Nel modernissimo centro di sportivo di Saint George Park, le tecniche di allenamento guardano al futuro, ma senza perdere di vista il passato. Come da antichissima tradizione infatti, l’ultimo che arriva al campo, guida il riscaldamento. Il nuovo episodio di Ultimate goal prosegue con le giocatrici che, in cerchio, si mettono a palleggiare, urlando una lettera dell’alfabeto ad ogni tocco, con una Aluko visibilmente contrariata dal delirio che segue l’arrivo della lettera Z.

La coach, ex Chelsea e Juventus, è protagonista di una Masterclass dedicata alla finalizzazione, in cui ha messo a disposizione delle ragazze la sua decennale esperienza da attaccante, sottolineando l’importanza del primo tocco per lasciarsi facilmente alle spalle i difensori e concludere con successo l’azione.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai portieri, ultimo scoglio tra un attaccante e il suo spumeggiante momento di gloria. Dai dialoghi tra i tre estremi difensori che hanno preso parte al reality inglese, si può guardare all’annoso problema dei numeri uno nel calcio femminile da un illuminante punto di vista. Il portiere, ruolo più deriso del calcio femminile, di tanto in tanto, a rotazione come le colture nel Medioevo, torna al centro delle polemiche. Questa volta, tuttavia, mancano gli accenni all’altezza delle porte o al fatto che le donne siano basse. Il discorso si concentra invece sul fatto che nessuna di loro abbia mai avuto un preparatore dei portieri, un dettaglio non sempre irrilevante.

Una delle principali protagoniste di questa puntata è la numero 29, Ruth Fox. Quando la sorella parte per iniziare l’università lei ha solo quattordici anni e l’assenza di punti di riferimento la fa precipitare in un momento di depressione. Vive l’adolescenza, un periodo già normalmente turbolento, passando molto del suo tempo in centri di salute mentale. A salvarla, come dice lei stessa nel libro uscito nel 2018 “Within the White Lines: How the Beautiful Game Saved My Life”, è il calcio. Avere delle compagne di squadra che ti guardano le spalle come una seconda famiglia e sapere che la domenica contano su di te, ti salva, sia in campo che fuori.

Visto che la storia di Fox è un notevole colpo basso per tutte le persone emotive all’ascolto, passiamo rapidamente alla seconda storia che ha tenuto banco in questo terzo episodio. La protagonista è Georgia Stevens, una pertica di almeno un metro e ottanta che gioca da sempre sul filo del professionismo. Convocata per qualche apparizione con le Lionesses in tenera età, ha poi vagato tra Liverpool, Everton, Blackburn, Sheffield United, Fylde e Huddersfield. Piccolo spoiler, per alzare un attimo la serotonina di questo episodio partito un po’ in salita: appena finito il reality, non fa neanche in tempo a svuotare il borsone che il Thór/KA, formazione del campionato islandese, la chiama al rapporto. La squadra della città di Akureyri, vicino Padova, ha tra l’altro come simbolo il martello di Thor e non è chiaro quindi se sia interessata alla Stevens per giocare a calcio o per combattere le oscure entità del male con Capitan America, Iron Man e compagnia cantante.

Ultima interessante storia di questa puntata è quella di Selin Buyakgiray. Dopo un racconto, accompagnato da un doveroso piantino, riguardo le prese in giro che ha subito a scuola per la sua scarsa femminilità, si dice scioccata dal fatto che in tre giorni le trentuno ragazze siano riuscite a formare una squadra che lotta per un unico obiettivo e senza egoismi di sorta. La scena si sposta poi alla sua vecchia scuola, la Drayton Manor High School. Selin, accompagnata dalla sua vecchia prof, attraversa il corridoio tappezzato delle foto dei migliori talenti della scuola. Le due si fermano, per un momento carico di emozione, davanti alla foto della squadra, di cui Selin era il più brillante elemento, e che ogni giorno motiva nuove generazioni di ragazze a seguire il suo esempio. Certo, con un intero corridoio a disposizione, forse a scegliere di incorniciare la foto sopra i bidoni della differenziata non è stato un interior designer, ma l’emozione rimane. A chiudere questa magnifica storia di rivincita, viene citata l’unica persona della scuola in grado di fare un percorso simile a quello di Selin, ovvero Peter Crouch, ex attaccante della nazionale di sua maestà del quale Wikipedia dice ” Nonostante non fosse molto agile, sapeva anche segnare in rovesciata”.

Nel finale viene fornita la prova definitiva del fatto che le donne abbiano dei livelli ormonali oscillanti come il pendolo di Foucault. Mentre le coach si apprestano a decidere chi verrà selezionata e potrà continuare l’avventura al Saint George Park, la dichiarazione più emblematica è di Emma Coolen che dice: “Piangerò in ogni caso, di gioia se mi sceglieranno e di disperazione se mi scarteranno”, lasciando aperto un grande interrogativo: ma chi non piange, ha mai realmente vissuto?

Con questo ragionevole dubbio e con un’inquadratura fish eye delle allenatrici in nero, in pieno stile squadrone della morte al giorno del giudizio, ci avviamo all’ultimo atto di questo episodio.

Sono molte le sorprese tra le giocatrici selezionate, soprattutto perchè buona parte delle ragazze scelte non erano mai state inquadrate, quindi non si riesce ad avere la benché minima percezione delle loro abilità calcistiche. Della squadra che passerà al livello successivo, solo un nome rimane sospeso, come il fiato dei telespettatori, fino al prossimo episodio. Un ultimo highlight che merita di essere ricordato, è questa meravigliosa treccia, per sciogliere la quale serve con ogni probabilità una laurea in restauro dei beni culturali.

Potete vedere qui la terza puntata di Ultimate Goal. Il primo mese l’iscrizione alla piattaforma di streaming è gratuito, per le puntate che rimangono potete usare i soldi di 18app di vostro cugino. Per chi non ha cugini minorenni l’appuntamento è alla prossima settimana.

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