sottolineato che la Partita del Cuore non è una finale di Champions. La finale di Champions League femminile, invece, è proprio la partita che verrà giocata all’Allianz Stadium nel 2022. Un evento, sportivamente parlando, leggermente più prestigioso di una sgambata del martedì sera tra colleghi, né più e né meno come la partita Scapoli contro Ammogliati affidata all’impeccabile organizzazione dal Ragionier Filini. Il 24 Marzo del 2019 poi, lo stesso stadio, è stato il teatro della sfida scudetto tra la Juventus e la Fiorentina, la partita di calcio femminile più seguita in Italia con un totale di 41.000 spettatori, una festa di sport non compromessa dal valore della contesa, partita di cuore vera, anche senza locandine. 

Il punto è che la concezione maschile dominante è così radicata che, nell’intento di parlare e commentare questi episodi, si corre il rischio di cadere nelle categorie di pensiero proprie del dominio stesso, come un circolo vizioso, e non importa che tu sia uomo o donna. Il problema principale è che l’approccio alla questione che va per la maggiore gira intorno al concetto di differenza. L’uomo però diventa misura di tutte le cose, non un neutro, e le donne sono giudicate in base alla corrispondenza o alla distanza da esso. Si dirà che il calcio è storicamente uno sport maschile, ma la storia delle donne nel calcio esiste solo che è la storia di ciò che è stato concesso loro di fare e di essere. Basti pensare al divieto di giocare a pallone a loro imposto in molti paesi tra cui l’Inghilterra, patria del calcio, in cui è stato valido dal 1921 al 1971. 

Ad entrambe le squadre, quella della nazionale cantanti e dei campioni della ricerca, è stata consegnata una mascherina che riporta uno slogan contro la violenza sulle donne. Un dettaglio stonato che quasi vanifica l’iniziativa rendendola un insieme di convenevoli. Tra l’altro, per manifestare dissenso durante una cena non ci vuole il senso di posizione di Cecilia Salvai, che comunque non è stato ritenuto sufficiente per giustificare la sua convocazione in assenza di altre quote rosa, basterebbe alzarsi e lasciare vuoto un posto a tavola. Solo che, come si è visto di recente, certe sedie per le donne sono una conquista, che siano personalità politiche o attrici che vogliono semplicemente giocare per una giusta causa.

Guardando in faccia la realtà, questi episodi deludono ma di certo non sorprendono, d’altronde esistono tanti piccoli dettagli nella società che ricordano alle donne che non sono ancora abbastanza. Quello che stupirà i detrattori sarà che, ancora una volta, con costanza e coraggio, le donne incasseranno il colpo e continueranno a scendere in campo. Che piaccia o no.

Marialaura Scatena, Giulia Beghini
© RIPRODUZIONE RISERVATA