Federica Di Criscio in una lunga intervista affronta tanti temi legati al calcio femminile, tra professionismo, gestione dell’immagine, programmi in tv e tanta voglia di tornare a giocare

Una lunga esperienza in Serie A, prima con Brescia e Verona, poi due anni alla Roma. Dopo il brutto infortunio rimediato a gennaio e il recupero durante il Covid, Federica Di Criscio è pronta a partire dalla neopromossa Napoli Femminile che ha puntato su di lei.

Il centrale difensivo classe ‘93 si racconta alle porte della nuova stagione e dice la sua sullo stop alla Serie A, sul campionato che verrà, sul professionismo e sulla situazione del movimento femminile.

Il Napoli arriva in Serie A e decide di puntare su di te, cosa ti ha fatto più piacere in questi primi tempi?

L’accoglienza calorosa e il fatto che loro mi abbiano dato fiducia da subito. Nonostante la mia stagione precedente si fosse interrotta con l’infortunio loro sono stati quelli che hanno creduto più in me, non hanno mai avuto dubbi. Mi è piaciuta anche la stima che il mister ha mostrato sin da subito nei miei confronti.

Al tuo arrivo ti aspettavano in tanti.

Sì, quando sono arrivata in ospedale per le visite mediche c’erano un sacco di persone ad aspettarmi tra specializzandi di ortopedia che mi volevano controllare il crociato, tifosi, persone della società. Mi hanno portata a pranzo e sono ripartita da Napoli con due chili di mozzarelle (ride ndr.). L’accoglienza è stata fantastica ma si sa che comunque il sud è così rispetto magari al nord. Quando sono arrivata a Verona per esempio c’è stato tutto un altro impatto. Diciamo lì un po’ nuvoloso, qui a Napoli sole pieno.

Il Napoli è una realtà diversa dalla Roma, ma che ha voglia di crescere e sfruttare l’opportunità.

La cosa bella è che sia il presidente che lo staff hanno tanta voglia di fare e di investire. C’è tanto entusiasmo. Poi se dovessi fare un paragone è difficile perché sono situazioni diverse. C’è molto da lavorarci, ma la grande volontà è una delle cose che va a loro favore per crescere.

Hai conosciuto la squadra? Sei una delle più esperte, cosa ti aspetti dalla rosa?

A livello di campo è ancora presto per dare ancora un obiettivo preciso. Fare lo step dalla Serie B alla Serie A non è un processo facile e immediato. Potrebbe non sembrare ma è così, basta anche guardare i risultati di quando le squadre delle due categorie si affrontano. C’è tanta differenza e ci sarà. Noi possiamo e dobbiamo lavorare tanto su questo. Ci sono tante ragazze inesperte che vanno formate per le partite, la gestione fuori dal campo e sotto diversi punti di vista.

Una giocatrice che come te conosce bene la Serie A cosa può portare in più?

Io e le altre con un po’ più di esperienza possiamo trasmettere quello che può significare giocare le sfide di Serie A, che sia contro la Roma, la Juve o il Sassuolo eccetera. Quello che a me piacerebbe è di poter essere d’esempio in campo ma anche fuori. Far passare quello che ho imparato nella mia carriera. Anche delle cose che potrebbero sembrare banali sono importanti per crescere e per modellare il proprio stile di vita. L’essere professionale significa stare attento all’alimentazione, al comportamento sui social. Poi sul campo c’è la gestione della partita, degli allenamenti e delle difficoltà durante l’anno, perché ce ne saranno tante.

Dopo Bavagnoli, torni ad avere un tecnico uomo. C’è differenza per una calciatrice?

Io penso che la differenza sia proprio nel modo. L’allenatrice può arrivare prima a capire quello di cui una calciatrice ha bisogno o interpretare quello che le passa per la testa. D’altra parte però io personalmente a volte ho bisogno di qualcuno che mi scuota un po’ di più anche a livello empatico e nei modi. In queste settimane ho conosciuto il mister e lui ha un approccio che a me piace. È uno molto trasparente a cui piace il confronto. Se si deve arrabbiare si arrabbia, ma se c’è da dirti che è andata bene lo fa. Da quello che ho potuto vedere è uno molto equilibrato, poi vedremo durante la stagione.

Un commento sull’esperienza alla Roma appena chiusa?

Io a Roma ho lasciato un pezzo di cuore. Una di quelle esperienze che ho sposato con tutta me stessa. Quando sono arrivata mi dicevano che mi sarebbe entrata nel cuore ed è stato così. Un’esperienza speciale per come lavoravamo, per il grande gruppo che si era creato. Sono tanto amica con Manuela (Giugliano ndr.) perché la conosco da tempo, ma in generale eravamo amalgamate molto bene ed era la nostra forza. Ho legato molto anche con i tifosi, sono stati speciali anche durante il mio infortunio.

Siamo passati tutti attraverso il periodo del lockdown. Però si può dire che tu con l’infortunio l’hai vissuto in maniera particolare.

Sì diciamo che l’infortunio era inaspettato, uno scontro non deciso da me e mi sono messa subito a lavoro per rientrare. Poi è arrivato il Covid e lì si sono complicate un po’ le cose. La Roma non ci ha fatto mancare nulla e da subito sono stati disponibili e super efficienti per potermi curare e farmi rientrare. Ovviamente durante la quarantena dovevamo stare attenti a diverse cose, tra mascherine e rischi di contagio. Quindi il lavoro era prettamente in palestra, tante cose non le abbiamo potute fare proprio per una questione di spazi. È automatico che poi il rientro è slittato alla stagione successiva. Io puntavo a tornare in campo per le ultime di campionato e stando ai protocolli che avevamo seguito ci stavamo perfettamente con i tempi. Poi è andata come è andata e vedremo come andrà alla prossima stagione.

Quindi la situazione ti ha aiutato o ti ha condizionato negativamente, anche dal punto di vista mentale?

Da un lato è stato positivo perché non c’era la fretta di rientrare, si è rallentato tutto. Dall’altro mi ha penalizzato perché comunque non ho potuto ricominciare che era quello che volevo. Mi sono fatta male a Roma e sarebbe stato bello almeno chiuderci la stagione, ma non è stato possibile.

Un tuo parere sullo stop della stagione?

Credo che il calcio femminile non fosse pronto a fare quello che ha fatto il maschile, giusto per fare un paragone. Credo che tante società avrebbero potuto farlo, tipo Juve, Roma, Milan, Inter, ma tante altre no. Finché non c’è questa uguaglianza è stato giusto così. Corretto assegnare lo scudetto alla Juventus perché aveva dimostrato sul campo di essere la più forte fino a quel momento, forse avrei giocato meglio la carta del secondo posto perché eravamo tutte lì a pochi punti, quindi magari si poteva gestire diversamente.

Ne fai una questione per lo più economica?

Per la maggior parte sì. Credo inoltre che si riverserà anche su questa stagione, perché per fare i tamponi ogni tre giorni e i test sierologici per far rispettare il protocollo è comunque una spesa. Speriamo che la possano sostenere tutti.

Che impatto ha avuto sul movimento?

Sicuramente negativo, ma era inevitabile che succedesse. Ancora una volta abbiamo dimostrato di essere indietro. Se vogliamo la parità è giusto ma ci devono essere le stesse opportunità. Ci siamo ritrovate nel momento in cui c’è chi ha potuto dare delle garanzie e chi no, ci sono state squadre che non si sono allenate minimamente per quattro mesi. Quindi questa differenza ha portato a un effetto negativo, anche a livello d’immagine.

Quante squadre permettono di vivere una vita da professionista, non solo dal punto di vista economico ma anche sotto l’aspetto della gestione?

Quelle legate alle società maschili sono avvantaggiate, perché sono improntate su quello. Quello che fanno con i maschi lo trasmettono anche nel femminile. Le altre fanno più fatica. Ci sono anche realtà con dietro il maschile con una possibilità economica pari a uno. A oggi il denaro fa la differenza. Ma non per una questione di compensi alle giocatrici, ma per quello che ti possono mettere a disposizione, strutture, trattamenti, quello di cui una giocatrice ha bisogno.

La mancanza di pari opportunità a chi va attribuita?

Credo che vada attribuita proprio al sistema calcio, a livello di Figc e istituzionale. È una tutela che deve avere nei nostri conforti per dimostrare il valore del nostro calcio.

E ora secondo te il pubblico come vede la Serie A Femminile?

Secondo me c’è l’entusiasmo dei tifosi che sono impazienti di vederci in campo. Chiaramente si giocherà ancora per un po’ a porte chiuse e mi auguro che comunque verranno trasmesse le partite per dare la possibilità di farci vedere dalle persone, questo dipenderà molto dagli investimenti. C’è un po’ di confusione anche sul fatto che dobbiamo rispettare il protocollo da professionisti, anche se siamo considerate dilettanti, anche questo crea una difficoltà.

Ti sembra realistica la prospettiva del professionismo entro il 2021-22?

Secondo me al momento no. Credo che la volontà ci sia davvero perché sono state fatte tante lotte, ma bisogna anche sapere che devono cambiare tante cose. Magari anche più aiuti da parte della Federazioni alle società che al momento non ce la fanno. Perché poi passare al professionismo implica tante cose, se poi una volta che raggiungiamo quello step non cambia nulla, è inutile.

Il primo vero passo da fare verso il professionismo qual è?

Credo conti tanto la visibilità, quella la devi avere. Un’immagine da professionista, poi magari il creare delle vere e proprie icone come accade nel maschile. Conta anche un ambiente di lavoro realmente professionale, per le strutture, gli staff. Tutta una serie di cose che sono indispensabili. Negli ultimi periodi tanti aspetti sono migliorati in maniera esponenziale. A maggior ragione bisogna essere ancora più attente e professionali, non tutte abbiamo fatto questo passaggio, ma anche perché non tutte le calciatrici vivono lo stesso contesto.

Qual è il nesso tra il professionismo e la professionalità?

La professionalità ci deve essere sempre, a prescindere dal professionismo. Bisogna prima essere professionali per poi pretendere determinati riconoscimenti. Il professionismo è uno status che meritiamo per i sacrifici che facciamo tutti i giorni da anni, ma forse non siamo ancora pronte tutte per diventare professioniste. Perché ancora abbiamo tanta strada da fare anche noi.

Quanto è importante per una calciatrice la gestione dell’immagine, social e non, affinché venga presa più seriamente?

Oggi l’immagine penso sia uno dei fattori principali, sotto tanti punti di vista. Dalle sponsorizzazioni al far capire davvero che oltre alla giocatrice c’è una persona perché questo dettaglio viene tralasciato. Dietro a un numero di maglia c’è una donna normale che fa cose normalissime, come se andassimo in ufficio la mattina. L’immagine va curata bene, in maniera pensata per far conoscere al meglio la persona, perché tante volte potrebbe anche essere travisata.

E che impatto può avere sull’appassionato o sul tifoso il vedere una calciatrice con un’immagine curata in un certo modo?

Di sicuro è un segno di maggiore professionalità. Un conto è vedere magari una pagina social strutturata in un certo modo, che mandi un certo messaggio, un altro è far vedere tutto senza un criterio. Magari vengono anche date etichette sbagliate e si creano luoghi comuni. Se vedono 10 calciatrici su 15 con la birra in mano allora tutte sono così. Non è proprio questo il messaggio che deve passare. Poi è una cosa che va a 360 gradi, dall’immagine, ai comportamenti dentro e fuori dal campo, alle persone con cui hai a che fare, sta tutto in quello che riesci a creare con le persone stesse.

A proposito di immagine, so che state preparando un programma tv che ti vedrà protagonista e sarebbe la prima volta di un progetto del genere con al centro una calciatrice. Me ne vuoi parlare?

Sì, si chiamerà “Mi racconto e ti sfido”. Nasce da un’idea, quasi per scherzare, da una telefonata. Il progetto era quella di farmi conoscere non solo come calciatrice ma anche come persona. A me piace cucinare e durante la quarantena con le compagne organizzavamo le cene e i pranzi: ero sempre io a preparare per loro. Allora avevamo pensato di provare a fare dei contenuti social, magari riprendendo con un GoPro per far vedere chi è Federica anche fuori dal campo, durante la quotidianità. Poi passato qualche giorno, la mia agenzia aveva sviluppato l’idea di fare questo programma su di me. È nato come un gioco e poi è diventato qualcosa di molto più grande”.

In cosa consiste?
Saranno tre puntate, ognuna con un tema. Gli argomenti centrali saranno la “Federica” calciatrice e poi la mia storia personale e la mia esperienza. Essendo un’atleta celiaca, racconto anche come questa condizione possa incidere sulla vita dell’atleta e ovviamente anche del punto di vista dell’alimentazione, sarà uno dei temi centrali. Una sorta di chiacchierata molto alla mano, a mo’ di racconto, e poi una sfida in cucina contro un influencer di Roma che è Leonardo Bocci. Con lui ci sfideremo su tre piatti tipici della cucina romana, vista il mio trascorso nella Capitale. I nostri piatti saranno giudicati dallo Chef Francesco Testa che decreterà chi avrà vinto per ogni puntata.

Dopo lo stop, per la prima volta la stagione di calcio in Italia partirà dalla Serie A Femminile. Può essere un fattore importante? Ti aspetti un campionato diverso?

Probabilmente sarà diverso perché i mesi di stop sono stati tanti e non sarà facile riprendere i ritmi. Bisogna considerare anche che sarà un campionato spezzettato con gli impegni della Nazionale da recuperare, il livello si sta alzando, secondo me sarà una stagione tutta da scoprire. Ricominciare dal femminile può essere un motivo in più anche per riacquistare credibilità”.

Al di là delle differenze tra le società, la notizia positiva è che sicuramente il calcio femminile oggi “esiste” un po’ di più. Quanto è importante, per esempio, l’aumento del numero delle tesserate e delle richieste per le scuole calcio? Quanto ci si può lavorare?

Fondamentale. Lavorare sulle bambine è la cosa che oggi va fatta più di tutto. Sono loro che gioveranno dei benefici che non abbiamo avuto noi, perché le cose andranno al loro posto, magari non tra due anni ma tra cinque sì. Loro sono quelle che a oggi vanno coltivate più di tutte, mettendo a loro disposizione delle strutture adeguate, delle persone competenti, e magari coinvolgerle anche a scuola che può sembrare una cosa banale ma non lo è. È una questione culturale, ancor prima che economica.

Con l’azzurro del Napoli, punti all’azzurro della Nazionale?

Questo è un tasto dolente. Da parte mia ovviamente mi piacerebbe tornarci, penso sia un sogno di tutti quelli che iniziano a giocare a calcio. Io però da Bertolini non ho mai avuto delle motivazioni e non sono mai riuscita a parlare con lei quindi non so neanche perché non mi abbia più chiamato. Ovviamente mi piacerebbe, anche per capire, l’Azzurro è una cosa che ho sempre voluto e ho sempre cercato.

Intervista a cura di
Leonardo Frenquelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ringraziamo la società Napoli Femminile e Bianco Creativo – Women Soccer World per la gentile concessione delle foto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *