L’ultima volta che in Italia si è sentito parlare di Thailandia, è stato probabilmente nell’estate del 2015 quando Giusy Ferreri e Baby k cantavano Roma – Bangkok. Un vero peccato questo, considerando l’interessante situazione del calcio femminile in questo Paese.

Conosciuta per le sue spiagge tropicali e per le rovine dell’antica capitale Ayutthaya, in netto contrasto con gli ultramoderni grattacieli della sua attuale capitale Bangkok, la Thailandia è una delle potenze calcistiche del sud-est asiatico.
A preferire il calcio alle discipline tradizionali, come il muay thai o boxe thailandese, sono soprattutto i giovani e i magnati, come Vichai Srivaddhanaprabha, ex presidente di quel Leicester City vincitore della Premier League nel 2015-2016, e Thaskin Shinawatra, ex primo ministro ed ex presidente del Manchester City.

Anche per quanto riguarda il calcio femminile, la nazionale thailandese è tra le migliori dell’area asiatica, nonostante il 13-0 contro la corazzata statunitense alla Coppa del Mondo in Francia, record come peggior risultato mai ottenuto in un mondiale sia maschile che femminile.

Nell’undici thailandese che è sceso in campo in Francia, la giocatrice più coinvolta nel fuoco incrociato della battaglia è stata sicuramente la numero 8, per gli amici Miranda Nild e per i parenti Suchawadee Nildhamrong

La ragazza di origini thailandesi è infatti cresciuta in California, dove ha frequentato la Berkley University e giocato nei California Golden Bears, squadra in cui anche Alex Morgan ha tirato qualche pallonata dal 2007 al 2010.

Oltre ad alzare l’altezza media della squadra, Miranda alza anche il livello di autostima delle Chaba Kaew, nickname dell’undici asiatico.

Cresciuta con la mentalità americana del “se vuoi qualcosa, vai e prendilo”, la giovane giocatrice thailandese ha evidenziato sia come le sue compagne di nazionale credano poco in sè stesse, sia come gli allenatori thailandesi siano troppo comprensivi perchè, ritenendo le donne delicate, hanno paura di ferire i loro sentimenti.

Al contrario, sostiene Nild, i coaches statunitensi sono molto diretti e ti mettono di fronte ai tuoi errori, senza troppi complimenti, in modo che tu possa subito rimediare. Essere troppo indulgenti e infiocchettare le critiche con dei complimenti senza focalizzarsi sul far comprendere gli errori e far capire come evitarli potrebbe, secondo Nild, penalizzare la crescita delle atlete thailandesi.

Nonostante si presenti protetto e rintanato nella sua timidezza, il calcio femminile thailandese è un movimento che ha delle potenzialità nascoste e un oscuro fascino, che nasce da vicende poco chiare, in cui sono coinvolti personaggi che si presentano alle cronache con nomi da gangster.

Tutto iniziò nel lontano 2011 quando, ai mondiali tedeschi, cinque giocatrici nord coreane furono trovate positive a sostanze dopanti. La federazione coreana si giustificò dicendo che molte giocatrici della squadra erano state colpite da un fulmine, rendendo così necessario ricorrere a un rimedio della medicina tradizionale, ricavato dalle ghiandole del cervo muschiato. Nemmeno la decennale esperienza della FIFA in spiegazioni fantasiose questa volta fu sufficiente.

Così, mentre Kim Jong-un si preparava alla sua ascesa, la nazionale nord coreana veniva destinata a una discesa verso l’oblio della squalifica dai mondiali successivi. A questo scandalo si unì il cambio di formula del torneo, che passò da 16 a 24 squadre, 5 delle quali provenienti dall’area asiatica. Questa serie di fortunati eventi, consegnò su un piatto d’argento alla Thailandia la sua prima qualificazione mondiale a Canada 2015, con tanto di complimenti della FIFA, la quale suggerì al Sudafrica di guardare proprio al Paese asiatico come modello di sviluppo del calcio femminile.

La nazionale Thailandese non fece in tempo a godersi il ritorno trionfale in patria che, nell’ottobre dello stesso anno, uno scandalo colpì il presidente della Football Association of Thailand o FAT. Il comitato etico della FIFA sospese da ogni attività collegata al calcio il presidente Worawi Makudi, aka Bang Yi, a seguito delle accuse di contraffazione e falsificazione, prima per 90 giorni, poi per 3 mesi e infine, con una sentenza dell’ottobre del 2016, per 5 anni più l’aggiunta di una penale di 10.000 franchi svizzeri.

A prendere il posto di Bang Yi alla presidenza, fu il Generale di polizia Dr. Somyot Phumpanmuang, aka Big Ot. A seguito del colpo di stato del 22 maggio del 2014, il diciannovesimo dall’istituzione della monarchia parlamentare nel 1932, Big Ot fu nominato membro del Consiglio Nazionale Legislativo. Con l’assegnazione di questa carica, la procedura prevede un controllo sul patrimonio volto ad assicurare che gli appartenenti al Consiglio non siano “insolitamente ricchi”. Questo accertamento ha evidenziato un conto in banca di tutto rispetto a nome del Generale Somyot, il cui patrimonio è stato stimato intorno ai 355 milioni di baht, circa 9 milioni e mezzo di euro. Niente male per un onesto cittadino che ha sempre lavorato nel settore pubblico. Forse studiare è servito a Big Ot, come testimonia il suo impeccabile curriculum da studente: una Laurea triennale in giurisprudenza, una magistrale in scienze politiche e un dottorato in filosofia.

Un contributo può anche averlo dato il fatto che, per arrotondare, il generale faccia l’uomo d’affari. Nel 2018, infatti, Big Ot ha pubblicamente annunciato di aver chiesto un prestito di 300 milioni di bath per finanziare i suoi affari a Kampol Wirathepsuporn, proprietario del Victoria Secret Massage, un centro estetico di Bangkok. Lo stesso luogo in cui, in un raid della polizia, furono trovate 113 donne, alcune minorenni, altre senza documenti di identità, e tutte provenienti dagli stati vicini e probabilmente collegate al traffico di esseri umani per il quale è stato posto agli arresti, in attesa di sentenza, il direttore del salone Boonsap Amornratanasiri, aka Daddy Kob.
A giocare la parte dei buoni in questa storia entrano in campo, guarda caso, due donne: la coach e la manager che hanno accompagnato la nazionale thailandese alle due apparizioni mondiali.

L’allenatrice della nazionale è Nuengrutai Srathongvian, ex calciatrice e giocatrice di hockey su prato. Nonostante, come la manager, anche lei si sia dimessa in seguito alla disfatta subita al mondiale per mano principalmente degli USA, al suo ritorno in Thailandia, è diventata la prima donna del Paese ad allenare una selezione maschile, la Ratchaburi Mitr Phol F.C. nella Thai League 1.

La manager della squadra invece è Nuanphan Lamsam, aka Madame Pang, una delle donne più potenti e carismatiche del Paese. Discendente di quinta generazione di una delle famiglie dell’Upper East Side di Bangkok, la cinquantaquattrenne thailandese è la Serena van der Woodsen del sud est asiatico, una donna sofisticata che spende tempo e denaro in prolungate sessioni di shopping, da vestiti e borse di alta moda ai gioielli. Etichettare per questo Madame Pang come una donna frivola, sarebbe però un grave errore: è infatti presidentessa onoraria di Hermes Thailandia, amministratore delegato di un’azienda tra i più grandi importatori di marchi di alta moda del Paese, tra cui Emporio Armani, Cloè ed Hermes e, soprattutto, è presidente, CEO e direttore esecutivo della Muang Thai Insurance, una delle principali compagnie assicurative della Thailandia.

L’altra grande passione di Madame Pang, quasi inutile sottolinearlo, è
il calcio
e, anche in questo caso, la thailandese non nasconde talento e
personalità. Prima donna responsabile di una squadra sportiva di
disabili in Thailandia
, l’ex manager è anche Presidente dell’FC Port Football Club, militante nella prima divisione maschile thailandese. Il ruolo del quale però Madam Pang va più orgogliosa nella vita, è quello di manager della nazionale femminile.

Per permettere alle giocatrici di prepararsi senza preoccupazioni al mondiale francese, le ha assunte tutte nella sua compagnia assicurativa.
Grazie a uno stipendio fisso, le atlete possono dedicare il loro tempo ad
allenarsi e, nel caso di lunghi periodi senza impegni sportivi, lavorano
come rappresentanti commerciali per la Muang Thai Insurance.

Ma Madame Pang non si limita a questo: la sua compagnia assicurativa è
anche sponsor principale della Thai Women League dal 2009.
Il fatto che il calcio femminile thailandese sia tra i migliori dell’area
asiatica, deve comunque far riflettere. Nel suo principale campionato
infatti si sfidano solo 11 squadre, tra cui molte selezioni universitarie
e le nazionali Under 17 e Under 19.

Nel 2017 il montepremi complessivo per le prime tre qualificate era di
circa 17.000 euro, cioè poco meno di quello che CR7 guadagna in 5 ore.

Questo rende chiaro il concetto che, come nel resto del mondo d’altra
parte, il calcio femminile thailandese non navighi in fiumi di oro
colato. Ecco perchè, quando la FIFA ha ritardato la consegna del montepremi spettante alla Chaba Kaew per essersi qualificate alla fase finale del mondiale, la federazione thailandese ha iniziato a preoccuparsi.
La FAT aspettava due tranche di denaro, una da 480.000 $, equivalenti
a 14.6 milioni di baht, e un’altra da 750000 $, pari a 23 milioni di baht.

La prima parte del finanziamento viene fornita dalla FIFA per sostenere le spese delle federazioni nella fase di preparazione al Mondiale.

Nel caso della Thailandia, due settimane di Cyprus Cup, due settimane di ritiro in Belgio e poi le spese sostenute in Francia.
L’importo più consistente è invece quello che spetta alle formazioni
che sono uscite ai quarti nelle fasi finali del Campionato del Mondo.
A ottobre, la FAT sostiene di aver inviato la documentazione richiesta
e aver comunicato il conto bancario. A gennaio sono stati consegnati
alla federazione il 50% dei 750.000 dollari, ai quali sono stati detratti di
105.992.13 $ di multe. A marzo del 2020 è stato recapitato il secondo
50% dell’importo, al quale stavolta sono stati sottratti altri 16.309.25
$ di ammende e 300,48 $ di quota associativa annuale. Le sanzioni
sembra siano dovute a violazioni del regolamento del TMS o Transfer Matching System, la piattaforma online della FIFA per registrare i trasferimenti dei giocatori tra i club. Strano questo, considerando
che solo tre club thailandesi sono stati coinvolti in scambi di mercato
secondo i report della FIFA.

In attesa di capire se la federazione thailandese farà ricorso e in attesa
di comprendere soprattutto come vengono impiegati quei “virgola
quarantotto” centesimi di quota associativa annuale, sembra il caso di
ribadire ancora una volta un concetto: il calcio è di tutti e, in Thailandia,
forse è anche meglio che sia un po’ delle donne.

Giulia Beghini
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