Quando nel 2002, nel film “Sognando Beckham”, Jules mostra a Jess la possibilità per ragazze come loro di realizzare il sogno e giocare a calcio da professioniste, le dice anche che in Inghilterra, lì dove vivono, non è ancora possibile ma negli USA è tutto diverso, con un campionato funzionante a tutti gli effetti e un circuito collegiale in grado di inserirti direttamente nel professionismo (alla fine del film, le due ragazze partono proprio per il Santa Clara, college californiano).

E questa conversazione avviene in una stanza tappezzata di poster di Mia Hamm. Questo perché a volte risulta necessario ribadire l’ovvio: nonostante nasca in Europa, il calcio femminile ha vissuto il suo miglior sviluppo negli Stati Uniti D’America, sia a livello di Nazionale che nella categoria di club, permettendo alle loro atlete di raggiungere per prime lo status di professioniste.

Ma in una paradossale successioni di eventi, e nell’arco di un solo anno, la storia sembra aver mutato del tutto la sua narrazione e il predominio statunitense, per quanto resista ancora saldamente nelle mani e nei trofei della Nazionale Americana Femminile, in ambito di club potrebbe aver perso fin troppo terreno mentre l’Europa inizia a riprendersi la propria autorità in quello sport di cui è progenitrice, e questa volta non solo nella sezione maschile.

Ma cosa è successo esattamente? Quando si è messo in moto questo processo di migrazione inversa che anziché portare i più grandi talenti europei in America ha spinto alcune delle migliori calciatrici statunitensi in Europa?

La prima risposta che inevitabilmente balena nella mente di tutti è la più ovvia: Covid-19. L’emergenza pandemica che ha colpito e che ancora pervade gli USA, incontrollata perché gestita nel peggiore dei modi dall’attuale presidenza, ha sferrato un duro colpo alla stabilità dell’NWSL, che quest’anno avrebbe dovuto inaugurare la sua ottava stagione. L’impossibilità di spostarsi e giocare liberamente ha chiuso il campionato americano sia all’esterno che all’interno dei suoi stessi confini, vanificando in questo modo la mastodontica organizzazione preliminare, con il folle calciomercato di Gennaio e le adrenaliniche draft.

La volontà di giocare e di non rinunciare a un intero anno di calcio ha spinto però la lega a estremi rimedi, organizzando la Challenge Cup, un corposo torneo della durata di un mese disputato interamente nello Utah, utilizzando quasi esclusivamente un unico campo in terreno sintetico, con temperature stellari e un cospicuo rischio di contagio e soprattutto infortuni, considerando la precaria preparazione atletica delle squadre. In definitiva, più che un torneo, la Challenge Cup aveva tutte le sembianze degli Hunger Games.

Ma in realtà gli esiti della Challenge Cup hanno ecceduto le aspettative, non solo per l’effettiva ottima riuscita dei protocolli di sicurezza che hanno garantito zero contagi per tutta la durata del torneo, ma anche per l’entrata in scena di sponsor dai grandi nomi e per la trasmissione dei match più importanti su una rete nazionale come la CBS, raggiungendo con la finale tra Houston Dash e Chicago Red Stars ascolti da record e consacrando quella partita come la più guardata nella storia della lega e la seconda partita di calcio più guardata in quella settimana in USA, seconda solo al match tra Manchester United e Leicester.

Ma allora cosa c’è che non va in NWSL?

Nonostante appunto la nuova guida di Lisa Baird stia apportando necessari cambiamenti alla direzione della lega, tra cui lo stipendio fisso per tutte le calciatrici militanti in NWSL a parità di nazionalità, condizioni e imprevisti, come infortuni e gravidanze, i rischi che circondavano l’organizzazione del torneo, seppure fortunatamente non realizzati, erano reali e questo ha spinto alcuni dei nomi più illustri del campionato (Tobin Heath, Christen Press e Megan Rapinoe) a scegliere di non prendere parte alla Challange Cup, mentre anche altre colleghe di Nazionale come Carli Lloyd, Mal Pugh e Alex Morgan non hanno partecipato a causa di infortuni (le prime due) e periodo di maternità (Morgan).

Senza dimenticare tra l’altro la completa assenza della squadra dell’Orlando Pride di Ashlyn Harris e Ali Krieger, fuori dal torneo a causa di un piccolo focolaio di covid-19 che colpì circa 10 membri, tra staff e squadra (sebbene alcuni di quei positivi si rivelarono subito dopo negativi, tra cui Krieger).

Il primo problema che quindi ha colpito la NWSL in questo 2020 così tumultuoso è la sfiducia che legittimamente alcune atlete hanno espresso implicitamente nei confronti dell’organizzazione, in un contesto che fa innegabilmente paura.

Ma l’assenza di miglioramenti evidenti nella quotidianità statunitense ha messo in moto, dopo la Challenge Cup, un’ondata di trasferimenti pregiati in Europa, di cui sono state protagoniste proprio diverse giocatrici della Nazionale Statunitense, incoraggiate dall’allenatore Vlatko a giocare quanti più minuti possibili in vista (ottimista) delle Olimpiadi di Tokyo del 2021

Sam Mewis e Rose Lavelle al Manchester City, Emily Sonnett al Goteborg in Svezia, Tobin Heath e Christen Press al Machester United di Casey Stoney e infine Alex Morgan al Tottenham hanno guidato un’autentica migrazione sconvolgente e inaspettata che ha svuotato la NWSL di alcune protagoniste storiche della lega, seguite poi anche da altre calciatrici internazionali che hanno lasciato gli Stati Uniti, o in prestito o a titolo definitivo, alla volta dell’Europa, e in particolar modo della Women’s Super League, come la britannica Rachel Daly, a supporto del West Ham, e l’australiana Stephanie Catley in forza all’Arsenal.

In realtà però – e qui affondano le radici dei reali problemi della NWSL – proprio le australiane, tra cui numerose Matildas, sono state protagoniste già nel corso del 2019/inizio 2020 di una prima ondata di abbandoni a favore dell’Europa. Sam Kerr, Caitlin Foord, Hayley Raso e Ellie Carpenter, precedentemente ben inserite in NWSL, avevano già optato per lo scenario europeo in continua crescita, trovando in Europa una nuova America, più ricca e a tratti più funzionale.

Per questo motivo bisogna guardare in faccia la realtà e riconoscere che il Covid-19 non è l’unico grande problema che ha innescato questa battuta d’arresto per la NWSL. A partire infatti dalla tendenza a tenere “legate” a sé le calciatrici della Nazionale con i continui impegni e i contratti vincolanti della Federazione, il primo vero aspetto negativo di questa lega è la disparità di trattamento tra le “allocated players” statunitensi e le straniere, nel corso degli anni in numero sempre minore.

Lontani ormai i tempi di Amandine Henry e Nadia Nadim nel Portland campione del 2017, la NWSL sembra non aver mai davvero garantito alle calciatrici straniere meno illustri la possibilità di vivere e giocare negli USA in maniera stabile, causando una condizione precaria che ha portato alcune calciatrici a dover compiere una scelta drastica tra carriera e famiglia, l’ultimo esempio è quello di Dagny Brynjardottir, “costretta” a tornare in Islanda poiché impossibilitata ad avere la famiglia intorno con una condizione economica così incerta.

In una vecchia “storia” pubblicata su Instagram, la svedese Kosovare Asllani rispondeva candidamente a chi le domandava se fosse interessata a tornare a giocare negli USA che non c’era davvero posto nella lega per chi non fosse americano, un’affermazione fin troppo forte che conferma una rappresentazione della lega statunitense non davvero appetibile per le straniere che adesso in realtà vedono aprirsi davanti a loro scenari come quello francese, inglese e spagnolo che stanno investendo sempre più soldi e risorse nello sviluppo del calcio femminile. La stessa Asllani infatti fa parte ora del nuovo progetto del Real Madrid femminile. Per una Nazione dunque che ha sempre fatto del melting pot il suo cavallo di battaglia, è inaspettatamente incoerente e arretrato pensare di far evolvere una lega sportiva solo con forze Nazionali.

Va anche peggio quando queste stesse forze nazionali non si sentono sicure neanche in casa propria. Il caos del 2020 infatti ha portato a galla altre due piaghe sociali degli Stati Uniti in quanto società: si tratta di sessismo e razzismo.

Due componenti che purtroppo recentemente sono state riscontrate in una delle presidenze più benestanti del calcio americano, maschile e femminile, ossia quella del gruppo Utah di Dell Loy Hansen. Il proprietario delle squadre maschili Real Salt Lake e Real Monarchs e della squadra femminile Utah Royals, che aveva tra l’altro finanziato in gran parte la Challenge Cup, ha rivelato nelle ultime settimane il suo vero volto, aprendo in realtà un vaso di Pandora di cui finora avevamo avuto solo avvisaglie.

In occasione infatti del boicottaggio della partita da parte dei calciatori del Real Salt Lake, a favore della protesta della Black Lives Matter, Hansen ha dimostrato apertamente la noncuranza nei confronti della questione e di basici diritti umani affermando la propria rabbia e delusione verso la squadra e promettendo anche ripercussioni per l’abbandono del match. Questo evento ha scatenato un domino di verità e denunce nei confronti del magnate e dei suoi più stretti soci e collaboratori, rivelando scenari inaccettabili anche in ambito femminile. Se all’apparenza infatti il presidente delle Royals era un pilastro dell’investimento, il suo reale trattamento della squadra non era affatto così onorevole, con atteggiamenti e decisioni spesso inopportune e sessiste.

Stando infatti a quanto riportano diverse fonti, Hansen privilegiava spesso a livello pubblicitario le calciatrici più esteticamente “piacevoli” (secondo i canoni standard della società forse) come Christen Press, Kelley O’Hara e Amy Rodriguez, a discapito di altre considerate meno attraenti, come la leggenda Becky Sauerbrunn, rendendo in poche parole il percorso della squadra un concorso di bellezza.

Le accuse nei confronti di Hansen si sono moltiplicate nel corso di pochi giorni, rivelando nello Utah un ambiente particolarmente tossico (Jessica McDonald aveva denunciato poco tempo fa un evento oltraggioso avvenuto proprio nel corso di una trasferta del North Carolina Courage nello Utah, quando un agente di sicurezza aveva impedito a suo figlio di 8 anni di entrare in campo per festeggiare con sua madre a fine partita, nonostante i figli della collega Amy Rodriguez fossero già lì), e a guidare con illuminante coraggio questa denuncia è stata soprattutto la giovanissima Tziarra King, recluta delle Royals scelta nel primo turno di draft del 2020, che ha limpidamente descritto e riconosciuto il razzismo sistemico che pervade gli USA e ovviamente quindi anche la sua stessa lega sportiva.

L’omertà nei confronti della disuguaglianza di trattamento perpetrata ai danni delle calciatrici afroamericane si è rivelata quindi una delle maggiori colpe della NWSL, che per quanto abbia provato a condannare e punire atteggiamenti apertamente razzisti in passato (come nel caso degli insulti rivolti ad Adrianna Franch proprio nello Utah nel corso della partita contro il Portland di un anno fa, il responsabile fu identificato ed escluso da qualsiasi altra partita di NWSL), ha fallito su scala giornaliera la sua missione di aprire discussioni e creare una rete di protezione e uguaglianza per le sue giocatrici, dimostrando un’indifferenza che indebolisce la struttura stessa della lega.

Di fronte oggi alle Fall Series, una serie di amichevoli casuali che la NWSL ha organizzato suddividendo le squadre in tre regioni/gruppi, e oltre la conferma della mancata partecipazione di Rapinoe, Heath e Press e delle altre calciatrici emigrate in Europa, quasi metà formazione titolare del Courage (tra cui Dunn, McDonald, Erceg, Hamilton e Daniels) ha reso nota la propria decisione di non partecipare alle amichevoli, temendo per la propria incolumità, mentre per questa e altre ragioni anche Kelley O’Hara e Julie Ertz non scenderanno in campo con le rispettive squadre.

Assistere a questa pericolosa stagnazione della NWSL è raggelante nel momento in cui ci si rende conto di quanto fondamentale e rivoluzionario sia stato l’apporto degli Stati Uniti al calcio femminile, diventando a partire dai primi anni del 2000 un autentico faro di modernità e apertura sociale per questo sport a livello di club, spingendo anche l’Europa stessa a investire nuovamente in questa realtà sportiva. Va anche riconosciuta e ammessa una successione di sfortunati eventi che hanno colpito gli USA, ultimo tra questi l’ondata di incendi che sta terrificando Washington e la costa dell’Oregon, impedendo al Portland Thorns e all’OL Reign di disputare al momento le Fall Series.

È inaccettabile ad ogni modo pensare che proprio i maestri del professionismo del calcio femminile crollino sotto il peso dei loro errori perdendo anche la fiducia delle loro stesse atlete. La NWSL resta ad oggi a tutti gli effetti un campionato straordinario e competitivo (Debinha ha letteralmente illuminato la prima amichevole) ma ha anche bisogno di ricordare l’eterogeneità che l’ha formata, riconoscendo la necessità di evolvere e aprirsi al mondo ma soprattutto riconoscendo e rimediando a tutti gli sbagli commessi nel corso degli anni.

La NWSL deve riprendersi il suo posto nell’Olimpo del calcio femminile ma se ha imparato qualcosa dalla sua stessa Nazionale deve anche capire che non potrà mai farlo da sola.

Rita Ricchiuti
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