Memore dei dibattiti nati a ridosso del mondiale di Francia o della première di Frappart in Champions League, Vera Gheno ci ha spiegato le dinamiche del linguaggio di genere

Ma una donna che dirige un’orchestra si chiama direttrice o direttore? Beatrice Venezi, che le indicazioni all’orchestra le dà per mestiere, sul palco dell’Ariston ha detto di preferire direttore. La notizia, come tradizione sanremese vuole, ha riacceso un dibattito che aveva interessato anche il calcio femminile ai tempi del Mondiale francese. Quella di due anni fa è stata “L’estate della portiera”, come titola Marco Giani in un articolo accademico a cui aggiunge poi un didascalico “polemiche sul linguaggio di genere per il calcio femminile”. Per chiarire la questione, ne abbiamo parlato con la sociolinguista Vera Gheno, intervenuta quell’estate e titolare fissa nel campo delle diatribe linguistiche.

Nata a Gyöngyös, Ungheria, da padre veneto, professore di filologia ugrofinnica, e madre ungherese, è dai tempi dell’asilo a Panzano in Chianti che ritiene l’italiano la sua lingua madre, pur conoscendo perfettamente anche l’ungherese da cui è traduttrice. Parla inoltre l’inglese, il finnico, dopo aver abitato per tre anni in Finlandia, e, quando i toni si scaldano, il veneto.

Insegnante all’Università di Firenze, dove tiene il Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione, ha collaborato con l’Accademia della Crusca dal 2000 al 2019 e gestisce attualmente la parte linguistica del profilo Twitter di Zanichelli. È autrice inoltre di alcuni libri tra i quali: “Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)” (Franco Cesati Editore, 2016), “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (Longanesi, 2017) con Bruno Mastroianni e “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole” (EffeQu, 2019).

Vera Gheno sembra proprio quel tipo di insegnante così appassionata della sua materia, da coinvolgere gli studenti al punto di condizionarne le scelte di future carriere. Anche per questo non si sottrae mai al confronto, come dimostra la quantità notevole di dirette e conferenze di cui è piena la sua agenda. Alla dedizione per la sociolinguistica, Vera Gheno aggiunge una passione per il brutalismo, vari gatti che girano per casa e un carisma punk che sa dominare la scena.

Partiamo dall’inizio, le Azzurre si qualificano ai Mondiali dopo vent’anni di assenza e gli italiani, oltre ad essere allenatori, si sono scoperti anche linguisti, ponendosi il problema di come chiamare le giocatrici in campo. Le questioni principali si sono sollevate per portiera e difensora, mentre per capitana, centrale, esterna, centrocampista, attaccante, bomber e soprattutto panchinara, non ci sono stati grossi problemi. Come mai la discussione si è focalizzata sui primi ruoli e non sugli altri?

“Portiera e difensora sono sostantivi di cosiddetto genere mobile. Quindi con il maschile in -o/-e ed il femminile in -a, lo stesso modello di maestro/maestra e infermiere/infermiera, per citare dei femminili universalmente riconosciuti come esistenti. Centrocampista e attaccante sono invece nomi ambigeneri, cioè basta cambiare l’articolo: il centrocampista, la centrocampista; così pure attaccante: dall’articolo non si vede (viene apostrofato sia per il maschile sia per il femminile), ma si capisce accordando il resto della frase; qui siamo ancora nell’ambito di sostantivi come il/la docente. Per quanto riguarda lì dove la declinazione femminile è più evidente, le parole sono state uno specchio della società e della cultura in cui una certa lingua agisce. La società è abituata al fatto che il calcio sia faccenda maschile, le calciatrici sono un po’ una new entry. Tipicamente le persone che non usano questi femminili si difendono dicendo che non esistono, ma non è vero. Basterebbe prendere in mano un dizionario, io per queste cose uso lo Zingarelli perché ha messo a sistema i femminili professionali dal 1994. Se ti viene il dubbio che non esista una forma femminile, vai lì e guardi che cosa ti dice”.

Questo problema con la percezione dei femminili professionali, non solo in questo ambito, lo si ha di più con i nomi di genere mobile o anche con gli altri?

“Secondo me è abbastanza diffuso comunque, perché uno non ci fa caso che in realtà il nome sia di genere mobile. Quindi se tu vuoi declinare al femminile presidente, molto spesso la risposta è: “Allora da domani devo forse dire la presidenta?” Non c’è la percezione che quel presidente sia ambigenere, quindi basta cambiare l’articolo. Lo stesso vale per i sostantivi di genere promiscuo tipo guardia, che ha solo la forma la guardia e non il guardio”.

In un articolo accademico è riassunta un po’ tutta la cronologia della polemica, tipo tutta la polemica minuto per minuto, compresi i vari interventi di giornalisti, linguisti e del grande pubblico. Quando il dibattito diventa anche mediatico, qual è il ruolo dei linguisti e degli studiosi in genere? Dovrebbero intervenire o si fatica a fare chiarezza visto il flusso turbolento di opinioni?

“Dipende. Credo che negli ultimi anni si sia diffusa un po’ questa figura del linguista che interviene nelle diatribe popolari. È in corso una specie di avvicinamento fra mondo accademico e ampio pubblico tramite la divulgazione. In realtà penso che ci sia bisogno anche di questo, quindi se fino a un paio d’anni fa non mi capitava spesso di venire chiamata a dirimere delle controversie, adesso è piuttosto comune e credo legato proprio a un aumento dell’importanza della divulgazione. Del resto, il linguista è un parlante di una lingua particolarmente competente, perché l’ha studiata e può dare opinioni informate. Il punto è che, più che in altri campi, siccome ogni persona che parla una lingua è convinta di conoscerla molto bene, c’è quest’idea che siamo tutti linguisti. Non è vero, perché il linguista fa discorsi metacognitivi sulla lingua, si chiede come mai siamo arrivati a definire certe regole. Per cui il linguista può scegliere di fregarsene e andare avanti nei suoi lavori di ricerca senza curarsi di quello che succede fuori dal suo ufficio oppure può scendere nella mischia”.

E tu scendi nella mischia.

“Io vengo da una prospettiva demauriana, uno dei miei maestri è stato Tullio De Mauro che era a sua volta ispirato da don Milani. C’è una storia di volontà di far conoscere meglio la lingua alle persone, perché la lingua è vista come strumento di liberazione anche dalla sottomissione a un potere superiore. Senza una competenza linguistica buona, non c’è democrazia. Per cui io lo sento un po’ come dovere quello di cercare di aiutare le persone a capire meglio come funziona la lingua. Dopodiché posso avere un ruolo di guida su certe cose, ma non posso cambiare la testa delle persone. Questa resistenza a usare i femminili non è una resistenza linguistica, ma la cartina tornasole del fatto che siamo ancora oggi una società tendenzialmente patriarcale e soprattutto molto tradizionalista. È indice di una resistenza mentale nei confronti della presenza della donna anche in ruoli e in contesti in cui prima non c’era, ed era meglio quando non c’era. Cioè ‘che ci stanno a fare le donne del calcio? C’è bisogno?'”

Il punto apice della polemica si è raggiunto quando le telecroniste, durante Italia-Cina, hanno riportato la preferenza di Giuliani per portiere rispetto a portiera. La sua opinione è stata condivisa da molti riportando l’esempio del libero nella pallavolo, sempre al maschile perchè riferito al ruolo in senso stretto, o il fatto che la connotazione della parola, a differenza di capitana, sia associata classicamente a quella della macchina.

“Ma anche il portiere può essere quello di uno stabile. La questione della polisemia diventa un problema solo per i femminili, perché più insoliti e quindi balzano più all’orecchio. La triste verità è che molti nomina agentis al femminile sono percepiti e autopercepiti come dequalificanti e quindi molto spesso sono le donne stesse che preferiscono essere chiamate al maschile. Tante volte succede che le donne mi dicano “Io ho lavorato tanto per fare l’avvocato, non voglio svilire il mio titolo con avvocata”. Ma che razza di discorso è? Maestra lo dici, regina lo dici, cassiera lo dici, però avvocata no, giammai, è svilente. Purtroppo, non è che essere donne ci metta al riparo dall’avere una mentalità tradizionalista patriarcale, sono moltissime le donne che ci stanno dentro e ci stanno benissimo. Da questo punto di vista il mio lavoro è anche divertente, perché vengo attaccata sia da una parte che dall’altra. Portiera non è squalificante nel momento in cui lo usi con tranquillità, la prima volta qualcuno ride, la seconda ride e la terza volta è già dimenticato, così come usiamo fallo a bordo campo senza pensare tutte le volte al ca**o, che anzi è proprio la stessa parola. È un po’ un finto problema. Spesso sono le donne che preferiscono il maschile, perché se usi portiera o arbitra devi difendere la tua scelta, la devi spiegare perché è strana e molte non ne hanno voglia di usare un nome che poi genera una discussione nella quale ti dovresti informare anche”.

Da un certo punto di vista, lo si può anche capire che non ne avesse particolarmente voglia, le è stato chiesto in giorni in cui avevano raggiunto un traguardo storico dopo anni in cui nessuno si interessava a loro.

“Infatti, uno dei problemi che ha questa questione è di farne una battaglia. Motivo per cui io sono invisa anche a molte donne più femministe perché “Eh se non dici portiera sei vittima del patriarcato introiettato”. Ma lascia vivere la figliola, io la appellerei come portiera, poi se lei preferisce essere chiamata portiere, benissimo, la chiamo portiere. Il tipo di lavoro che faccio io è molto laissez faire, cioè ti spiego che il femminile corretto sarebbe arbitra, documentato in centinaia di anni di letteratura italiana, addirittura già in latino. Non lo vuoi usare? Va bene lo stesso”.

Questo problema con i femminili professionali lo hanno anche le altre lingue neolatine che non hanno il genere neutro, come spagnolo e francese, o è una discussione che avviene solo in Italia?

“Quella sul linguaggio attento al genere è una discussione presente un po’ in tutte le lingue laddove dietro c’è una cultura che inizia a far caso alle diversità. In generale se ne sta discutendo un po’ in tutte le lingue d’Europa e non solo. C’è un documento interessante del Parlamento Europeo che parla proprio delle varie strategie di uso non sessista delle varie lingue. Poi sai sia il francese sia lo spagnolo hanno due enti linguistici (Real Academia Española e Académie Française ndr.) che hanno il potere di legiferare sulla lingua. In Italia un ente di questo tipo non c’è, molti credono che sia la Crusca, ma la Crusca non ha un ruolo così definito”.

Non ha un ruolo decisionale diciamo.

“No, per cui ti al massimo può dare consigli. Per esempio, l’italiano non ha un dizionario ufficiale, non ha una grammatica ufficiale. Le lingue summenzionate ce l’hanno, per cui nel momento in cui la Real Academia Española ha iniziato a usare i femminili, la questione non si è più posta, si fa così e basta e le persone si adeguano. L’italiano questo dirigismo non l’ha mai avuto. Si è provato a farlo col fascismo, per cui c’è stata tutta la questione dell’autarchia che è stata fallimentare, perché poi la gente è tornata a dire cocktail invece di bevanda arlecchina e altre scemenze. Noi paghiamo un po’ questa anarchia linguistica, che però è anche una forza dell’Italiano, fondamentale alla fine decidono i parlanti”.

In Spagna e soprattutto in Francia, il calcio femminile è a ottimi livelli e da anni è più riconosciuto rispetto a quanto accade in Italia – nonostante qui esista dagli anni ’70. Questo può avere una qualche influenza sulla lingua e sul tempo necessario a questi cambiamenti, a maggior ragione se sono i parlanti a decidere?

“Ci vuole la creazione di una tradizione. Esattamente come la pallavolo femminile che è riconosciuta da tanto tempo e come dicevi prima, a parte libero che è un caso particolare, tutti gli altri ruoli sono declinati al femminile. Per cui il fatto che una qualsiasi branca della conoscenza diventi usuale in una cultura, poi fa sì che anche la lingua si adegui. Per cui potremmo rifare questa chiacchierata fra dieci anni e se per dieci anni il calcio femminile è andato fortissimo e magari tutti i delusi del calcio maschile si sono riversati sul calcio femminile che diventa un affare miliardario, io sono abbastanza convinta che portiera e tutto il resto potrebbero tranquillamente entrare senza far troppi danni. Ci sono dei casi, mi viene in mente senatrice e deputata, che trent’anni fa erano desueti e poi sono entrati nell’uso e nessuno ha avuto nulla da ridire, sono entrati di soppiatto. Il punto è che adesso è una questione, quindi ora stanno tutti a scannarsi”.

Quanto può aver influito sulla affermazione linguistica di queste parole il fatto che la stampa, che per prima ha posto la questione, poi poco dopo la fine del Mondiale non abbia più dimostrato molto interesse per l’argomento?

“Non so fare un pronostico, sarebbe interessante vedere la prossima volta che si rinfocola l’interesse femminile che cosa succede, a che punto siamo. Per il resto guarda può accadere di tutto. Io ho notato due cose però, che calciatrice è già entrato abbastanza e l’altra è che sta entrando anche se a fatica arbitra. Potrebbero essere i prodromi di un cambiamento linguistico di cui alla fine portiera va a seguire. Portiera potrebbe essere il più fastidioso di tutti perché appunto c’è la consonanza con la portiera della macchina. Però secondo me se entrano gli altri, farebbe strano avere tutta la squadra declinata al femminile tranne il portiere”.

In questi ultimi anni un minimo di visibilità in più per il movimento c’è stata, però, soprattutto in passato, si è faticato a parlare delle calciatrici come atlete vere e proprie. Tu ti occupi anche di social e lì la questione spesso si pone, cioè è meglio che di una cosa se ne parli purché se ne parli o è meglio che se ne parli meno ma meglio?

“Giornali e media tradizionali parlano spesso di ciò che fa clic, non è la logica di coltivare l’interesse. Per come è cambiato il sistema mediale è una domanda a cui non si può rispondere. Prima c’erano degli emettitori di notizie e dei fruitori di notizie. Internet e i social hanno stravolto questo sistema, per cui ora siamo contemporaneamente fruitori ed emettitori di notizie e soprattutto tutti hanno voce in capitolo. Qui non c’è l’esperto che ti dà gentilmente la sua opinione, ma c’è questo popolo di esperti che si parlano l’uno sopra l’altro, l’autorevolezza l’abbiamo dimenticata a casa. Il punto è chiedersi che cosa succede quando se ne parla a livello globale. L’esperto dovrebbe insistere nel far sentire la propria voce in quel campo, cercando di raddrizzare quando vengono dette cose particolarmente oscene. Invece, siccome il dibattito è molto sporco, c’è questa specie di spirale del silenzio degli intelligenti, cioè i competenti si guardano bene dall’ entrare nella diatriba”.

Però questo tendenzialmente non migliora le cose.

“No, non le migliora, ma se noi prendiamo atto che questo è oggi il dibattito pubblico, possiamo chiederci cosa si possa fare per migliorarlo, quindi tu nel tuo e io nel mio senza che io venga a dire a te come fare il tuo lavoro. Bisogna imparare a vivere questa complessità cognitiva e informativa del presente, l’infodemia di cui parlava l’OMS. Nessuno ci ha insegnato a viverla finora, stiamo imparando sulla nostra pelle”.

In generale nel calcio femminile si tende a specificare femminile. Non si parla di calcio, ma di calcio femminile, c’è la Juventus e la Juventus Women, Roma e Roma Women, come a dire c’è la versione ufficiale e poi ci siete voi. In questo caso quello specificare femminile ha accezione positiva o negativa?

“Ha accezione informativa, laddove la norma è il maschile, è da segnalare il femminile. Bisognerebbe vedere se c’è qualche sport che ha una tradizione fondamentalmente femminile, nella quale i maschi magari sono una novità. Per esempio, il nuoto sincronizzato maschile”.

Credi che questa resistenza al cambiamento si senta di più in un ambito tradizionalmente maschilista come il calcio rispetto ad altri campi?

“Ricordati che noi esseri umani siamo animali profondissimamente abitudinari anche nella lingua. Quindi che qualcuno ci venga a sovvertire l’abitudine è sempre visto come una minaccia e quando uno è minacciato, come tutti gli animali, poi diventiamo aggressivi. È la cosa più vecchia del mondo da questo punto di vista, quando qualcuno aggredisce le nostre abitudini linguistiche, spesso abbiamo delle reazioni inconsulte. Stavo pensando alle Olimpiadi, lì è tutto maschile e femminile”.

L’atletica ad esempio specifica femminile, ma specifica sempre anche maschile.

“Esatto, perchè è normale che ci siano i due sessi, invece il calcio è maschile e poi ci sono femmine. Secondo me non puoi togliere la specifica, perché è giusto che venga segnalato che non è il calcio dei maschi, forse una sorta di equilibrio sarebbe se il calcio maschile fosse indicato come maschile”.

Probabilmente non si percepirebbe il doppio standard, che invece salta fuori anche per la questione dell’arbitra che dicevi prima. In Francia al Mondiale c’erano solo arbitre, 27, ma nessuno ha fatto commenti sulla cosa. Frappart ha arbitrato una partita di maschile (Champions ndr) e tutti si sono posti la questione, come se anche per avere diritto a essere chiamate col femminile, serva la legittimazione del calcio maschile.

“Finché ce la cantiamo e ce la suoniamo tra di noi donne, va bene, ma un’arbitra che va ad arbitrare gli uomini, insomma c’è comunque un panda rosa, signora mia dove andremo a finire.

Va a finire che a livello di diffusione del sostantivo, fa di più il calcio maschile che non quello femminile.

Ne parlavamo oggi in un panel abbastanza infuocato, alla fine succede che le donne per essere legittimate hanno ancora bisogno della legittimazione maschile.

Questo potrebbe essere un esempio visto che, al Mondiale, nella VAR room, dove si legittimano situazioni di gioco dubbie in campo, erano tutti uomini.

“Il problema di buona parte del maschilismo o del patriarcato è che non è così evidente. Tu donna hai la sensazione di poter accedere a tutto e di non avere limiti, poi però ci sono delle cosette qua e là che invece poi ribadiscono che insomma proprio pari pari non siamo o perlomeno non siamo percepite come perfettamente pari”.

Ultima domanda, partita Italia – Ungheria chi tifi?

[logoranti secondi di riflessione] “Ungheria”.

Così proprio, colpo basso questo.

“Eh, lo so. Io ho lasciato subito l’Ungheria, però il posto dove sei nata è qualcosa di viscerale. Quando incontro italiani all’estero non faccio particolari scene, anche perché è più comune, una pizzeria la trovi anche al Polo Nord. Quando incontro un ungherese all’estero c’è una parte di me che esulta. Poi odio tutto l’ambaradan ungherese attuale però insomma sì, tiferei più Ungheria”.

Ne prendo atto amaramente.

“Sorry” [ride].

Giulia Beghini
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