La scorsa settimana, la Federcalcio ha inviato al governo il protocollo sanitario per poter riprendere l’attività agonista, estremo tentativo di salvare l’attuale stagione sportiva. Il documento è ora al vaglio del governo, che dovrà dare il suo assenso, necessario per la ripresa degli allenamenti.

Le misure prese in esame sono volte a garantire la massima tutela e salvaguardia della salute di tutti: atleti, staff tecnico e medici.

Ogni squadra dovrà chiudersi in ritiro, isolata dal resto del mondo, ma prima dovrà provvedere alla sanificazione di tutte le strutture che saranno utilizzate da atleti e personale della società. Atleti e staff tecnico dovranno sottoporsi a visita medica e a test molecolari e sierologici prima di poter entrare in ritiro. I test saranno ripetuti periodicamente per tutta la durata della stagione o finché i medici federali lo riterranno necessario. Gli allenamenti saranno svolti a piccoli gruppi, mantenendo la distanza minima di due metri tra ogni componente del gruppo. La distanza di due metri dovrà essere rispettata in tutti gli ambienti, ad esempio in mensa, palestra o sala massaggi. Il personale tecnico e medico dovrà utilizzare i dispositivi di protezione individuale.

Ulteriori misure sono previste per quei soggetti che vengono a contatto saltuariamente con la squadra, o che devono accedere strutture in orari diversi, senza entrare in contatto con gli atleti.

In caso di approvazione, l’applicazione delle norme del protocollo metterà in luce la fragilità del sistema del calcio femminile e tutte le sue contraddizioni, accentuando in maniera ancor più evidente il divario fra le società che hanno un corrispettivo maschile e le altre.
Squadre come Orobica, Pink Bari, Tavagnacco e Florentia potrebbero far fatica ad affrontare il considerevole esborso economico, dovuto a queste regole.

Il vicepresidente del Tavagnacco, Domenico Bonanni, in una recente dichiarazione al Messaggero Veneto, ha messo in luce l’impossibilità della società friulana ad affrontare simili spese, stimate tra i 120 e 180 mila euro per il solo ritiro. Inoltre ci sarebbe la difficoltà di far rientrare alcune calciatrici straniere, tornate nel loro paese d’origine, vista la mancanza di voli.

La situazione economica è ancor più grave per quelle realtà, che hanno visto ridursi o annullare alcune sponsorizzazioni, come detto dalla presidente della Pink Bari, Alessandra Signorile, al Corriere del Mezzogiorno.

Ci sarebbe anche da considerare il fattore psicologico delle ragazze dell’Orobica, che vivono nel cuore del territorio più colpito dalla tragedia del virus. Pur ritirate in una momentanea isola sicura, sarà assai complicato per loro trovare la giusta serenità e concentrazione per affrontare gli impegni sportivi.

Se il protocollo verrà approvato e il calcio potrà ripartire, il calcio femminile si troverà di fronte a tanti interrogativi. Nel caso infatti ripartisse la serie A maschile, come si potrebbe giustificare un ipotetico blocco del campionato femminile? In molti si sono già esposti evidenziando che il vero problema sia di natura economica. La serie A maschile ha interessi economici enormi, che non consentono una sospensione definitiva del campionato.

La Serie A femminile pur non avendo un considerevole ritorno economico, dovrebbe comunque ripartire per non perdere i progressi ottenuti negli ultimi due anni e per una sorta di par condicio, per affermare di avere una dignità pari all’equivalente maschile. Il discorso in realtà è molto più complesso e articolato. Nel corso della stagione è avvenuto un fatto imprevedibile, che, oltre a generare disastri, ha cambiato le regole in corso.

La domanda è: se questo cambio di regole in corso, non consente ad alcune società, il corretto prosieguo della stagione, ha senso continuare?

In un torneo competitività degli organici e disponibilità economiche sono variabili indipendenti relative a ciascun club. Ciò che rende possibile la disputa del torneo sono le costanti fisse date dalle regole, che sono valide per tutti. Se per un evento imponderabile e straordinario, queste regole vengono modificate nel corso della stagione, è forse giusto che a pagare siano le società più deboli, che non possono affrontare i cambiamenti?

Il rischio è quello di restare impantanati in un limbo senza via d’uscita. Il dubbio amletico fra sospendere la stagione o proseguirla sembra destinato a generare un vespaio di polemiche, qualsiasi scelta si faccia. Si potrebbe addirittura pensare di aspettare settembre per concludere la stagione, sperando in un miglioramento della situazione sanitaria nazionale, che possa consentire il regolare svolgimento dell’attività sportiva. Questa soluzione, che sarebbe comunque un’incognita, porterebbe con sé tutta una serie di problematiche burocratiche, come le scadenze contrattuali delle calciatrici.

Ai posteri l’ardua sentenza.

Paolo Di Padua

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