Di nuovo insieme dopo 8 mesi. Anche il 2020 sarebbe stato l’anno della Nazionale Femminile Statunitense, esistono in fondo pochi dubbi a riguardo. Nonostante la straordinaria crescita delle squadre europee, mettendo in conto anche la maggiore competitività a livello mondiale che avrebbe reso e che renderà le Olimpiadi un torneo al cardiopalma e affatto scontato, il predominio degli USA nel calcio femminile internazionale è ancora in vigore, è ancora il loro mondo e noi lo stiamo soltanto vivendo.

Il 2020 ha cambiato la vita di tutti. Da un momento all’altro, la nostra realtà ha mutato il suo volto, siamo stati chiamati a compiere piccoli e grandi sacrifici che non sapevamo affrontare, abbiamo dovuto dire addio ad abitudini, lavori, passioni e anche di più.

Anche il “bel gioco”, così radicato nelle sue strutture e gerarchie, così potente nella sua storia e nelle sue tradizioni, a un certo punto è stato costretto a fermarsi e a chinare quel capo a volte superbo di fronte a un avversario che non poteva essere sconfitto, non su un campo da calcio.

Ma il calcio femminile negli Stati Uniti era ancora una volta destinato alla grandezza in questo 2020. Dopo le premesse della CONCACAF e della SheBelieves Cup, entrambe conquistate dalla USWNT senza fare prigionieri, ad Aprile la NWSL avrebbe inaugurato la sua ottava stagione, che tra draft, scambi e acquisti internazionali, era pronta a riconfermarsi la miglior lega professionista nel mondo del calcio femminile.
Non soltanto il COVID-19 però ha scosso le dinamiche di questo sport negli USA: come già analizzato in precedenza infatti, l’onta del razzismo e del sessismo ha rivelato anche nella progressista e antesignana NWSL un sistema in parte difettato alla radice, tra discussioni lasciate nell’oblio troppo a lungo e atteggiamenti sessisti che minano oggi il futuro di un’intera squadra, il club Utah Royals, al momento senza una presidenza, una guida tecnica e un’identità di squadra, tutto questo mentre dall’altra parte fiorisce in un ambiente colmo di straordinaria modernità sociale e risorse sempre in aumento la stellare Angel City FC, la favolosa matricola del 2022 guidata da Natalie Portman e una schiera di ex calciatrici del calibro di Mia Hamm, Julie Foudy, Abby Wambach e Lauren Holiday.

Quindi, dopo il primo duro colpo subito dal 2020, il calcio femminile statunitense ha rialzato la testa, prima di tutti gli altri, accettando rischi a volte troppo grandi, mettendo in moto scelte e decisioni che hanno comportato conseguenze in grado di stravolgere storie e vite, ma con il bisogno e il desiderio di riaffermarsi come modelli e punti di riferimento per l’intera realtà sportiva. Tutto è iniziato negli Stati Uniti d’America e tutto ricomincia dagli Stati Uniti d’America.
Ed ecco allora, dopo la Challenge Cup estiva e le Fall Series autunnali, il ritorno di quella squadra che ha fatto del calcio femminile il suo regno, costruito dal nulla a partire dal 1985; a distanza di ben 8 mesi, la USWNT si è riunita nella sua arena, in Europa, per un’amichevole che si è rivelata alla fine un promemoria per tutte le squadre nazionali adesso impegnate nelle qualificazioni agli Europei del 2022: la USWNT è ancora qui ed è ancora Campione del Mondo.

La squadra che ha affrontato nella serata del 27 Novembre l’Olanda, incontrata l’ultima volta in Francia proprio durante la finale degli ultimi Mondiali nel 2019, è una squadra in parte molto diversa da quella che ha lottato per il titolo mondiale un anno prima. Megan Rapinoe è il nome che più manca nel roster a quattro stelle, fuori dal team per inattività. Simboli di generazioni differenti, anche Carli Lloyd e Mal Pugh sono assenti dalle convocazioni, chi per infortunio chi un po’ per scelta, esattamente come Ashlyn Harris, Ali Krieger, Morgan Brian e Jessica McDonald, mentre il forfait di Lindsey Horan è dovuto alla causa ad oggi più frequente: contagio da COVID. Si rivedono però finalmente in gruppo i grandi nomi emigrati in Europa un paio di mesi fa: le americane di Manchester Tobin Heath, Christen Press, Sam Mewis e Rose Lavelle, la neo mamma Alex Morgan accompagnata dalla vera stella di questo ritiro ossia sua figlia Charlie, ed Emily Sonnett, di ritorno dal Goteborg campione di Svezia.

I dubbi che circondavano questa prima partita improvvisata, per una squadra che non scendeva in campo da Marzo e che doveva invece affrontare non solo la quarta classificata nel ranking mondiale ma anche una formazione che, seppur mancante di Miedema infortunata, presentava comunque un livello qualitativo elevato e una preparazione ben più solida, erano tanti anche per i più fiduciosi ma forse tutti noi abbiamo dimenticato in questo periodo di pausa che non è la sola preparazione il maggior punto di forza della Nazionale Statunitense ma la sua mentalità.

Quando la USWNT scende in campo ti racconta una storia e tante volte si tratta della storia del suo retaggio, del suo passato, delle battaglie affrontate, degli ostacoli superati, delle sconfitte che le hanno piegate ma mai spezzate, della rabbia lucida e spietata con cui tornano ogni volta, più forti di prima. Quando la USWNT scende in campo, lo fa con le 99ers alle spalle, le 15ers al loro fianco e le 19ers sotto la pelle, lo fa con la stessa mentalità di Brandi Chastain che rivendica un autogol con un gol nella stessa partita, la stessa resilienza di Abby Wambach che allo scadere del tempo regolamentare agguanta il pareggio di testa contro il Brasile, la stessa tenacia di Alex Morgan che al 123’ minuto mette la parola fine alla “guerra” di goal contro il Canada alle Olimpiadi del 2012. Oltre la pandemia, oltre le assenze e gli infortuni, i rischi e le paure, quando la USWNT scende in campo lo fa con un unico obiettivo: vincere, insieme.

Fin dalle prime battute della partita, è emerso con evidenza il bisogno della squadra americana di ritrovarsi, di ricominciare a conoscersi in campo, ricordare il proprio posto in uno schema più grande, in un’identità collettiva che non si traduce soltanto in una somma di parti. I passaggi spesso imprecisi, le incertezze in determinate posizioni, le finalizzazioni incomplete, la brillantezza letale del gioco americano ha certamente bisogno della sua fase di rodaggio. Ma è in quel momento che la mentalità della USWNT sale in cattedra e supplisce la preparazione e l’allenamento, con un’aggressività forse non impeccabile ma che fa paura.

Affidata principalmente proprio all’esperienza e al movimento delle militanti in Europa, la USWNT ha aggredito l’Olanda fin dai primi minuti, affamata come solo una fiera a digiuno per troppo tempo potrebbe essere. In un pressing asfissiante per quanto impreciso, la squadra allenata da Vlatko Andonovski ha contrastato, arrestato e superato, soprattutto con Sam Mewis e Rose Lavelle, un centrocampo più organizzato e ben avviato dalle partite di qualificazione e sostenuto da nomi come Van De Donk e Groenen, mentre la difesa olandese veniva testata puntualmente dalle incursioni geniali di Tobin Heath e dalla velocità intelligente di Lynn Williams e Christen Press. In aggiunta, una sempre fenomenale Crystal Dunn metteva in moto tutta la squadra.

È proprio l’incredibile connessione Heath-Press a sbloccare il risultato nel primo tempo, con un’affilata palla filtrante di Heath e una finalizzazione brillante di Press che smarca anche van Veenendaal ma l’azione viene considerata in fuorigioco (probabilmente di rientro di Press) e il gol annullato. Ma le intenzioni della USWNT sono chiare e spaventano. Ci pensa infatti Rose Lavelle al 41’ a punire ancora una volta l’Olanda con un potente tiro dalla distanza che profuma di finale dei Mondiali e che risveglia tristi ricordi nella squadra europea.

La seconda frazione di gioco è come sempre sinonimo di sostituzioni: Alex Morgan subentra a Christen Press, Kristie Mewis raggiunge sua sorella a centrocampo al posto di Rose Lavelle, mentre Emily Sonnett, Midge Purce, Sophia Smith e Jaelin Howell prendono rispettivamente il posto di Crystal Dunn, Kelley O’Hara, Tobin Heath e infine Sam Mewis. Ed è proprio la ritrovata Mewis di Houston che raccoglie un assist delizioso di Lynn Williams, che la innesca con un tocco delicato e di classe, e in area, sola davanti al portiere, resta gelida e mette la palla in rete con un rasoterra perfetto.
I tentativi dell’Olanda sono deboli e non impensieriscono Alyssa Naeher mentre Alex Morgan, seppure ancora lontana dalla sua forma ottimale, inizia a mettere a tacere le voci dubbiose quando al 90’ raccoglie in area un passaggio perfetto e con la punta del piede supera il portiere olandese ma anche questo gol viene annullato per presunto fuorigioco (dubbio quanto il primo).
Il match si conclude dunque nuovamente sul risultato di 2-0 e il messaggio lanciato dalla USWNT non potrebbe essere più chiaro: siamo tornate.

Ma la storia che questa squadra racconta ogni volta che scende in campo esula anche il risultato. Se Alex Morgan torna in Nazionale dopo 509 giorni e sotto gli occhi della sua tifosa numero uno, un’emozionata e sorridente Kristie Mewis si riprende il suo posto in squadra dopo sei anni, meritatamente, considerata la magnifica forma fisica dimostrata sia durante la Challenge Cup che nelle Fall Series. Il centrocampo della USWNT guidato e alimentato dalle sorelle Mewis narra una storia degna delle migliori serie tv ma il ritorno di Kristie si colora di autentica magia proprio quando lo splendido tocco di Lynn Williams la mette a tu-per-tu con van Venendaal e la maggiore delle Mewis ribadisce la ragione della sua presenza in squadra con un gol deciso e d’esperienza che viene celebrato da tutte le compagne e da sua sorella in primis.

La rinascita di Kristie Mewis è una lezione, di tenacia, di determinazione e di speranza: tra dubbi, infortuni e percorsi di crescita. Mewis ha ricominciato a credere in se stessa e quando ha deciso di non volersi più accontentare di ciò che aveva, ha preteso di più e ha ottenuto così il suo secondo gol in Nazionale, a 7 anni di distanza dal primo.
E per una storia che riprende inaspettatamente, un’altra comincia, impostando le basi per il futuro. Sophia Smith e Jaelin Howell entrano nella storia della USWNT diventando le prime calciatrici nate dopo il 1999 a fare il loro debutto in squadra. Insieme dai tempi dell’asilo, le due giovani promesse entrano in campo a distanza di pochi minuti l’una dall’altra e scrivono così la prima pagina della loro carriera con la Nazionale Statunitense.

La storia della USWNT si trasforma facilmente in leggenda ad ogni passo, ad ogni partita. Ma le leggende migliori vengono ricordate per aver cambiato il proprio mondo. E la Nazionale USA riconferma la sua volontà di alzare la propria voce e combattere battaglie che durano più di 90 minuti proprio durante l’inno nazionale quando quasi tutta la squadra (la decisione contraria di Julie Ertz e Kelley O’Hara stride un po’ con la togetherness simbolo di questa cultura) sceglie di inginocchiarsi a favore della protesta continua della Black Lives Matter, per accompagnarsi alla lotta per l’uguaglianza e per la giustizia universale e non solo in teoria.

La strada per Tokyo della USWNT riprende da qui, da una vittoria “sporca” ma cattiva, da grandi assenze e grandi ritorni, da proteste e ribellioni, e per qualsiasi Nazionale si scelga di tifare, una verità è certa: quando la USWNT scende in campo, la storia del calcio femminile è sempre più bella.

Rita Ricchiuti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: Piroschka van de Wouw/Pool via AP

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *