Il calcio è un amore generazionale. Raramente un appassionato di questo sport eterno si è svegliato un giorno a 30 anni e ha deciso di innamorarsi di un rettangolo verde e di due reti. In ogni tifoso adulto, il cui cuore batte più forte per 90 minuti, c’è ancora il bambino che davanti alla televisione o alla radio, seguiva gli esiti di una partita che avrebbe cambiato la sua vita.

E in quel momento, quando attendi con ansia un gol che tarda ad arrivare e condividi senza neanche saperlo una parte di anima con milioni di persone, compresi gli undici lì in campo, il calcio inizia a raccontare una storia e ad alimentare un sogno, diverso per ognuno di noi, un sogno di gloria, per chi sa dal principio di voler accompagnare quella squadra per tutta la vita e per chi invece viaggia con l’immaginazione e spera un giorno di giocarci con quella squadra, di indossare quei colori che hanno dato un senso al suo mondo.

Ogni volta che quel sogno diventa realtà, il calcio si colora delle sue sfumature più belle. Ma quando è una donna a realizzarlo, allora le leggi delle probabilità statistiche si piegano alla magia del calcio.

La AS Roma è da sempre una delle squadre maggiormente fondate sulla tradizione. Pur essendo relativamente giovane rispetto ad altre icone del calcio italiano, la Roma è una squadra fiera della sua storia, della sua città, dei simboli e delle leggende, si dice anche per questo che Roma sia “una piazza difficile” per un allenatore o un calciatore, perché le aspettative sono alte, in campo e fuori, ma soprattutto perché quella maglia tante volte va oltre un nome. Come dicono i tifosi del Portland Thorns, “by any other name”, e quando viene indossata l’aspettativa è che la si onori e che la si tratti come fosse la maglia più importante del mondo.

Non si nega che di tanto in tanto la frustrazione del tifoso spinga anche oltre il limite, si diventa polemici, esasperanti, a volte purtroppo si tende anche a cambiare opinione troppo in fretta, ma senza generalizzare troppo e almeno secondo esperienze personali, ciò che si richiede in fondo a chi il nome ha la fortuna di scriverlo su quella maglia è lealtà, passione, dedizione, anche oltre il risultato alla fine, “chi tifa Roma non perde mai”, si dice, ma chi gioca per la Roma deve lottare come se ci fosse qualcosa di più importante di una vittoria o di una sconfitta in palio, perché in fin dei conti è così.

Anche per questo motivo, la storia della Roma è scritta da nomi che al di là dei traguardi o del tempo trascorso in squadra, sono stati in grado di amare e onorare la maglia tanto da annullare le distanze tra loro e i tifosi, facendoli sentire “uniti anche se siamo lontani”. Ed è quasi inevitabile che nella maggior parte dei casi, questi nomi siano proprio “figli di Roma”, destinati da sempre a questa squadra e alla sua mitologia. Agostino Di Bartolomei, Giuseppe Giannini, Francesco Totti, Daniele De Rossi, Alessandro Florenzi … e poi, Elisa Bartoli e la giovanissima Giada Greggi, tutti loro sono quasi eredi di una tradizione che in un certo senso è parte integrante del loro retaggio.

Ma quando ad amare così tanto questa squadra è qualcuno che non condivide “biologicamente” il dna romano, qualcuno che quindi ha scelto di appartenere alla Roma oltre ogni somiglianza o differenza, oltre ogni distanza, il legame che si crea non ha confini e dimostra il vero potere della maglia giallorossa.

Sentire la Roma dentro è quasi naturale e innato per un romano, per una norvegese, è tutta un’altra storia, che adesso vi racconto.

Classe ’93, proveniente da un paesino sperduto che conta circa 7.000 abitanti in Norvegia, Sunndal, da bambina Andrine Hegerberg non aveva davanti a sé un parterre di modelli o fonti d’ispirazione che avessero spianato la strada della carriera calcistica e segnato dunque un facile sentiero da percorrere per le giovani promesse. Ma per qualche ragione sconosciuta o forse come in una bellissima premonizione, la televisione locale trasmetteva numerose partite di Serie A e non avendo Mia Hamm o Michelle Akers a cui ispirarsi, Andrine Hegerberg trova i suoi insegnanti in Francesco Totti e Philippe Mexes.

Ma è il viaggio di famiglia nella Città Eterna a infuocare la sua passione e a colorare la sua anima di giallorosso. Allieva ormai del calcio italiano, Andrine Hegerberg testimonia in prima persona la magia della Roma, viene travolta dalla storia, dall’amore per la squadra che si respira nella Capitale ad ogni passo, tocca con mano quella lealtà incondizionata a una fede calcistica che fino a quel momento aveva solo visto in televisione e quando entra al Roma Store trova improvvisamente un senso di appartenenza che definisce tutta la sua vita e che imposta le basi del suo percorso futuro. Andrine “saccheggia” il negozio ufficiale, compra cinque o sei maglie, indossa quei colori come un supereroe indossa la sua armatura o il suo mantello, sceglie di legare la sua personalità a quella fede e la Roma in fondo è un marchio a fuoco sul cuore, è per sempre.

Andrine torna a casa, in Norvegia, si trasferisce e inizia a giocare a calcio nella squadra giovanile della sua città, dove l’unica che capisce e condivide davvero la sua passione e soprattutto il suo talento è la sua migliore amica, la sorella minore Ada, accanto a lei mentre compiono insieme i primi passi della loro carriera. A 16 anni arriva il primo contratto professionale, con il Kolbotn, mentre nel 2012, a 19 anni firma con Stabæk, per una stagione, prima di raggiungere la Bundesliga nel 2013, sempre fianco a fianco con sua sorella, nel FFC Turbine Potsdam. Il duo Hegerberg non passa inosservato neanche in Nazionale, dove percorrono tutte le tappe giovanili (Under-17, 19 e 20) prima di giungere infine alla squadra principale.

Ma inevitabilmente, per quanto legate, le strade delle sorelle Hegerberg giungono a un bivio e ognuna di loro sceglie il percorso che più potrebbe aiutarle a definirsi indipendentemente. Ada trova se stessa al crescente Lione, mentre Andrine gira per l’Europa, tra Goteborg in Svezia, Birmingham in Inghilterra e Paris Saint Germain in Francia, un tour europeo che le dona esperienza e le permette di entrare in contatto con una serie di stili di gioco differenti, una varietà che darà al suo background uno spessore fondamentale. Ma si potrebbe quasi pensare che Andrine Hegerberg fosse inconsciamente in attesa, di quella squadra europea a cui era destinata da sempre.

È il 2019 quando, in uscita dal PSG, Andrine Hegerberg riceve la chiamata che la riporta al principio, lì dove tutto ha avuto inizio. In Italia, il giovane progetto della AS Roma Femminile sta crescendo e sta cercando la sua identità e dopo aver consolidato la propria essenza italiana con Elisa Bartoli, il neo acquisto Manuela Giugliano e Annamaria Serturini, cerca rinforzi all’estero e cerca lei, la bambina che anni prima aveva fatto “razzia” del Roma Store ora ha la possibilità di avere un’altra maglia nella collezione, la sua.

Per Andrine non ci sono dubbi. Arriva il video di presentazione di cui lei stessa si occupa per annunciare il suo arrivo e con diverse riprese e in un italiano improvvisato ma spinto dall’entusiasmo e dalla passione, Andrine Hegerberg annuncia al mondo di aver realizzato il suo sogno: giocherà per l’AS Roma nella stagione 2019-2020.

Inutile negare che per la sua carriera questo è un rischioso passo indietro o salto nel vuoto, in Italia non esiste ancora il professionismo nel calcio femminile mentre nel resto dell’Europa il movimento è in costante crescita e in rapido sviluppo, si moltiplicano gli investimenti, migliorano le risorse. Ma per qualche ragione, a lei non importa e non si unisce semplicemente al progetto Roma, lo sposa, incondizionatamente. La squadra diventa immediatamente una famiglia, i suoi occhi ancora si illuminano quando cammina per le strade storiche o visita la città, è innamorata della storia, del cibo, della lingua che continua a studiare per perfezionarla ma soprattutto Andrine Hegerberg è innamorata della Roma ancora più di quando era bambina. Andrine è ancora tifosa romanista prima di essere calciatrice, segue di pari passo la squadra maschile, guarda le partite allo stadio o in tv, apprezza e incoraggia i più giovani sui social network, come dimostra il messaggio di stima nei confronti di Gonzalo Villar su Twitter.

Ma quell’amore si traduce in campo in tutto ciò che un tifoso romanista potrebbe volere: dedizione, impegno, lealtà. Centrocampista a volte offensiva e altre volte in supporto difensivo, Andrine Hegerberg porta spessore ed esperienza a una squadra ancora molto giovane.

Ha stile, ha una visione di gioco complessiva, tante volte la vedi (e la senti) gestire il centrocampo, far salire i terzini mentre lei resta a sostegno, lancia in area le ali più veloci, trova lo specchio della porta quando meno te lo aspetti, come con il gol di tacco nei tempi supplementari contro la Pink Bari in Coppa Italia. E di pari passo il legame con la squadra si intensifica sempre di più, dopo il primo gol della sua doppietta contro l’Orobica, corre in panchina a onorare la maglia di Federica Di Criscio, reduce dal grave infortunio per la rottura del crociato.

Seppure spesso sottovalutata, Hegerberg porta maturità al gioco della Roma soprattutto nel momento del bisogno. Nella seconda partita del campionato corrente, ancora contro la Pink Bari, entra al 70’ e all’88’, dopo uno stop in corsa e un controllo perfetto del pallone, serve in area con un preciso passaggio rasoterra Paloma Lazaro, che mette dentro il gol del 2-0.

In uno sport come il calcio femminile ancora così instabile, è difficile prevedere quanto durerà il percorso di una calciatrice con la propria squadra, anche perché soprattutto in Italia forse non ci si può permettere il “lusso” di essere una bandiera, non quando il resto dell’Europa (se vogliamo escludere dal discorso gli Stati Uniti) recita su un altro palcoscenico e se un’offerta vantaggiosa arriva, rifiutarla sarebbe quasi follia.

Ma nonostante questo sia solo il suo secondo anno, ciò che Andrine Hegerberg ha donato alla Roma è una lealtà d’altri tempi, una fiducia che potrebbe aver bisogno di tempo prima di essere ripagata dei sacrifici compiuti, eppure ogni volta che entra in campo col suo numero 8, Andrine sembra essere parte di quella squadra da sempre, proprio come una “romana de Roma”. O meglio, una Norvegese de Roma.

Rita Ricchiuti
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