A dieci anni dalla tragedia di Fukushima, la storia della squadra che riuscì a far ritrovare la speranza a una nazione distrutta

Il calcio è solo uno sport. Il calcio non dovrebbe interferire nella vita sociopolitica della realtà quotidiana, ma limitarsi a fare “ciò che sa fare meglio”. Il calcio non è una priorità e non merita tutta l’attenzione che gli viene dedicata. In fondo, è solo una questione di soldi. Quante ne abbiamo sentite su questo sport, quante ancora se ne diranno (la nostra preferita resta “Il calcio non è uno sport per donne”). E certamente possiamo ammettere che a volte gli estremismi e gli eccessi che questa disciplina sportiva ha raggiunto hanno trasformato il suo volto e distorto il messaggio che intendeva trasmettere fin dall’inizio.

Ma le storie sono tutte lì fuori, le prove sono evidenti, continue, potenti. Il calcio femminile le ha raccontate, mostrate, rese vive. E non ha solo ha recuperato la purezza di questo sport, frase fatta spesso utilizzata per giustificare che le donne giochino solo per divertimento, senza soldi e senza professionismo. No, il calcio femminile ha invertito la rotta, è tornato alle origini ed è diventato il narratore che era destinato ad essere, in modi diversi in ogni nazione.

Nella cultura giapponese esiste una particolare pratica artigianale che prende il nome di Kintsugi. Si tratta della celebre arte di riparare ciò che è stato distrutto con l’utilizzo di oro o argento liquido, dando vita a qualcosa di nuovo, bellissimo nelle sue imperfezioni, come cicatrici che raccontano un passato. La Nazionale Femminile Giapponese, le Nadeshiko, hanno rappresentato la metafora concreta e vivente dell’arte del Kintsugi quando la Nazione era in pezzi e aveva bisogno di rimettere insieme i cocci.

L’11 Marzo 2021 ha segnato il decimo anniversario di una tragedia che ha messo il Giappone in ginocchio nel 2011, un catastrofico effetto a catena che ha avuto origine da una potente scossa di terremoto. Una magnitudo di livello 9 della scala Richter provoca uno tsunami che si abbatte sulle città costiere e travolge ogni aspetto della vita che incontra nel suo passaggio. Ma, oltre la catastrofe naturale, l’inondazione colpisce la centrale nucleare di Fukushima, causando la fusione di tre reattori e un’allerta di contaminazione che raggiunge i livelli di Chernobyl. Vittime, dispersi, sfollati, la società nipponica è letteralmente braccata dalla tragedia e cerca il modo migliore per rimettersi in piedi.

La partecipazione delle Nadeshiko ai Mondiali di Germania diventa inizialmente un simbolo, portavoce di un messaggio di ringraziamento per gli aiuti ricevuti. Ma la presenza della squadra alla competizione si carica sempre di più, partita dopo partita, di nuovi valori, nuovi significati, nuovi obiettivi.

Le Nadeshiko si presentano al mondo e sono tutto il contrario di ciò che il loro soprannome suggerisce. Le calciatrici della Nazionale Giapponese non sono figlie di un’ideologia patriarcale e maschilista, non rappresentano l’immagine stereotipata di un fiore delicato e aggraziato ma in fondo debole e da preservare. Le Nadeshiko non sono fiori ma guerriere come tutte le donne che scelgono di abbattere le barriere sociali e occupare quelle realtà professionali da sempre precluse alle donne. Ma nel 2011 quelle atlete si trasformano in qualcosa di più, diventano sopravvissute, e con il cuore spezzato e l’anima che sanguina, la squadra giapponese affronta i Mondiali senza pretese, senza aspettative, ma con il bisogno di lottare, per riprendere il controllo almeno su un singolo aspetto della loro vita mentre tutto il resto sfuggiva alla loro volontà.

Le Nadeshiko scendono in campo e con loro le famiglie, la comunità, una Nazione intera che ha qualcosa da aspettare, qualcuno in cui credere per ricominciare a sperare.

A conti fatti però, la Nazionale Giapponese non è tra le favorite alla vittoria, il calcio giocato dalle nipponiche deve sopperire alle limitazioni fisiche (altezza e corporatura) e, per quanto questo sport non risponda a determinate esigenze di robustezza, inevitabilmente il loro stile di gioco deve adattarsi alle rispettive possibilità. Passaggi corti, fraseggio costante, minuziosa gestione della palla tra recuperi, controlli e tocchi di prima, una mentalità instillata proprio da un tecnico statunitense tra gli anni ‘80 e ‘90. E questo modus operandi diventa non solo il marchio di fabbrica delle Nadeshiko ma anche una filosofia di gioco, perché le undici calciatrici in campo diventano un solo corpo, un organico che si muove e vive in simbiosi con tutte le sue parti, un gruppo estremamente difensivo quando sa di non poter affrontare a viso aperto l’avversario, ma che sa trovare l’unico momento giusto per colpire e non sbagliare.

Il percorso della Nazionale Giapponese inizia in discesa, per i primi turni tutto appare stranamente semplice per la squadra asiatica, almeno in campo, lì dove per novanta minuti possono dimenticare la sofferenza che portano dentro. Ma per quanto la preparazione fosse stata messa a punto per ogni scenario possibile e ogni probabile avversario, le Nadeshiko sapevano che sarebbero arrivati tempi più duri. Ed è proprio quello che succede quando, ai quarti di finale, la compagine giapponese scopre di dover far fronte alle padrone di casa, nonché una delle squadre favorite alla vittoria.

La tattica con cui il coach Susaki si avvicina alla gara contro la Nazionale Tedesca riguardava ben poco uno schema di gioco. È proverbiale infatti la sua decisione, a tratti forse anche cinica e gelida, di mostrare prima della partita e nell’intervallo negli spogliatoi le immagini di una ripresa che mostrava le condizioni della centrale di Fukushima e di tutto ciò che la sua distruzione aveva portato. Le Nadeshiko assistono in silenzio all’ennesimo specchio crudele della vita che hanno lasciato a casa prima di partire e questo momento infonde in loro un’energia impossibile da spiegare razionalmente.

La squadra che scende in campo contro la Germania è un insieme indissolubile, un gruppo ferito, straziato, arrabbiato, tanto da collezionare quattro cartellini gialli in una sola partita, evento raro per la Nazionale. Le undici calciatrici in campo non hanno davvero settori distinti, l’obiettivo è uno solo ed è comune per tutte loro: resistere. Alle Nadeshiko serve solo una possibilità, mentre il tempo scorre. E quella chance arriva quasi come una conferma di tutto ciò che stava succedendo in quei Mondiali. Karina Maruyama infatti finalizza con successo un’azione collettiva costruita con quattro passaggi di prima che avevano coinvolto i movimenti di tutta la squadra. Ma quando la palla entra in rete, il gol di Maruyama non è soltanto quello della vittoria, è il gol di una donna che la centrale di Fukushima la conosceva fin troppo bene, avendoci lavorato come impiegata dal 2005 al 2009.

La Nazionale Giapponese supera anche la semifinale e arriva all’ultima partita del torneo fedele a ciò che avevano preparato, al gioco che avevano scelto e alla mentalità che le aveva accompagnata fin dal principio.

La partita contro la Nazionale Statunitense Femminile è un altro incontro in cui le Nadeshiko capiscono di essere chiamate a difendere, con costanza e in maniera infaticabile. Come ricordano anche Michele Uva e Moris Gasparri in Campionesse, il Giappone subisce le verticalizzazioni della Uswnt, i lanci lunghi, i cross ampi e precisi, la difesa incassa, come un pugile d’esperienza, e resiste. Il portiere nipponico Ayumi Kaihori protegge la sua porta dall’assedio di giganti del calcio femminile e si supera di fronte a un colpo di testa feroce di Carli Lloyd. La backline statunitense non è impeccabile e, al gol d’apertura di Alex Morgan, risponde con puntualità Aya Miyama, sfruttando perfettamente l’occasione concessa dall’errore di Ali Krieger e Rachel Buehler.

Nei tempi supplementari, la Nazionale USA aggredisce la squadra giapponese in cerca della vittoria e la potenza del colpo di testa di Abby Wambach è insostenibile anche per la numero uno delle Nadeshiko. Ma nel momento in cui qualsiasi altra squadra sarebbe crollata sotto il peso dell’attacco della Uswnt, la Nazionale giapponese reagisce ancora e, dallo sviluppo di un calcio d’angolo, Homare Sawa trova la rete del pareggio con un tiro che voleva essere solo un assist disperato e che invece porta la squadra ai rigori.

Se le Nadeshiko hanno vissuto e giocato i Mondiali di Germania come un’unica entità, è anche vero che la loro anima in quel momento porta il nome e il volto di Homare Sawa. Veterana e capitano della squadra, Sawa aveva affrontato il torneo in maniera assoluta e totale. Dopo la prima tripletta nella partita contro la Nazionale Messicana, Sawa aveva gestito e controllato il gioco nipponico come un perno che regge perfettamente una struttura incerta ma determinata. Il capitano giapponese era ovunque la sua squadra avesse bisogno che lei fosse, ma aveva anche sviluppato un istinto da striker che nel 2011 appariva infallibile.

Ai rigori, la finale tra Nadeshiko e Uswnt cambia letteralmente volto. Col senno di poi si potrebbe pensare che la scelta delle rigoriste statunitense fosse sbagliata (Heath forse era troppo giovane, Lloyd troppo stanca) o che i 120 minuti di gioco avevano ormai prosciugato le energie del gruppo di Pia Sundhage. Ma forse, semplicemente, altre componenti hanno agito in quella sequenza dagli undici metri: fortuna, destino, compensazione cosmica, giustizia.

Quando la più giovane calciatrice in squadra, Saki Kumagai, apre la strada per il suo futuro brillante mettendo a segno il rigore decisivo, le Nadeshiko esplodono in una gioia che non provavano da troppo tempo e con loro i tifosi lì in Germania ma soprattutto quelli che erano rimasti a casa, in attesa di qualcosa di positivo a cui aggrapparsi.

La portata di questa vittoria è immensa. Un’ondata di orgoglio, felicità e luminosità travolge la società giapponese proprio come lo tsunami che aveva distrutto la loro quotidianità pochi mesi prima ma questa volta è un’onda che aiuta a ricostruire ciò che era stato annientato.

Le Nadeshiko non hanno più raggiunto il gradino più alto del podio e non hanno più trionfato nelle finali contro la Uswnt. Ma il calcio, in qualche modo, ha il potere di trasformarsi nel momento più opportuno, dare fondo alla sua magia quando più serve. Il Giappone in quanto nazione aveva bisogno di rinascere nel 2011, non prima, non dopo.

Le Nadeshiko nel 2011 sono state l’oro liquido che ha permesso alla Nazione di ritrovare la bellezza dopo la ferita più profonda e dolorosa, e di mostrare con orgoglio le sue cicatrici perché simbolo del momento che l’aveva piegata ma non spezzata. E da quella vittoria in poi, la vita era ricominciata. Quindi vi prego, diteci ancora quanto il calcio sia solo uno sport.

Rita Ricchiuti
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