In quanto donna nera, la calciatrice della USWNT e del Courage non sentiva di poter protestare per la sua causa, a differenza della collega bianca

Le discriminazioni condizionano anche la possibilità o meno dell’individuo di protestare contro le suddette. Quello di Crystal Dunn è un caso emblematico: proprio lei, che è direttamente toccata dal razzismo sistemico insito nella società statunitense e nel mondo dello sport, non si è mai sentita nelle condizioni di potersi unire alla protesta portata avanti da Kaepernick prima e Rapinoe poi.

Quando, nel 2016, Rapinoe le aveva anticipato la sua intenzione di inginocchiarsi durante l’inno nazionale (segno di protesta contro il razzismo e la violenza della polizia adottato per la prima volta dal giocatore di football Colin Kaepernick), Dunn  dice di essersi sentita contenta e orgogliosa della scelta della collega. Tuttavia, non si sentiva pronta a fare lo stesso.

“Ero profondamente toccata dalla sua decisione di lottare per questa causa”, ha raccontato la calciatrice del North Carolina Courage durante una tavola rotonda tematica organizzata da Bleacher Report.

“Ricordo anche di averle detto che io dovevo restare in piedi perché non sapevo cosa sarebbe successo. Avevo paura [di perdere] il lavoro. Temevo che se a inginocchiarsi fosse stata una ragazza nera della squadra, sarebbe stato percepito in modo diverso.”

Osservando come in questi anni la Federazione e l’opinione pubblica in generale si sono accanite contro Megan Rapinoe, Crystal sospetta che la collega sia stata esclusa da diverse partite proprio come ingiusto ma deliberato “castigo” per il suo gesto; un tentativo di silenziarla e con lei silenziare la protesta contro il razzismo.

Eppure, Dunn non può fare a meno di notare che se per Rapinoe questa presa di posizione ha significato una serie di partite in meno, nel suo caso probabilmente le conseguenze sarebbero state ancor più pesanti: se lei, Crystal Dunn, donna nera, avesse provato a inginocchiarsi, forse – teme – “avrebbero potuto strapparmi il contratto.”

Martina Cappai