“Eid Mubarak” è quanto è apparso ieri sui canali social dei maggiori club calcistici del mondo. Si tratta di una formula augurale che chiude il mese di Ramadan, il nono dell’anno secondo il calendario islamico, quello dedicato all’osservanza del digiuno.

Come pratica, con modalità differenti, quella del digiuno è comune alle tre grandi religioni monoteiste. Nell’ebraismo, ad esempio, come atto di redenzione o preghiera è praticato talvolta volontariamente e poi di precetto nel Giorno dell’espiazione (Yom Kippur); nel cristianesimo il periodo di ascesi e privazione è invece quello noto della Quaresima. Perché quindi il caso del ramadan assume particolare importanza nell’universo sportivo?

La sostanziale differenza riguarda la durata della fase della penitenza. Il ramadan, uno dei cinque pilastri dell’Islam, dura un mese: ogni giorno tutti gli adulti in salute devono, tra le altre rinunce corporali, praticare digiuno dall’alba al tramonto.

Si possono sottrarre all’obbligo le donne incinte, i malati gravi o i viaggiatori salvo poi recuperare le ore di astensione in un altro momento. Trenta giorni costituiscono un periodo di tempo considerevolmente lungo, motivo per cui alcuni sportivi musulmani, nel tempo, non hanno aderito al digiuno consci che le venti ore al giorno senza cibo avrebbero influenzato le loro performance.

Il British Journal of Sports Medicine, infatti, alla luce di uno studio su due squadre professionistiche algerine –  un campione di 55 calciatori – ha evidenziato una diminuzione significativa dei parametri legati a velocità, agilità, dribbling e resistenza e ha conseguentemente dimostrato come sfasare i ritmi di nutrizione e di sonno e veglia influenzi le prestazioni fisiche.

Un atleta d’élite durante tutto l’anno è abituato a sostenere un regime alimentare rigoroso e controllato, in media, per rendere l’idea, deve essere pronto a sostenere circa 10-12 chilometri a partita, cosa che appare difficile per un corpo non adeguatamente preparato. Come si può quindi far coesistere un’esigenza religiosa con una sportiva? 

Secondo il dottor Zafar Iqbal, capo della medicina dello sport al Crystal Palace FC, nei paesi musulmani, in cui la maggior parte dei calciatori aderisce ai dettami religiosi, il programma di allenamento può essere modificato in base alle necessità e condiviso da tutta la squadra con i vantaggi che comporta perseguire un obiettivo collettivamente. Il punto è che non sempre la situazione è omogenea.

Un esempio esplicativo è la gara di qualificazione per la Coppa d’Asia tra Palestina e Oman andata in scena il 13 Giugno 2017. Quell’anno il mese di Ramadan cadeva nel periodo compreso tra il 26 maggio e il 24 Giugno, tempi in cui le temperature iniziano ad essere alte, specialmente in Oriente. La scelta comune a molte formazioni è stata quella di posticipare il fischio d’inizio delle gare fino a tarda notte. Le squadra palestinese, per adeguarsi alla particolare condizione imposta dal Ramadan, aveva progettato sessioni di allenamento notturne intorno alle 23:00 a cui seguivano bagni di ghiaccio, fisioterapia e un pasto alle 2:45 circa.

L’equipe nutrizionale monitorava i buffet che prevedevano un menù equilibrato con un eguale apporto di carboidrati e di proteine, evitando gli eccessi e permettendo agli atleti di accumulare energia facilmente per poterla poi spendere in partita. Proprio per incentivare il metabolismo, le direttive mediche suggerivano un allenamento in palestra un’ora prima dell’Iftar, il pasto concesso all’interruzione del digiuno. Un sistema pensato nei minimi dettagli da cui però erano esclusi cinque componenti della rosa: quattro appartenenti alla parte crisitiana della comunità palestinese e  uno di madre slovena e padre palestinese. Per loro la routine nutrizionale rimase pressoché invariata ma a cambiare fu il resto. Nessuno condivideva la camera con compagni che praticavano il digiuno, avevano tempo libero per allenarsi in palestra e si erano dovuti adattare agli orari degli altri per permettere alla squadra di allenarsi al completo, restando svegli di notte per poi dormire fino a mezzogiorno. 

Se guardiamo all’Europa occidentale, teatro dei maggiori campionati, nonostante il numero di atleti musulmani sia notevole, la situazione è pressoché capovolta: si studiano piani per far coincidere le esigenze religiose di alcuni con quelle del collettivo. Islam Momani, direttore dell’Associazione dei calciatori musulmani (AMF) ha espressamente dichiarato che negli anni la consapevolezza intorno al tema è aumentata e la disponibilità a trovare soluzioni è molto più comune di quanto non lo fosse in passato. Certo, la presenza di vere e proprie star di confessione musulmana quali Paul Pogba,  Momo Salah, o N’Golo Kante, ha velocizzato il processo, quantomeno concettuale, di integrazione, anche oltre il ramadan, ma, nonostante i miglioramenti, la questione si fa più intricata quando il discorso si allarga alle donne. Anche se l’Islam di fatto non le esclude dalla pratica sportiva, il tasso di partecipazione femminile è tendenzialmente basso per via di alcuni capisaldi della tradizione tra cui  l’uso di indumenti tradizionali non certo comodi ai fini di una soddisfacente performance, i doveri familiari previsti o i tempi di preghiera che poco si confanno ai ritmi e ai modi occidentali che, dal canto loro, a dirla tutta, palesano anche una certa difficoltà nell’accogliere atlete musulmane nelle strutture delle proprie leghe.

Prima ancora che sportiva, quella che si apre è una querelle sociale e antropologica. Un caso che fa scuola in riferimento alla complessità dell’argomento, riguarda la nazionale femminile libica. Nel 2013 le autorità sportive di Tripoli, dopo un primo nulla osta, hanno vietato alle calciatrici convocate di raggiungere Berlino per il ‘‘Discover Football’’ utilizzando la sacralità del Ramadan come motivazione. ‘‘Perché le altre nazionali possono andarci e noi no?’’ la domanda, senza fronzoli, è di Hadhoum el-Alabed, centrocampista all’epoca caposaldo della formazione con un trascorso europeo tra le file del Liverpool. Tunisia, Libano, Palestina, Egitto, Giordania le altre partecipanti al torneo, più l’ospitante Germania, ideatrice della competizione due anni prima, outsider se il criterio di classificazione è quello religioso, almeno in termini di maggioranza. Già nei giorni antecedenti al divieto, la squadra aveva svolto allenamenti in luoghi segreti per sfuggire agli attacchi degli estremisti radicali maturati in un clima alquanto ostile. La sacralità del Ramadan è stata fornita quasi come giustificazione. Il motivo probabilmente sta nel fatto che un precetto religioso risulta più comprensibile come divieto per gli interlocutori tedeschi, europei in genere, rispetto alle prediche senza reticenze mandate in onda dalle televisioni nazionali. Sugli schermi libici, dalle moschee, si sentivano tuonare come litanie dichiarazioni come: “This team consists of tall, good-looking young girls, and that’s the last thing this country needs. For the first day that she [a Libyan woman] signed up for this team, she has sold herself and brought shame on her family.” Bastian contrario, che non c’è ingiustizia che non ne abbia almeno uno, quasi a chiudere il cerchio e ad aprire alla speranza, l’intervento di El – Bahi che ha citato il Corano raccontando come Maometto e sua moglie erano soliti correre insieme e gareggiare. Come un’ammonizione poi, ai danni della comunità assuefatta a certi dogmi della tradizione più che della religione, ha innalzato la nazionale femminile a simbolo di riconciliazione in un paese martoriato da postumi dittatoriali e da duraturi conflitti intestini.

Il Ramadan oggi, come esperienza raccontata, anche grazie agli atleti che si sono affermati lontano dalla propria patria, ha raggiunto nel mondo sportivo uno status diverso, non è più un tabù, una giustificazione inattaccabile o un pretesto ma una situazione da capire e da affrontare impiegando i mezzi che si hanno a disposizione. Può essere davvero un’occasione per unire nella conoscenza reciproca, come d’altronde dimostrano i post che recitano all’unisono ‘‘Eid Mubarak’’.

Marialaura Scatena
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