Una riflessione sul corpo delle donne nel calcio ci mostra come questo sia in grado di essere tante cose insieme. Tutto tranne che fragile.

Parliamoci chiaro: da sempre si è pensato ai corpi delle donne come a qualcosa di prezioso da curare e proteggere, quasi preservare, come si trattasse di un’antica opera d’arte, bellissima e fragile. Tuttavia, la realtà dei nostri corpi è ben diversa. La realtà è che il nostro corpo non è fragile, non ha bisogno di protezione. Ma neanche di semplice ammirazione idealizzata e sterile.

Ci sono casi in cui, effettivamente, si arriva a parlare di “forza” riferendosi al corpo delle donne. Questi casi si riducono quasi esclusivamente alla sfera della maternità. Un esempio: “La donna è il genere più forte perché permette il miracolo della vita”. Questo corpo ha la forza di cambiare, contenere, nutrire, generare. Ed è sicuramente importante e bello ricordarlo e ricordarsene.

Ma è fondamentale non fermarsi qui. Perché quello è solo uno dei tanti modi in cui il nostro corpo può essere forte. E lo sport lo insegna molto bene. Lo sport è potenza allo stato puro, un corpo alla massima espressione delle sue capacità.

Prendiamo l’esempio di Ali Krieger, calciatrice della nazionale statunitense e dell’Orlando Pride.
Questa è una foto dal suo servizio fotografico per The Body Issue, il magazine di ESPN che celebra la fisicità di atlete e atleti con una serie di nudi fotografici.

Il fisico di Krieger è così diverso dallo stereotipo di corpo femminile che la maggior parte di noi è abituata a vedere. Ma è così forte, così innegabilmente potente.

Per questo è importante celebrarlo. Perché Krieger stessa, da piccola, si vergognava delle sue gambe muscolose, dei quadricipiti di molto più grandi rispetto a quelli del resto delle compagne; quando invece quei muscoli sono fra gli elementi che più hanno contribuito alla sua straordinaria carriera nel calcio.

Ed è quindi mostrando il più possibile questi corpi, dimostrando che anch’essi esitono e sono un modello altrettanto valido a cui aspirare, è proprio con servizi fotografici come quelli di Body Issue che si può e deve non normalizzare anch’essi (come fossero qualcosa di estraneo da “accettare” e attirare all’interno della normalità di quelli che sono i corpi standard), bensì in modo del tutto naturale ampliare la vasta gamma di rappresentazione e narrativa intorno al corpo delle donne, presentarli come quello che già sono, ovvero uno dei tanti tipi di corpo standard.

Altrettanto necessario è anche rivedere la narrativa in merito al ruolo e alle possibilità dell’agire di questi corpi. Ricordarsi che possono essere madri e trovare in questo la propria massima espressione, ma in modo altrettanto valido possono essere una vera e propria macchina da guerra su di un campo da calcio, una potenza inarrestabile, un insieme di muscoli e resistenza e tecnica che (ormai lo sanno tutti, tranne quelli che non lo vogliono sapere) non ha niente da invidiare al corpo di un atleta biologicamente maschio – ma neanche a un corpo più stereotipicamente femminile, ovviamente.
Oppure ancora, possono essere entrambe le cose allo stesso tempo. Possono essere corpo di madre e corpo di atleta. Le due cose, lo sappiamo, non si escludono a vicenda.

A questo proposito non si può non guardare uno degli ultimi post pubblicati da Sydney Leroux (Orlando Pride) su Instagram senza provare un immenso rispetto verso l’infinita resilienza di molte donne.

Perché, in questo come in molti altri casi, ancora più forte del corpo è la forza di volontà. L’incredibile forza d’animo che ha spinto Leroux a partorire per ben due volte e a tornare entrambe le volte nelle condizioni di poter rientrare in campo in brevissimo tempo.

Non è forse anche questo il “miracolo della vita”? Non essere solo un corpo che dà luce a un figlio o una figlia, ma allo stesso tempo anche il corpo di una sportiva e tante altre cose contemporaneamente. È da ricordare e celebrare il più possibile, questo corpo, in tutte le sue infinite sfaccettature.

Perché il vero problema del sessismo nello sport non è solo il dare troppa importanza all’aspetto esteriore delle atlete, ma anche il modo in cui viene fatto e soprattutto il trascinarsi di una serie di aspettative che permeano la società tutta e pretendono di imporsi anche nel campo da calcio.

Mi spiego meglio: se l’attenzione sull’esteriorità delle atlete fosse una sana e legittima celebrazione del corpo, di ogni corpo, e delle sue potenzialità sul campo, andrebbe tutto bene.

Il problema nasce quando si va a parlare sempre della bellezza di Alex Morgan, per fare un esempio, perché nonostante i suoi muscoli, è forse una fra quelle che più si avvicinano alla femminilità a cui molti sono abituati.

Quando (allontanandoci per un attimo dal calcio) Serena Williams viene definita brutta o poco attraente perché “Eh, con tutti quei muscoli sembra un maschio”.

Oppure quando alcuni vorrebbero presentare le calciatrici non come professioniste che fanno semplicemente il loro lavoro, bensì come corpi “messi lì” per intrattenere lo sguardo maschile, quando arrivano addirittura a proporre, purtroppo neanche in modo ironico, pantaloncini più corti, magliette più attillate.

Il problema è quando il mondo si dimentica che il nostro corpo è nostro e possiamo allenarlo, possiamo usarlo per vincere partite, possiamo truccarlo e vestirlo in abiti da sera, possiamo partorire, possiamo tornare in campo tre mesi dopo, possiamo farne opera d’arte, possiamo vincerci campionati mondiali, possiamo fare semplicemente quello che vogliamo fare.

Qualsiasi cosa ci mettiamo in testa di fare. Davvero. E tranquilli, non ci rompiamo. Non abbiamo bisogno della scritta “fragile” addosso. Non siamo scatoloni da imballaggio.

Martina Cappai