Un anno fa la festa del calcio femminile all’Allianz Stadium. Il ricordo di quella giornata rivive attraverso le emozioni di una bambina

Ricordo tutto di quel giorno di inizio primavera a Torino. Compivo 10 anni e i miei genitori mi avevano portato per la prima volta a vedere la Juventus all’Allianz Stadium.

Mio padre e mio fratello erano soliti andare allo stadio ma quella volta fu diverso, con noi venne addirittura mia madre che è milanista ma in quella cornice ci stava bene comunque. Già perché lei mi raccontava sempre della sua infanzia, di quanto amava giocare a calcio con i suoi amici e di quanto soffriva nel non avere una squadra. Ai tempi le uniche società per ragazze erano lontane da casa e i nonni non potevano accompagnarla

Io per questo mi sento fortuna. Ho iniziato a giocare nella squadra del mio paese in prima elementare, senza alcun problema. Ero una super tifosa da piccola, seguivo tutte le partite della Juventus, non ne perdevo una e quando nacque la squadra femminile iniziai a fare lo stesso. Pensare che prima la mia squadra del cuore femminile dovevo costruirla con la fantasia!

La notte prima della partita non dormii, l’attesa mi divorava. E il viaggio non migliorò le cose, mi sembrava di aver passato un’eternità in macchina. Mio fratello per l’occasione mi aveva ceduto una sua vecchia maglia, una classica 10 con il nome di Del Piero stampato. “Se vinciamo te ne regalo una della tua giocatrice preferita. Ci stai?” questa frase di mio padre mi entusiasma ancora adesso, anche se all’epoca non riuscivo a decidere chi, tra le tante, fosse la mia preferita.

Se chiudo gli occhi vedo ancora bambine e bambini, con genitori al seguito, che passeggiano con maglie viola e bianconere. Mentre raggiungevamo i nostri posti mi guardavo intorno e non riuscivo quasi a credere ai miei occhi. Ero emozionatissima. Conoscevo a memoria i nomi delle giocatrici che venivano chiamate a gran voce dallo speaker e dal pubblico. Partì l’inno, era la prima volta che lo cantavo allo stadio, e iniziai a sventolare la bandierina che avevo trovato sul seggiolino.

Dopo il fischio dell’arbitro ho ricordi vaghi talmente ero coinvolta. Passai il tempo a guardare una per una le ragazze che fino a poco tempo prima, se la fortuna mi assisteva e le partite venivano trasmesse, potevo seguire solo in televisione. Nel giro di qualche mese avevo imparato tutto di loro: numero, ruolo, caratteristiche…. Sognavo ad occhi aperti di giocarci insieme, di essere una loro compagna.

In particolare mi piaceva Sofie Pedersen. All’inizio mi aveva colpito il suo curioso caschetto ma poi imparai ad apprezzarne la grinta, l’impegno e la presenza in tutte le azioni. Fu proprio lei a segnare il gol che ci fece vincere una gara divertente contro un avversario di grande valore.

Ci abbracciammo forte urlammo il sul nome, festeggiamo ma più di quello a rimanermi in mente fu il momento in cui sotto la curva, in trionfo, fu portata a spalla l’infortunata Cecilia Salvai.
Fu allora che capii cosa significa essere una squadra e decisi che ne volevo anche io una nella mia vita.

La maglia alla fine la comprai. Inizialmente pensavo di tirare a sorte tra Girelli e Bonansea ma poi il cuore mi fece scegliere quella di Pedersen, era lei l’eroina dei quarantamila.

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