Le persone LGBT+ non devono essere accettate dal mondo calcistico, devono essere incluse! E no, non è la stessa cosa.

Il mondo del calcio (e dello sport in generale) è sulla buona strada verso l’accettazione delle persone LGBT+. Giusto?
Sbagliato!
In primo luogo, perché il contenuto stesso dell’affermazione è oggettivamente falso. È vero che la strada è quella “buona”, ma non si deve commettere l’errore di pensare che ne rimanga poca da fare: la strada è ancora lunga, la meta è tutt’altro che vicina e questi sono solo i primi passi.

Ma c’è un altro grave errore nella frase di apertura e sta nella forma; più precisamente, nella parola “accettazione”. Perché non dovremmo parlare di accettazione? Partiamo dalla base. Partiamo dal termine in sé. “Accettare” significa acconsentire, farsi andar bene qualcosa, sforzarsi di accogliere. In genere controvoglia, o comunque andando contro o modificando interessi e volontà iniziali. “Accettare” è terribilmente simile a “tollerare”. Tollerare significa, in parole povere, che qualcosa non è che ti stia poi tanto bene, ma riesci a chiudere un occhio e lasciare che quel qualcosa – o in questo caso qualcuno – si faccia la sua vita.

Nel caso specifico che stiamo prendendo in questione, dire di tollerare una persona appartenente alla comunità LGBT+ non significa rispettarla. Anche dire di accettarla non è una cosa realmente positiva, nonostante possa sembrarlo.
Lo ha detto anche la manager del Manchester United, Casey Stoney: la parola “accettazione” non le piace. “Perché mai la mia vita dovrebbe essere solamente accettata?”, ha dichiarato Stoney in una recente intervista. “È come se io avessi il dovere di farmi accettare dalla società e la cosa non mi piace. Non è il termine corretto da utilizzare se si sta parlando di eguaglianza, diritti umani e il semplice atto di amare un altro o un’altra essere vivente. Il linguaggio che usiamo è molto importante”.

L’ex capitana dell’Inghilterra ha ragione: le parole sono importanti quasi quanto le azioni, proprio perché sono inscindibili da esse.

Ecco perché dovremmo fare tutti e tutte uno sforzo e parlare non di accettazione, bensì piuttosto di inclusione.

Un’inclusione che prenda la forma del: “Sei lesbica/bi/trans/etc? Figo! Vieni, ti presento la squadra”, al posto di un’accettazione al retrogusto di “Sei lesbica/bi/trans/etc? Oh, non ti preoccupare, noi ti accettiamo lo stesso, anche se sei gay!”. Facciamolo, questo passo avanti. Togliamo gli “anche se”; togliamo i “nonostante”.
Creiamolo, questo ambiente realmente inclusivo per ogni persona, con tutte le specificità di genere, di orientamento – ma anche di etnia Le parole sono importanti quasi quanto le azioni, proprio perché sono inscindibili da esse. Ecco perché dovremmo fare tutti e tutte uno sforzo e parlare non di accettazione, bensì piuttosto di inclusione e gruppo di appartenenza sociale – che si porta dietro.

Per fare ciò, iniziative quali la ormai famosa Rainbow Laces – così come le molte campagne regolarmente lanciate da diversi club e campionati – sono certamente utili e lodevoli, ma non bastano. Anzi, il rischio è che diventino soltanto uno strumento di inclusione “di facciata”, o quantomeno di superficie, che non dà la spinta per un’azione più profonda che possa andare a toccare la questione alla radice.

Perché il mondo del calcio possa dirsi realmente inclusivo, insomma, serve molto di più. Serve una vera educazione alla differenza. Servono formazioni alle squadre e allo staff, momenti di confronto e ascolto delle esperienze vissute in prima persona dalle calciatrici LGBT+, serve un’attenzione costante e sincera alle specificità di ogni persona e serve, in definitiva, un’inclusione che sia davvero paritaria (non unilaterale e paternalistica) e che miri a valorizzare le differenze fra le calciatrici, non a sorvolarle e minimizzarle. Valorizzare le differenze, non “accettarle”: questo dovrebbe essere l’obiettivo.

Martina Cappai

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU L FOOTBALL MAGAZINE, RIVISTA INTERAMENTE DEDICATA AL CALCIO FEMMINILE

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