Henri Le Chatelier era uno che la sapeva lunga. Nonostante la chimica non sia una materia apprezzata da molti, conoscere il principio di Le Chatelier o principio degli equilibri mobili avrebbe permesso di prevedere con facilità cosa sarebbe successo al calcio femminile.

Secondo questa legge della termochimica, ogni sistema tende a reagire a una perturbazione impostagli dall’esterno cercando di riportarsi alla condizione di equilibrio iniziale. Come questo abbia in qualche modo a che fare con il calcio femminile è subito spiegato.

In Italia il calcio femminile è stato per vent’anni in uno stato di latenza. Giocato nelle tenebre dei campi di periferia, era sconosciuto alla maggior parte della popolazione come la virologia prima del Covid. Poi, il miracolo. La Nazionale maschile manca la qualificazione al mondiale di Russia 2018, quella femminile invece si qualifica a Francia 2019. Più che una perturbazione è un uragano Katrina per un movimento taciturno e introverso come quello del calcio femminile.

Per ogni appassionato di questo sport che si rispetti, il mese di giugno di un anno fa è stato il mese in cui novantacinque minuti hanno completamente trasformato la percezione del possibile. Nel mese di giugno di un anno fa, l’impossibile è iniziato a sembrare a tutti incredibilmente possibile.

E’ stato un mese senza corde vocali, senza abbastanza ore di sonno prima di una giornata lavorativa, di ferie prese senza preavviso e di ore di pullman fatte senza quasi sentire la stanchezza.

È stato un mese in cui persino i francesi ci sembravano simpatici perchè ormai li vedevamo più spesso dei nostri familiari. È stato il mese in cui vostra zia invece di chiedervi quando vi fidanzavate, vi chiedeva quando giocavano le Azzurre.

E’ stato il mese in cui anche i weekend sembravano inutili se non c’era la partita. È stato un mese di “Si dice Bertolini, non Bartolini” e di cognomi che per la prima volta venivano pronunciati dai mezzibusti del telegiornale della sera.

Un mese di sconosciuti che diventano amici, un gol di Galli alla volta. Un mese in cui Goffredo Mameli avrebbe vinto il disco di platino. Un mese in cui tutti hanno pensato almeno una volta che quel mondiale potevamo vincerlo noi.

Un mese di occhi lucidi, di abbracci e di felicità. A giugno, l’anno scorso, il mondo si è accorto che quelle con la maglia Azzurra sono capaci di giocare, lo diceva, stranamente, anche il giornale.

Ma Henri Le Chatelier era uno che la sapeva lunga. Per riequilibrare un sistema così profondamente e splendidamente lontano dal suo punto di equilibrio iniziale, l’universo ha deciso di giocarsi la carta pandemia, con la briscola dello stop alla “stagione della svolta”.

Un vero colpo basso che rischia seriamente di riportare il mondo del calcio femminile a quello stato di latenza, utile solo a sprecare il talento di donne che hanno dimostrato di saper mettere il cuore in quello che fanno.

Un anno dopo quel mese di giugno, una cosa però l’abbiamo imparata tutti. Se state insieme a qualcuno che sostiene di non piangere ogni volta che vede quella palla entrare in porta al novantacinquesimo, mollatelo. I bugiardi e le bugiarde non piacciono a nessuno.

Giulia Beghini
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