Arriva Nike (M), la prima linea di indumenti sportivi dedicata esclusivamente alla maternità

James Russell Lowell affermava che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”. E nonostante ciò che pensasse Einstein, forse la stupidità non è ancora del tutto radicata alla base dell’umanità. L’atteggiamento nei confronti dello sport femminile è infatti in costante evoluzione. Da chi lo pratica a chi lo guarda, da chi lo sponsorizza a chi lo trasmette, seppure con sfacciato ritardo, gli orizzonti si stanno ampliando e l’attenzione rivolta a questa realtà sportiva sta assumendo oggi una propria dignità professionale.

Anziché considerare infatti queste atlete un mero surrogato imitativo degli uomini – ma trattate con la metà del rispetto – le donne nello sport stanno conquistando finalmente un’identità propria e individuale, che tenga in considerazione le loro esigenze uniche e necessarie.

E seppure con i loro tempi, anche il brand sportivo per eccellenza ha raggiunto questa consapevolezza, ma dopo una battuta d’arresto non esattamente degna del loro successo. Il marchio Nike ha infatti presentato la prima linea di indumenti sportivi dedicata esclusivamente alla maternità, pre e post partum, nominata per l’appunto “Nike (M)”. Disponibile già in Nord America, Europa e Africa, e sviluppata in collaborazione con Jane Wake, esperta di esercizio fisico nelle fasi precedenti e successive alla gravidanza, la collezione “Nike (M)” è stata introdotta da un video di presentazione realizzato con estrema cura e attenzione nel corso dell’ultimo anno di pandemia.

Riassunto di ben ventidue ore di riprese effettuate in maniera amatoriale da amici e familiari, le protagoniste del progetto “The Toughest Athletes” sono proprio una selezione di più di venti donne, madri e atlete che celebrano e mostrano apertamente il loro percorso di maternità. Da Serena Williams ad Alex Morgan, il filmato onora la professionalità di queste atlete e intende sradicare i pregiudizi e i preconcetti che circondano la gravidanza e i suoi effetti sulla fisicità della donna.

Il trailer è d’impatto, emozionante, potente nella rappresentazione della diversità e dell’uguaglianza, ma un montaggio d’effetto è in realtà ben distante dall’essere un traguardo, bensì solo una tappa sicuramente fondamentale in un percorso che è ancora in via di sviluppo. Questo perché un bel video dalle buone intenzioni non può far dimenticare come si è giunti alla sua realizzazione.

Era solo il 2019 infatti quando proprio la Nike si rivelò imperdonabilmente arcaica e innegabilmente sessista nel momento in cui decurtò al 70% il guadagno da contratto della pluripremiata velocista Allyson Felix in seguito alla sua prima gravidanza. Se Felix aveva compiuto un decisivo passo in avanti nel suo percorso di crescita capendo di non dover più scegliere tra essere atleta e diventare madre, Nike ne aveva compiuto invece uno indietro negli anni Trenta, quando si credeva che lo sport agonistico potesse pregiudicare la fisicità femminile impostata per la procreazione.

Oltre un parto cesareo problematico e una condizione di salute che metteva a rischio la sua vita e quella della sua bambina, Allyson Felix si ritrovò costretta ad affrontare il netto rifiuto del suo sponsor di rinegoziare i termini dell’accordo, non concedendole neanche la possibilità di dimostrare di poter tornare ad eccellere anche dopo il parto. Abbandonando così la speranza di convincere a parole, dopo aver interrotto i rapporti con la Nike e essersi unita al marchio Athleta, a dieci mesi dalla nascita della sua primogenita, Felix conquistò il suo dodicesimo oro mondiale, superando il record di Usain Bolt e affermando così la sua identità di madre e atleta. Allyson Felix realizzò così ciò che in troppi – Nike compresa – non riuscivano ancora a credere possibile per una donna: essere ancora la migliore nella propria professione senza rinunciare alla maternità.

Una decisione che anche la pallavolista italiana Lara Lugli credeva di poter prendere in un paese che invece si aspetta ancora che le donne o restino a casa ad accudire i figli o lavorino da sterili. Proprio in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle Donne, l’ex schiacciatrice del Volley Pordenone (adesso Maniago Pordenone) ha reso noto il capitolo conclusivo della sua storia con la squadra di pallavolo che, nel 2019, quando Lugli affrontò la sua prima gravidanza, terminò con effetto immediato il suo contratto. Rea di non aver mai confessato le sue intenzioni di maternità e aver così “danneggiato” la stagione della squadra, Lugli era stata licenziata in tronco e ad oggi le è stata anche negata l’ultima paga che le spettava per il suo lavoro nel team. Il sostegno delle colleghe non si è fatto attendere, ma un comportamento simile nel 2021 mina il progresso socio-culturale alla base.

Una storia simile però era avvenuta alcuni anni prima anche nel calcio femminile e ovviamente in quella squadra da cui tutto ha costantemente inizio: la Nazionale Statunitense Femminile. Nel 2009 infatti, in seguito alla nascita dei suoi gemelli, Kate Markgraf, difensore e veterana della USWNT, fu informata che il suo contratto non sarebbe stato rinnovato a causa della convinzione che il suo corpo non avrebbe mai più ripreso la forma ottimale. Il caso di Markgraf fu una delle tante battaglie che la squadra statunitense combatteva già contro la Federazione ma più di tutto la sua lotta legale contro il pregiudizio si è affermata come imprescindibile precedente. Dopo aver riconquistato infatti il suo posto in squadra e aver chiuso la carriera alle sue condizioni, Markgraf (oggi general manager della squadra) è stata la prima calciatrice americana a non sottostare all’obbligo di scelta tra carriera e famiglia.

Aprire una digressione sulle ingiustizie patriarcali perpetrate ai danni dello sport femminile sarebbe in questo frangente dispersivo per la mole eccessiva di argomentazioni a sostegno della tesi. È necessario invece che questa nuova consapevolezza dimostrata dalla Nike rappresenti l’inizio di una serie di discussioni e iniziative che conducano finalmente alla comprensione della fondamentale distinzione tra uguaglianza e diversità. L’uguaglianza ricercata e legittimamente pretesa dalle atlete e nella fattispecie dalle calciatrici riguarda l’attenzione, le risorse e il compenso finanziario che meritano a parità di lavoro e traguardi raggiunti. La diversità da rispettare e celebrare sta proprio in un’imprescindibile maggiore conoscenza della fisicità femminile, senza pregiudizi e oltre l’ignoranza basica di fondo. In definitiva, senza pretendere che l’allenamento previsto per un uomo valga anche per la donna quando in tutti gli altri aspetti della loro vita atletica la disuguaglianza è perpetrata su scala quotidiana.

Ma proprio come sperava Lowell, né la Nike né la Federazione Calcio Americana sono andati a fondo con la loro stupidità. Dopo lo scacco matto subito da Felix infatti, il celebre brand ha modificato le direttive di contratto riguardanti la maternità delle proprie atlete. La nuova polizza garantisce infatti la paga come da accordi e bonus aggiuntivi per i 18 mesi che circondano la gravidanza, pre e post parto, aprendo anche la strada per altre tre compagnie di indumenti sportivi che hanno fatto lo stesso per le atlete che sponsorizzano.

Un inevitabile progresso è avvenuto quindi negli anni anche nel mondo del calcio femminile. Durante il ritiro di Febbraio 2020 della USWNT, in vista del torneo CONCACAF valido per le qualificazioni alle Olimpiadi di Tokyo, l’allenamento della squadra di Vlatko Andonovski apparve particolarmente innovativo perché tra le convocate del roster statunitense che correvano e ripetevano le sequenze di esercizi comparve anche Alex Morgan, all’epoca al settimo mese di gravidanza. In forma smagliante e seguita da vicino dallo staff medico della Nazionale, Morgan riprese il posto in squadra come se nulla di diverso stesse accadendo al suo corpo, sempre con le dovute attenzioni ma anche con una moderna prospettiva della maternità. E i risultati di una nuova educazione si notano con evidenza oggi, con un’Alex Morgan che sembra aver recuperato una forma fisica ottimale.

Prima di lei, anche la sua compagna di squadra nell’Orlando Pride Sydney Leroux aveva aperto una nuova epoca moderna per le donne che non vogliono più sottostare al dilemma della scelta tra carriera e famiglia imposto dalla società. Nel 2019 infatti Leroux travolse i social network pubblicando una foto di sé oltre il quinto mese di gravidanza mentre prendeva parte al pre-season dell’Orlando Pride, assicurando anche di non aver mai corso rischi inutili durante l’allenamento.

Le reazioni al post di Leroux furono quasi totalmente di stima e supporto ma soprattutto la sua affermazione di sé in quanto calciatrice e madre diede avvio a una catena di risposte e testimonianze di altre donne e atlete che abbracciavano la maternità e la propria disciplina sportiva. Perché l’importanza di questi momenti, di queste voci, sta proprio nella capacità di sollevare un’onda in grado di travolgere lo status quo vigente. Ovviamente la scelta di Leroux attirò anche critiche sterili provenienti quasi sempre da uomini a cui la calciatrice rispose con una rielaborazione della frase iconica di Rachel Green “No uterus no opinion“. Alla fine si tratta della stessa donna che dopo aver segnato un gol con la maglia della Nazionale USA, passò sotto il settore dei tifosi canadesi che l’avevano criticata (perché Leroux, canadese naturalizzata statunitense, aveva scelto di giocare per la USWNT) intimando loro di tacere.

Recentemente, anche la calciatrice islandese Dagny Brynjarsdottir, ex Portland Thorns e adesso in forza al West Ham United, si è espressa sull’argomento, essendo oggi l’unica calciatrice in attività nella Women’s Super League ad essere anche una mamma. Esattamente come la Federazione Statunitense, anche quella Islandese aveva dato per conclusa ormai la carriera di Brynjarsdottir a seguito della gravidanza ma questo atteggiamento aveva solo spinto maggiormente la calciatrice a dimostrare al mondo il contrario.

Dopo il titolo nazionale con le Thorns nel 2017, la squadra di Portland aveva anche garantito a Brynjarsdottit un’estensione del contratto dopo la nascita del suo bambino comprendente la necessaria pausa per maternità. È solo a causa delle distanze dalla famiglia e della scarsa paga che le calciatrici straniere ricevono quando militano in NWSL che la centrocampista fu costretta a lasciare il club per tornare in Europa. Ma oggi, mentre indossa la maglia della squadra per cui tifava da bambina, Dagny Brynjarsdottir vede nella maternità una benedizione anche per la sua identità di calciatrice, avendole concesso infatti una prospettiva più ampia e razionale in quanto atleta individuale e parte di un gruppo.

Ma maternità e gravidanza non sono più due concetti che si sovrappongono. E questo sembra averlo capito ancora una volta la squadra americana Orlando Pride che non soltanto vede ora ben quattro madri nella propria rosa ma pare abbia anche facilitato i programmi di allenamento dei co-capitani Ashlyn Harris e Ali Krieger in seguito alla recente adozione della piccola Sloane. L’ambiente che circonda la squadra di Orlando appare al momento confortevole e ausiliario per le neo-mamme, come dimostrano anche le foto che testimoniano il primo incontro tra Sloane Harris Krieger e Charlie Carrasco.

Cambiare opinione ma, soprattutto, atteggiamento è la base per l’evoluzione di una società moderna protesa al futuro. Se gli errori commessi e le mancanze reiterate nei confronti dello sport femminile non possono essere né cancellati né dimenticati, imparare da essi e migliorare è l’unica strada percorribile. Che la Nike e l’Orlando Pride quindi diventino solo un punto di partenza per una realtà sportiva più inclusiva, attenta e istruita che aiuti a forgiare una società in grado di superare preconcetti e limitazioni che circondano la diversità.

Rita Ricchiuti
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