Quando i vincitori non conoscono la storia, i vinti possono riscriverla.

Recentemente l’Inghilterra sta vivendo uno strano periodo storico: prima la Brexit, con la quale i sudditi della regina vogliono allontanarsi dall’Europa, e poi la Megxit, con la quale parte della famiglia reale vuole allontanarsi dai sudditi e dalla regina, proprio come nel 1937 fece lo zio della regina Elisabetta per sposare Wallies Simpson, attrice americana e divorziata come Meghan. Insomma, idee chiare come quelle di un daltonico in una piscina di palline colorate.

In questo quadro geopolitico, che sembra costruito a tavolino da Netflix per garantirsi altre scoppiettanti stagioni di The Crown, e con questa voglia nell’aria di ricostruire il grande Impero Britannico, entra insolitamente in gioco il calcio femminile.

Nell’ultimo anno infatti, molte top player australiane tra cui Sam Kerr, Hayley Raso, Caitlin Foord e Chloe Logarzo, hanno deciso di indossare la casacca di club inglesi. È come se si fossero tutte improvvisamente ricordate di far parte del Commonwealth, l’organizzazione di Stati accomunati dalla passata appartenenza all’impero di sua maestà.

Tutto questo mood da “Si stava meglio quando si stava peggio”, fa sollevare alcuni interrogativi: in quali squadre avrebbero giocato le calciatrici delle migliori sedici squadre del Mondo, decretate dal Mondiale di quest’estate, andando indietro nel tempo?

E, soprattutto, sarebbe riuscita l’Italia a guadagnare qualche posizione in classifica?

1863

Torniamo ad esempio nel 1863, anno ufficiale di nascita del calcio moderno, quando alla Free Mason’s Tavern o Taverna dei Liberi Muratori di Londra, tra Peroni, cazzuole e rutto libero, si incontrano i rappresentanti di club e associazioni sportive londinesi per creare la prima federazione calcistica nazionale: la Football Association.

In quell’anno l’Italia, monarchia neonata di 24 mesi, era leggermente diversa da come la conosciamo oggi: il Triveneto grazie ad un tradimento dei francesi di Napoleone III, era in mano all’Impero Austro-Ungarico. Questo significa che si sarebbero dimostrate fondate le accuse mosse a capitan Sara Gama di non essere italiana: sarebbe infatti stata austroungarica (e forse il suo carattere risoluto nell’essere superiore a queste idiozie dimostra una certa discendenza mittel-europea).

Insieme a Gama, Bertolini avrebbe dovuto cedere all’imperatrice Sissi anche Boattin, Mauro e Parisi. A queste quattro probabilmente si sarebbe unita come volontaria anche Cernoia, giusto per permettere alla sua famiglia, originaria di Cividale del Friuli, di vedere le sue partite casalinghe senza dover fare troppe ore di calesse. Fuori rosa anche Bartoli e Marchitelli, schierate da Papa Pio IX per lo Stato della Chiesa.

La squadra del Regno d’Italia, nonostante nel 1863 fosse decisamente sotto organico, sarebbe comunque riuscita a mantenere la sua settima posizione. Al primo posto sarebbero rimasti gli Stati Uniti, ma non unitissimi visto che all’epoca erano in piena guerra di secessione. Come nel 2019, anche nel 1863 Megan Rapinoe e compagne si sarebbero trovate a lottare per i diritti di qualcuno: non quelli delle donne ma quelli degli schiavi, sostenendo (stavolta) il presidente americano Abraham Lincoln contro gli Stati Confederati del Sud. Invariate anche le posizioni dell’Olanda di Lieke Martens e della Svezia di Asllani.

L’Impero Britannico invece poteva contare su rinforzi di qualità provenienti dalle colonie Australia e Canada. I tedeschi, che all’epoca si chiamavano prussiani, precedevano nell’ordine Italia, Norvegia, Spagna, Giappone e il Brasile di Marta, da poco diventato indipendente dal Portogallo.

Al penultimo posto, troviamo la Cina della dinastia Qing che, anche senza coronavirus, non era in un buon momento: guerra dell’oppio persa e impero gestito dal tridente moglie-concubina-figlio ottenne dell’imperatore. Fanalino di coda l’impero Fulani, lo stato di religione musulmana che inglobava i territori di Nigeria e Camerun e la cui bandiera era, inspiegabilmente, color verde Lega.

1492

Altro periodo di grande splendore per il calcio è stato il Rinascimento italiano, grazie soprattutto ai Medici, non i fisioterapisti ma la casata del Granducato di Toscana. Come anno simbolo prendiamo il 1492, anno del più grande errore di valutazione nella storia, preso come punto di riferimento per iniziare con i migliori presupposti l’età moderna (che poi infatti finirà con le decapitazioni della rivoluzione francese).

L’Italia in quegli anni era frammentata come un pacchetto di cracker sul fondo di uno zaino. Bertolini avrebbe al massimo potuto fare una squadra di calcetto o di briscola. Lorenzo il Magnifico de Medici sarebbe stato lieto di avere in squadra Guagni e Linari (visto che del Mondial non v’è certezza), Bonansea e Rosucci avrebbero giocato per il Ducato di Savoia, mentre dai Visconti di Milano si sarebbero trovate Giuliani, Fusetti, Galli, Bergamaschi e Cernoia. Al Regno di Napoli e delle due Sicilie sarebbero andate Pipitone, Tucceri e Sabatino, mentre Bartoli e Marchitelli sarebbero rimaste fedeli al Papato dei Borgia. Escludendo Parisi, emarginata nel Sacro Romano Impero, tutte le altre Azzurre avrebbero indossato la maglia a righe da gondoliere della Serenissima Repubblica di Venezia.

Nel 1492, prima che Colombo dimostrasse che le donne non sono le uniche a non sapersi orientare, in cima alla classifica ci sarebbe stata una join venture di USA e Canada, all’epoca abitati da Apache, Cherokee e dai penultimi dei Mohicani. Al secondo posto ci sarebbero stati i tedeschi che, con i loro calzini di spugna, in quegli anni conquistarono l’Olanda, il paese dello zoccolo, con conseguenze fashion drammatiche arrivate fino ai giorni nostri. La classifica sarebbe rimasta invariata fino all’Italia che, come gli italiani, ancora non esisteva. Esisteva invece già la lingua italiana, il che fa capire quanto possa essere difficile il congiuntivo visto che dopo 500 anni ancora non l’avessimo capito. Dopo di noi la Norvegia, gli aborigeni australiani e il regno di Castiglia e Aragona. Al decimo posto il Giappone nel suo periodo Muromachi, storicamente collocato tra i periodi temaki e uramaki. Seguono il Brasile delle amazzoni e la Cina dei Ming. Compaiono a questo punto in classifica i portoghesi, i quali avevano deciso che una fortunata battuta di pesca al gamberetto, Camarões in portoghese, fosse un motivo sufficiente per rovinare per sempre il nome ad uno Stato come il Camerun. A chiudere la classifica il regno del popolo Yoruba (il cui nome deve essere in qualche modo la causa storica del colore della bandiera dell’Impero Fulani.)

170

Ad un ipotetico Europeo nel 170, l’inno nazionale italiano sarebbe stato “ponzi ponzi po po po”. Le uniche squadre nel nostro continente, infatti, erano due: l’Impero Romano, che si estendeva dall’Egitto al Vallo di Adriano e dal Portogallo alla Turchia, e gli antenati dei Goti, la cui tecnica barbara si abbinava ad una tattica che era un’huskyfezza.

Bertolini avrebbe avuto a disposizione, oltre all’intera rosa azzurra, anche giocatrici come: Miedema, Martens, Van de Sanden, Marozsán, Gwinn, Henry, Cascarino, Renard e Bronze.

La classifica in quell’anno avrebbe quindi visto in testa gli indiani d’America, al secondo posto l’Impero Romano alla sua massima espansione sotto la guida di Marco Aurelio e al terzo posto renne e antenati di Thor. Medaglia di legno, meritata visto che probabilmente non erano a conoscenza dei metalli, per gli aborigeni australiani. Segue il Giappone del periodo Yayoi, che segna l’inizio delle coltivazioni di riso. Fino a quel momento, infatti, nella terra del Sol Levante gli all you can eat si chiamavano all you can fish e servivano solo salmone e alghe. Chiudono la classifica le Amazzoni, l’Impero Cinese della dinastia Han e i pigmei.

Rimane solo un’ultima considerazione da fare: più si va indietro nel tempo, più le informazioni diventano precise come i cross di un terzino di terza categoria. L’unica cosa che gli storici sono in grado di confermare con assoluta certezza, dai reperti giunti fino ai giorni nostri, è che nel 170 d.C esistevano due imperi: quello romano e quello cinese.

Tutto il resto è storia.

Giulia Beghini