Arriva un momento ogni anno, qualsiasi cosa accada, in cui il sole si trova in una posizione perpendicolare all’equatore e il giorno e la notte, la luce e il buio, hanno pressoché la stessa durata. Anche se ci sembra di star fermi la terra si muove e va incontro ciclicamente ad una nuova rinascita, alla primavera, se non è questo il più grande indizio di speranza che conosciamo non so quale sia.

Ma la speranza va maneggiata con cura, non va data per scontata e neanche sottovalutata, soprattutto quando si tratta di esseri umani. Certi inverni possono essere particolarmente gelidi, ci sono sempre i ghiacciai ad alta quota che non si inteneriscono e certi bucaneve possono non aver la forza di sfondare la coltre bianca. Ed è questo che ci disarma davanti alle malattie: il senso di precarietà e l’impotenza che non ha nulla a che vedere con la volontà.

Però il calcio, che della vita è un buon traduttore, ci insegna che se la programmazione è il piede destro, l’imponderabilità è quello sinistro e chiunque abbia mai calciato un pallone sa quant’è importante saperli usare entrambi. Ci insegna poi che, ancor più dei due tempi regolamentari, quel che può cambiare le storie, in un attimo, è un buon terzo tempo: tu colpisci di testa un pallone vagante all’ultimo respiro e i novanta minuti precedenti prendono tutta un’altra piega.

La consapevolezza di affrontare una gara aperta con la forza mentale di mettersi sempre in gioco, quello di Virginia Torrecilla è un grande esempio di primavera. Dopo dieci mesi dalla delicata operazione al cervello, la ventiseienne centrocampista spagnola è tornata al centro sportivo colchoneros accolta dalla sue compagne festanti. A dire il vero non l’avevamo mai vista davvero fuori dai radar, la squadra si è sempre disposta bene in campo in questi mesi, comprendo tutto il terreno, come in dodici, e l’abbiamo apprezzato sopratutto quando proprio a Virginia è toccato sollevare la supercoppa di Spagna.

Sono attimi, fotografie quelle del ritorno della giovane atleta, che fanno il giro del mondo con caparbietà ma senza prepotenza perché, esattamente come scriveva Jacques Prévert, “Un minuto di primavera dura spesso più a lungo di un’ora di dicembre”.

Ci vorrà del tempo, un mirato allenamento e tanta tenacia per tornare in campo, ma la primavera è una stagione non un giorno e le ore di luce, piano piano, diventano sempre maggiori di quelle di buio.

Marialaura Scatena