Due mesi, 35 voli, 17 Paesi e 57 partite in 36 stadi questa è la storia di Brandon Clarke

Ogni vero appassionato di calcio potrebbe passare ore a raccontarvi di tutte le volte che ha sfidato il sonno, i chilometri e, probabilmente, i suoi impegni familiari, per seguire la propria squadra in trasferta. Definire questa una trasferta però, sarebbe come definire le missioni Apollo delle gite fuori porta.

Brandon Clarke è un consulente informatico neozelandese con una passione spassionata per il calcio nella sua straordinaria universalità. E così, un anno fa, sull’onda di questo meraviglioso fanatismo, il neozelandese ha deciso di lanciarsi in un’avventura descritta dall’hashtag #MayAndJuneAreForFootball.

Il mese di maggio ha segnato quindi l’inizio di un’odissea sportiva durata due mesi e che ha visto questo contemporaneo Ulisse prendere 35 voli, visitare 17 Stati e guardare, in ben 36 stadi diversi, la bellezza di 57 partite di calcio tra le quali: una finale di Champions League, una finale di A-League, la prima partita della storia della nazionale del Madagascar, un match di qualificazione all’Europeo, partite di due Campionati del Mondo e la finale di uno dei due.

Con un file su Google fogli come stele di Rosetta con cui destreggiarsi tra partite, chilometri, tempi di percorrenza e pernottamenti, l’avventura del nostro moderno Ulisse inizia con un volo per Melbourne, per la partita di A-League in cui la sua squadra del cuore, il Wellington Phoenix FC, avrebbero sfidato il Melbourne Victory FC. Dopo alcune soste intermedie a Sidney e Adelaide, con una piccola parentesi a Noumea in Nuova Caledonia per l’Oceania Champions League, il piano di Brandon prevedeva la trasferta di 5532 km per Perth, città in cui avrebbe voluto vedere la sua squadra del cuore giocarsi la finale di A-League.

Ma si sa, la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita, ma spesso è proprio quello che non ti piace. Infatti i Wellington Phoenix vengono sconfitti per 3 a 1 perdendo il biglietto per la finale e trasformando la trasferta di Brandon in una banale mossa logistica di avvicinamento alla Polonia, in cui si giocano i mondiali maschili Under 20

Alla Coppa del Mondo Under 20, come ogni buon neozelandese che si rispetti, il nostro Ulisse sostiene la sua Nazionale, che sembra promettere bene vista la vittoria per 5 – 0 contro l’Honduras nella partita d’esordio. Il calcio però, e chi ama questo sport lo sa bene, è spesso fatto di sofferenza e dubbie decisioni arbitrali. E così la Nuova Zelanda viene eliminata agli ottavi di finale dalla Colombia. 

Dopo qualche birra consolatoria e qualche altra tappa, per Brandon è arrivato il momento di scoprire se saranno veramente le donne a salvare il calcio, come sostiene la CT delle Azzurre Milena Bertolini. Si parte quindi alla volta di Cardiff per l’ultima amichevole delle Football Ferns prima del Mondiale femminile in Francia. 

Le amichevoli però non contano così tanto, perciò la sconfitta subita per uno a zero per mano del Galles non disturba più di tanto Brandon, il quale decide di non sprecare i tre giorni che mancano alla partita inaugurale del Mondiale a Parigi. Si vola quindi da Cardiff ad Amsterdam, da lì a Copenhagen e dalla capitale danese alle Isole Faroe, perdendo il bagaglio nel tragitto. Una perdita trascurabile, considerando che gli è valsa il privilegio di vedere la nazionale isolana segnare contro la Spagna. A quel punto i quattro gol di rimonta delle furie rosse sono solo un dettaglio e Brandon, ormai adottato dagli ultras delle isole, continua i festeggiamenti fino a tarda notte, lasciandoli giusto in tempo per prendere il volo di ritorno per Copenhagen, ricongiungersi con il suo bagaglio e volare a Parigi.

Qui incontra Harvey, che lo accompagnerà per tutta la durata del Mondiale femminile. Macchina a noleggio e via verso Reims per Norvegia – Nigeria, la loro prima partita di WWC l’8 giugno. Reims sarà la tappa inaugurale di un tour de France, che vede Valenciennes come secondo stop. Presente ad Italia – Australia, il nostro Ulisse incontra sugli spalti dell’Hainaut Stadium la versione moderna dell’oracolo di Delfi, una tifosa italiana che, ripresa dal neozelandese, rivela prima del fischio d’inizio l’esatto epilogo della partita che ha fatto diventare epica l’avventura delle Azzurre (minuto 1.09).

Ed è proprio qui che L Football conosce Brandon Clarke e la sua incredibile storia.

Dopo una breve sosta a Parigi, è il turno di Le Havre, dove nel frattempo è sbarcata la versione all blacks dello zio d’America: lo zio Kevin. Una volta lasciatosi alle spalle i mondiali di cricket in corso in Inghilterra, lo zio Kevin ha raggiunto i suoi compaesani in tempo per farsi spezzare il cuore dall’unico gol olandese nei minuti di recupero di Nuova Zelanda – Olanda. Considerata la partita ad un comodo orario per la stagione estiva come le 13.00, i nostri ultras decidono di consolarsi con 4 ore e dieci di macchina verso lo Stade Roi Baudouin di Bruxelles.

Nemmeno uno scontro ravvicinato tra un piccione e il vetro della loro auto ormai può fermare la loro corsa verso Belgio – Scozia, match valido le qualificazioni al campionato europeo.

Tempo per dormire come al solito ce n’è poco e, d’altra parte, chi dorme non piglia la macchina per andare a Grenoble, con una ragazza canadese conosciuta a Parigi, per vedere perdere la propria nazionale proprio contro il Canada.

Verrebbe quasi da citare il poeta con un classico “mai una gioia”, ma in realtà una gioia c’è stata, forse anche due. La prima è la bellezza indiscutibile dello Stades des Alpes di Grenoble che, incorniciato dalle Alpi, è tra gli stadi più belli del mondo. Almeno secondo il modesto parere di uno che di stadi ne ha visti 57, in soli due mesi. La seconda è l’ostinazione dei tifosi Thailandesi. Nonostante la loro squadra abbia collezionato una sconfitta record nella storia di questo sport, hanno continuato imperterriti a cantare. Forse per questo gli dei del calcio hanno deciso di ricompensarli con l’unico gol che la loro Nazionale segnerà nel torneo, scatenando una delirante e pazza gioia che renderà ancora più splendente il sole di quel giorno a Nizza

Il 20 giugno a Montpellier, Brandon Clarke aspetta il fischio d’inizio di Camerun – Nuova Zelanda agitato come un quattordicenne al primo appuntamento. Due settimane prima dell’inizio del torneo le Football Ferns, per la prima volta nella storia di tutto il calcio neozelandese, avevano sconfitto per una rete a zero le Lionesses a Southampton, facendo decollare aspettative e morale dei tifosi. Dopo le sconfitte contro Olanda e Canada però, solo la vittoria contro il Camerun poteva garantire loro il passaggio del girone. L’atmosfera prima della gara è elettrica. Ma il destino riserva alla Nuova Zelanda la stessa sorte dei loro compari australiani, insieme ai quali, per strani parallelismi di questo strano mondo, ospiteranno il Mondiale nel 2023

Al novantacinquesimo minuto una doppietta di Nchout firma il 2 a 1 che metterà la parola fine all’avventura francese delle neozelandesi. Con le sue paladine fuori, Ulisse decide di spezzare il viaggio di ritorno verso Itaca con tre comode tappe: Francia – USA, Olanda – Svezia e USA Olanda. 

A Parigi, il boato della folla è da pelle d’oca. Sembra impossibile anche solo pensare di perdere ai francesi, che un entusiasmo del genere non lo vedevano dalle prime volte che si urlava “libertè, fraternitè, egalitè”. Madre e figlia sedute davanti a Brandon speravano saltando e sbraitando che le loro ragazze pareggiassero i conti: una statua della libertà in cambio della libertà di passare il turno sembrava un ottimo affare. Ma ai bambini degli affari non importa molto e, ormai senza voce e totalmente rapita dal gioco, la bambina non si era accorta che il tempo delle trattative era agli sgoccioli.

Al terzo fischio dell’arbitro, le francesi in campo crollano distrutte a terra, la bambina invece, rimane in piedi, pietrificata e incredula, con la sola forza di chiedere: “Porquoi Māmā!?”. Con la pragmatica eleganza che solo un “C’est fini…” può avere, Ulisse vede una madre consegnare una figlia al battesimo di fuoco del calcio, quello della prima cocente delusione. L’esatto momento in cui sei troppo occupato a non far annegare le pupille nelle lacrime e a riprometti di non perdere una partita mai più, per accorgerti di esserti innamorato.

Certo, innamorarsi del calcio non è facile. A volte è una magica poesia, altre è un becero ignorante che si siede proprio nella fila di posti dietro al tuo, rovinandoti lo spettacolo che il magnifico tramonto sullo stadio aveva apparecchiato.

Bradon Clarke non essendo un novellino del calcio femminile, è abituato a “persone – quasi esclusivamente uomini che hanno visto a malapena una partita di calcio femminile nella loro vita – spiegare perchè quel calcio non è bello come il vero calcio, quello degli uomini”, testuali parole. Probabilmente troppo intenti a scrivere la pagina di Wikipedia “Compendio Enciclopedico di insulti e appellativi denigratori per il calcio femminile”, i due gentiluomini e, tristemente, la donna in questione, non si sono accorti dell’assenza di leggi che li obbligano ad assistere alla partita di uno sport che trovano così inutile e ridicolo. Infine, sull’onda della massima di vita “per trenta mila lire il mio falegname la faceva meglio”, un membro dell’illuminato triumvirato conclude la questione sostenendo che se lui fosse stato l’allenatore “Niente lesbiche!”, ovviamente. 

Ma dopo questa rievocazione storica dei secoli bui del Medioevo, è il momento di tornare a Lione. Il 7 luglio la storia si prepara per giungere al glorioso epilogo: la finale Olanda – Stati Uniti. Tra tutte le figure letterarie, Ulisse forse è quella che meglio può rappresentare le difficoltà che a volte un uomo può incontrare nell’andare da un punto A a un punto B. 

Non sono così distanti Nizza e Lione, ma lo diventano se si vuole arrivare in tempo alla partita. Una volta escluso il treno, l’unica soluzione è un comodo volo Nizza-Lione. Senza ritardi, considerato il comodo scalo a Parigi Orly, si dovrebbe fare in tempo. Nonostante i venti minuti di troppo con cui il volo lascia Nizza e lo staff che si fa attendere agli imbarchi di Orly, tutto sempre procedere bene. Gli autobus del servizio navetta portano i passeggeri regolarmente sull’aereo e da lì, si aspetta. Si aspetta. Si aspetta. Finchè, dopo trenta minuti, il comandante annuncia due ore di ritardo per una toilettes rotta e signore e signori il regolamento impedisce di volare con un cesso rotto, il personale è al lavoro ma ci sarà da attendere.

E’ subito insurrezione popolare. Venti francesi si dirigono urlando verso la cabina di pilotaggio, che non è mai assomigliata così tanto alla Bastiglia. La vicina di posto di Brandon fa gentilmente da traduttrice alle urla in sottofondo: “Dobbiamo arrivare a Lione. C’è la finale di Coppa del Mondo! Ho pagato 10000 euro quel biglietto! Gli altri due cessi funzionano! Ma robe da matti, io sono un pilota, lo faccio volare io sto cazzo di aereo”. Improvvisamente il bagno non è più un cul de sac e l’aereo prende il volo. 

Essendo in Francia, non si può che definire il finale un clichè. Vittoria degli Stati Uniti, con una risolutiva Megan Rapinoe e una Rose Lavelle che dimostra una grinta, una dedizione e un talento fuori dal comune. 

Il percorso degli USA in questo Mondiale è stato eccezionale, ma è alla Francia che va riconosciuto il merito di aver ospitato un torneo che in molti, Brandon Clarke tra questi, si ricorderanno per tutta la vita. Solo una cosa rimane da domandarsi, come si fa a non amare il calcio?

Giulia Beghini
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