“Non sono la migliore” non è una frase che si sente dire molte volte eppure l’ha detta Megan Rapinoe.

Pallone d’oro, scarpa d’oro al Mondiale, Women’s Best Player, Impegno civile, capelli rosa, come te la dimentichi una così? Ma il sospetto è che proprio perché una così non si dimentica che sia finita in cima alla lista delle valutazioni di FIFA 21, il gioco creato da Electronic Arts.

93 la valutazione della statunitense, nessuna come lei. Al secondo posto con 92 l’australiana Sam Kerr e la francese Renard e, a chiudere il podio con 91, l’orange Vivianne Miedema. Nomi altisonanti certo, non c’è da discutere sul loro valore ma sui parametri delle scelte.

Il commento di Megan Rapinoe arriva in risposta all’indignazione di Twitter che rivendica più attenzione alle abilità calcistiche delle giocatrici in relazione a quanto di reale si è visto negli ultimi tempi.

L’atleta irrompe così: “I am not the best (1 of them tho) this is another example of the underinvestment, resourcing, and attention paid to women’s football. We need more games on TV, bigger budgets, and fairer coverage by the media. #equality.”

Qualche tempo fa le lamentele di Lukaku, centravanti dell’Inter, sul suo valore virtuale avevano accesso dibattiti e discussioni. Forse esagerate, talvolta infantili, ma comunque difficile che si accendano allo stesso modo e con questa portata per l’affaire Rapinoe. Semplicemente perché per potersi lamentare bisogna conoscere l’ingiustizia e se funziona la classifica stilata possiamo stare certi che non la si conosce.

FIFA è un gioco di calcio, l’unico universo in cui si potrebbero davvero azzerare in un attimo le diversità di genere rappresentando gli atleti per quel che sono le loro prestazioni, se si finisce per corteggiare solo ciò che fa notizia il suo senso svanisce.

Non è necessario nominare altre calciatrici che starebbero bene in quella classifica in una o più posizioni, è finita l’era del “purché se ne parli”, è necessario pretendere che se ne parli bene.

Marialaura Scatena
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