Punto di incontro tra l’atleta e il tifoso, le esultanze sono uno degli aspetti speciali del calcio

Si dice che l’incanto Patronum scaturisca da un ricordo felice, da un attimo di pura gioia. Credo che l’esultanza seguente un gol in una partita particolarmente significativa racchiuda una sensazione di felicità talmente intensa da scacciare anche il più temibile dei Dissennatori.

Il Dissennatore che Christen Press doveva respingere durante i Mondiali di Francia nel 2019 era oscuro, pesante, persistente, quasi un compagno quotidiano, che ti segue ovunque e diventa una parte di te. Press è convinta che le sue esultanze siano sempre le peggiori, che non ci sia nulla di particolare nella gioia che segue un suo gol. Ma quando al nono minuto della semifinale contro la Nazionale Femminile Inglese ha colpito di testa quel pallone che ha permesso alla squadra statunitense di impostare l’andamento della partita, la felicità della sua celebrazione è stata travolgente, immensa nella sua semplicità ma trascendentale nell’abilità di rendere quel gol un punto d’incontro. Un trionfo accecante sull’oscurità del suo dolore.

Le esultanze sono uno degli aspetti più speciali e caratteristici del calcio, perché in quasi nessun altro sport esiste davvero questo momento unico che ferma letteralmente il tempo per celebrare gesta sportive dal sapore epico. Non c’è una celebrazione articolata dopo una schiacciata nella pallavolo, non c’è il tempo di festeggiare un tiro da tre nel basket o un ace nel tennis, ma il potere di un gol nel calcio è diverso da qualsiasi tipo di punto venga messo a segno in un incontro sportivo.

Mia Hamm era gelosa delle sue esultanze, non importava quanti gol avesse già segnato e quanti ancora potesse farne, perché non dovrebbe mai esistere un’abitudine tale alla rete da privare un gol della sua celebrazione. Neanche quando ne segni tredici contro la Nazionale Tailandese. Neanche dopo il dodicesimo gol contro la squadra femminile Israeliana.

Quella della Nazionale Statunitense Femminile potrebbe quasi definirsi una cultura dell’esultanza. Tra il 2011 e il 2012 era diventata un’usanza per la Uswnt programmare in anticipo i festeggiamenti dopo un gol, un atteggiamento che rivelava una straordinaria sicurezza di sé, una mentalità che in troppi hanno spesso scambiato per arroganza ma che in verità era ed è ancora oggi il motivo per cui la squadra americana appare così inarrestabile. Tale è la fiducia nelle proprie capacità e nella volontà di vincere da essere preventivamente pronte a celebrare quel momento quando inevitabilmente arriverà.

DMW8AT Jul 10, 1999; Los Angeles, CA, USA; US midfielder BRANDI CHASTAIN drops to her knees after making the final and winning goal during pentalty kicks, giving the United States the Gold Medal.

Dalla prima maglia svestita da Brandi Chastain alla posa di Megan Rapinoe, dalla grinta esplosiva di Tobin Heath al “and that’s the tea” di Alex Morgan, costantemente nei limiti del rispetto dell’avversario, la Uswnt non smetterà mai di onorare un gol e il percorso fondamentale compiuto per realizzarlo. E in quell’esultanza non ci sarà mai solo la gloria del protagonista ma anche il sostegno dei ventidue gregari che, in campo o in panchina, condividono e amplificano quel momento di pura felicità.

Il lato più bello delle esultanze è la storia che raccontano, partita dopo partita. Tante volte infatti non serve necessariamente uno spettacolo, non va ricercato a tutti i costi un messaggio nascosto o una risposta critica a una polemica sterile, ci sono quei gol così sofferti e forse inaspettati che lasciano scaturire semplicemente una gioia irrefrenabile, travolgente. Di quelle esultanze si ricordano i dettagli: un urlo liberatorio, lacrime di commozione, un sorriso indimenticabile.

Ed è indimenticabile lo sguardo di Barbara Bonansea dopo il secondo gol contro la Nazionale Australiana, nella prima partita delle Azzurre ai Mondiali del 2019. Se in occasione della prima rete, Bonansea aveva quasi incarnato lo spirito di una storica esultanza con cui la maglia azzurra era stata onorata in un lontano passato ormai, il colpo di testa che sancisce la vittoria dell’Italia allo scadere del tempo regolamentare è coronato da un momento diverso, più “semplice” nella forma magari ma “fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”.

Lo sguardo di Bonansea si illumina di sorpresa, era arrivata lì dove Sam Kerr e Caitlin Foord avevano fallito, e corre pervasa dall’elettrizzante entusiasmo e dalla contagiosa adrenalina, mentre continua a guardare le sue compagne, quasi per essere certa che fosse davvero accaduto. Bonansea inizia a correre ma per poco perché Valentina Giacinti la blocca come il migliore dei linebacker e l’eroina di quella battaglia si lascia prendere e si arrende sul manto erboso all’onda umana di felicità e affetto che si riverserà su di lei negli istanti successivi.

Le esultanze sono a volte una confessione, rivelano il coraggio di chi si mostra in tutta onestà, il traguardo di chi non ha mai smesso di lottare, la rabbia di chi non aspetta che il destino scriva il suo lieto fine ma lo forgia con le proprie mani. Le esultanze sono un punto d’incontro, tra l’atleta e chi ha scelto di sostenerlo incondizionatamente, tra l’artista e il suo spettatore, tra due anime che guardano e amano quello sport nello stesso modo, una di fronte all’altra.

Di questi momenti, io amo la luce negli occhi, l’abbraccio empatico delle compagne, la corsa verso una panchina vuota perché tutte le riserve sono in piedi, a bordocampo, mentre aspettano l’arrivo di colei che ce l’ha fatta, che ha esaltato l’individualismo e l’ha messo al servizio di un bene superiore, il trionfo della squadra.

Nella critica del calcio femminile sembra che per le donne esistano perennemente dei limiti nei confronti delle celebrazioni dopo un gol, delle condizioni necessarie che incatenino la loro gioia: l’avversario era troppo debole, la partita non era importante, il risultato troppo sfacciato, l’atteggiamento eccessivamente esuberante o arrogante o provocatorio. Come in ogni altro aspetto della nostra vita, noi donne abbiamo costantemente dei protocolli da seguire anche di fronte ai nostri successi maggiori.

Per questo motivo, da tifosa, sono sempre stata innamorata delle esultanze, la mia e quella dell’atleta che la condivideva con me: le corse sfrenate, le scivolate in ginocchio sul campo, gli inchini, il passaggio d’onore sotto le curve, ogni gol merita di essere celebrato nella sua unicità, ogni rete è un momento irripetibile nel tempo e nello spazio. E per una calciatrice quell’istante di immensa gioia è una conferma, un’affermazione di sé e della sua scelta di vita, è il manifesto della sua indipendenza e della libertà di espressione e di esistenza per cui combatte senza mai smettere di lottare ogni volta che scende in campo.

Le celebrazioni per i primi gol in carriera racchiudono tutto questo e anche di più, come un microcosmo emotivo più grande all’interno, perché quelle reti custodiscono sogni realizzati e speranze per futuri gloriosi. Le espressioni radiose di incontenibile contentezza di Morgan Weaver e Sophia Smith dopo i rispettivi primi gol durante la Challenge Cup e le Fall Series disputate dal Portland Thorns sono il motivo per cui ne vale ancora e sempre la pena credere nei valori più puri del calcio, perché nella loro gioia esiste ancora l’innocenza di quelle bambine cresciute fantasticando proprio quel momento.

Per questa ragione mai nessuno dovrebbe mettere un limite alle emozioni scaturite da un gol, la felicità di un’esultanza sarebbe in grado di alimentare la magia più potente e nascosta in ognuno di noi.

Rita Ricchiuti