Questa mattina, tra un pensiero preoccupato rivolto all’Orlando Pride e una riflessione sull’egoismo intrinseco dell’essere umano, ho ritrovato su Tumblr un frammento di intervista a Sara Gama, in cui si discuteva – o almeno questo era ciò che il giornalista credeva di fare – del suo gioco e del suo stile in campo.

In soli 24 secondi la mia mente si è illuminata gradatamente come quel meme che ritroviamo spesso sul web perché è bastato quel singolo momento per riconoscere esattamente alcuni dei pilastri più stereotipati e sbagliati che circondano il calcio femminile, soprattutto forse quello europeo.

Non sono certamente qui a dirvi che in Europa il calcio femminile sia tanto seguito e popolare quanto quello maschile. Sono appassionata e tifosa, non illusa, e purtroppo metto anche in conto che a volte i paragoni, anche quelli più “innocui”, sembrino inevitabili.

Ciò che questo video evidenzia però è la mancanza di volontà di compiere un tentativo per considerare le donne atlete complete e indipendenti alla pari degli uomini.

https://iampenlau.tumblr.com/post/621614230047735808/our-captain

Analizziamo insieme il video.

Il giornalista in questione, voglio credere con inconsapevole superficialità, afferma che il gioco di Sara Gama richiama, in pochi istanti, quello di Bonucci, difensore della Nazionale Italiana e della Juventus, e la sua affermazione voleva certamente arrivare come un complimento, paragonando Gama a una controparte maschile.

La reazione del Capitano azzurro però racconta un’altra storia. Sara Gama sorride ma non come un’atleta a cui è stato fatto un complimento. Nessuno le aveva mai detto che il suo gioco somigliasse a quello di Bonucci e nella sua risposta, almeno dal mio punto di vista, non c’è altezzosità o rabbia, ma quel sottile e insopportabile fastidio controllato di fronte a una storia che si ripete, volta dopo volta.

Il giornalista allora, forse sorpreso dalla reazione, crede certamente di aggiustare il tiro chiedendo al Capitano della Nazionale Italiana a chi dei valorosi uomini del calcio pensa di assomigliare.

Magari non esiste un’intenzione maliziosa o irrispettosa nella sua domanda, credo che sia probabilmente solo abitudine, ma per una donna, per una calciatrice a tutti gli effetti professionista come Gama, il suo quesito non è motivo di orgoglio.

E Gama prova infatti a spiegare, nel massimo rispetto, che il problema sta proprio lì, in un paragone che non dovrebbe sussistere, in una comparazione che usa l’esempio maschile come standard d’eccellenza da raggiungere per la donna. Che l’esperienza in attività e le capacità tattiche di un calciatore siano degne di stima è innegabile, non sono qui ad affermare il contrario, ma che diventino un necessario metro di giudizio e termine di paragone per una calciatrice in attività dal 2006, come se fosse impossibile descrivere il suo gioco senza richiamare una controparte maschile, appare, nel 2020, un discorso vagamente arretrato, soprattutto per un giornalista sportivo.

La risposta all’affermazione di Gama in realtà è ciò che mi lascia ancora più allibita e leggermente indignata, perché anziché provare a recuperare la situazione, la voce che la stava intervistando ride per fuggire dall’imbarazzo in cui la calciatrice lo aveva giustamente posto, provando a rendere la sua reazione in qualche modo esagerata, smorzandone i toni e le intenzioni.

Ma Gama non ride più e ribadisce il concetto. Essere paragonate a un uomo non è un complimento, non è questo che le rende eguali. A nessun uomo viene detto che le sue movenze ricordano quelle di Barbara Bonansea o di Elisa Bartoli, a nessun calciatore anche giovane viene chiesto se il suo stile richiama a tratti quello di Alia Guagni.

C’è quindi un punto cruciale da chiarire qui. Quando le calciatrici statunitensi chiedono una paga equa, quando Sara Gama non ride più di fronte al confronto con Bonucci, non vuol dire che tutte loro si considerano superiori ai colleghi di sesso maschile (a cui forse alcune di loro si ispirano) né intendono instaurare un paragone, ciò che ogni calciatrice chiede è un’uguaglianza basilare che permetta all’opinione comune di considerarle alla pari degli uomini, senza confronti, senza standard di eccellenza da raggiungere, ma con l’impegno di giudicarle esclusivamente per le loro doti in campo, per ciò che hanno creato e non per il modo in cui hanno replicato ciò che gli uomini hanno fatto in precedenza.

Questo non significa che il calcio femminile debba essere considerato la variante debole di quello maschile, ma che forse debba essere visto come una realtà sportiva che vive sullo stesso livello della sua controparte di genere.

Tobin Heath una volta ha detto, di fronte alla domanda di Julie Foudy che le chiedeva come risponderebbe a chi “accusa” il calcio femminile di non portare guadagni come quello maschile, che “you can’t compare the two” (non puoi paragonare le due cose), che non puoi argomentare in un dibattito che il calcio maschile porta più spettatori o guadagni perché non stai giudicando due realtà eque, ma puoi provare a immaginare quali vette le donne potrebbero raggiungere se solo fossero loro concesse le stesse possibilità degli uomini.

In 24 secondi, Sara Gama ha rivelato stereotipi e cliché che ancora circondano il mondo del calcio anche a livello professionistico. E per quanto io voglia credere (l’ottimismo è il profumo della vita) che quel giornalista non intendesse affatto offendere l’azzurra, credo anche che al giorno d’oggi compiere un piccolo sforzo per sradicare abitudini intrinsecamente maschiliste non sia poi una grande fatica.

Probabilmente basterebbe solo chiedersi “farei la stessa domanda anche a un uomo?” e agire di conseguenza.

Rita Ricchiuti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto di Robert Cianflone – Getty Images

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *