Domenica, con la finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Juventus, calerà il sipario sulla stagione 2018-19.

Non sarà una giornata qualunque, perché non è stata una stagione qualunque. Per la sesta volta quest’anno un grande stadio italiano ospiterà una partita di calcio femminile di club.

L’antipasto erano state le due partite di Champions della Fiorentina al Franchi, lo scorso autunno, per poi proseguire quest’inverno con Pink Bari-Roma al San Nicola e Tavagnacco-Juventus alla Dacia Arena (anche se ambedue sepolte da pioggia e gelo).

Poi il capolavoro inatteso dell’Allianz, che ci ha messo sulla mappa mondiale, con tanto di sigillo tramite tweet di sua maestà Carli Lloyd. Ora il Tardini, per giunta in una giornata in cui gioca anche la serie A maschile. Sarà anche l’ultimo appuntamento per incoraggiare le azzurre prima dei Mondiali, specie perché prima del fischio d’inizio suonerà l’inno di Mameli, che verrà eseguito nientemeno che dal Coro dell’Opera di Parma.

Ci sono secondo me sei buoni motivi per acquistare il biglietto su Ticketone, programmare il viaggio ed esserci a Parma. Vediamo di analizzarli in dettaglio.

Il primo è legato al sentimento di essere testimoni ed osservatori diretti di un grande cambiamento sociale. “Descrizione di una battaglia: i rituali del calcio”: così uno dei più importanti ed originali sociologi italiani, Alessandro Dal Lago, intitolava nel 1990 un suo libro che a distanza di quasi trent’anni non ha perduto un grammo della sua attualità. Rituali del calcio maschile ovviamente.

Nel calcio come descrizione di una battaglia lo stadio non è solo il luogo dove sfogarsi, insultare l’avversario, magari scontrarsi fisicamente, ma anche quello dove paradossalmente, proprio in cagione di questi motivi, generare e accumulare nuove tensioni sociali. Il calcio femminile nei grandi stadi (diamo un’unità di misura alla grandezza, quelli sopra 20 mila posti) è al contrario la “descrizione di una festa”, finora è stato così ad ogni latitudine. C’è rivalità, ci si batte in campo fino all’ultimo, ma alla fine a prevalere è sempre il senso della partecipazione corretta. Non è affatto scontato vivere sentimenti distensivi in uno stadio, soprattutto in Italia, e viverli con grande naturalezza, non come obbligo regolamentare. Depurata dall’invito continuo e pressante all’obesità che fa parte dell’esperienza concreta dell’assistere ad eventi nei loro stadi e nelle loro arene, in tutto questo c’è molto dello spirito sportivo nordamericano. Anche se noi latini ci mettiamo più passione.

Ovviamente quest’atmosfera ha una sua ragion d’essere ben precisa, e qui veniamo al secondo motivo. Il senso di comunità espresso dal calcio femminile ha una gradazione differente. Non si appartiene solo a questo o quel club, a questa o quella nazionale. Si appartiene, tutti, ad una causa superiore. L’esistenza del calcio maschile nemmeno il Dio onnipotente potrebbe metterla in discussione. Quello del calcio femminile invece non è ancora un destino necessario, non lo è mai stato nella storia e non lo è nemmeno oggi, nonostante il boom che stiamo vivendo, perché ancora tante rondini dovranno volare prima di poter annunciare compiutamente l’arrivo della primavera. Data questa premessa, è come se ogni persona coinvolta anche nella mansione più semplice, quella di spettatore, apportasse un mattoncino ed andasse a costruire e rafforzare la casa comune. Più persone ci sono negli stadi, più telespettatori seguono su Sky, più si rafforza l’interesse degli sponsor e dei grandi network, più nel giro di qualche anno si genereranno risorse, più i club riterranno fondato il loro investimento attuale (anzi altri si convinceranno a entrare), e con essi la capacità di migliorare ancora lo spettacolo. Chi verrà domenica al Tardini non avrà solo comprato il biglietto per una partita, avrà contribuito a tessere questa tela. Lo sviluppo del calcio femminile è un grande e paziente tessuto di relazioni, come sarebbe piaciuto ad una grande intelligenza femminile della cultura novecentesca, Hannah Arendt. Anche le calciatrici che stanno nel vertice visibile sono le prime coinvolte, le prime attiviste, le prime tessitrici.

Il terzo motivo per esserci è il senso d’orgoglio. Il calcio femminile italiano ha vissuto per tanti, troppi anni l’effetto “Cool Runnings”. Ricordate Derice, il leader dei mitici bobbisti giamaicani, e la sua idolatria ossessiva per l’equipaggio svizzero, ritenuto così inarrivabile da essere eretto costantemente a metro di misura della propria inferiorità e della propria inadeguatezza? Nel calcio femminile il momento conclusivo delle coppe nazionali è da anni la vetrina principale a livello di club, a volte anche più delle partite di campionato. Lo scorso anno in Germania furono circa 15 mila gli spettatori al RheinEnergie Stadion di Colonia per assistere alla vittoria del Wolfsburg sul Bayern. L’Inghilterra dal 2015 apre il tempio di Wembley, il simbolo massimo del calcio inglese. Lo scorso anno furono poco più di 45 mila per Chelsea-Arsenal, l’anno precedente 35 mila per la vittoria del City contro il Birmingham, con tanto di puntata di The Apprentice ambientata durante l’evento. L’ormai classica disfida tra Lione e Psg lo scorso anno ha radunato invece 12 mila spettatori allo stadio di Strasburgo. L’unica eccezione è la Spagna che ormai i suoi stadi principali li apre e li riempie ogni fine settimana e non ha bisogno di questa appendice di visibilità, anche se quest’anno a Granada per la finale della Copa de la Reina gli spagnoli potranno schierare il tocco glamour da novanta, con la regina Letizia che sarà presente in tribuna. Riempire il Tardini significa dunque poter stare in questa dimensione, finalmente da pari a pari con i grandi movimenti europei, non più da comprimari perennemente invidiosi dei traguardi altrui.

Il quarto motivo è di natura estetica: la bellezza della Coppa. Non l’evento, ma proprio l’oggetto-Coppa, il premio materiale per chi vincerà. Non è un caso che una delle immagini che ha raccolto più like sulla pagina Instagram della Divisione Femminile della Figc sia stata quella che quasi un mese fa ha svelato per la prima volta al pubblico la nuova “creatura”. Finalmente un trofeo che speriamo resterà identico negli anni a venire, perché solo un oggetto che resta uguale nel tempo può acquistare forza simbolica. È firmata Iacogroup, come quelle della Coppa Italia maschile, dello scudetto, o degli Europei sempre maschili. È “made in Italy” dunque, come la Coppa del Mondo recentemente passata a Coverciano per il Trophy Tour della Fifa, disegnata invece nel 1998 dallo studio milanese Sawaya & Moroni. Ah le coppe..noi italiani a livello europeo non saremo più così bravi a vincerle, ma siamo ancora i più bravi a farle. Quando Sara Gama o Alia Guagni domenica la alzeranno, ci sarà anche questo omaggio implicito alla grandezza della nostra tradizione artigiana.

Il quinto motivo è di carattere civile. Negli ultimi anni Parma ha registrato un triste e preoccupante dato sui femminicidi, invero poco conosciuto, che ci ricorda però di come la violenza contro le donne sia un problema trasversale a tutte le aree geografiche del Paese, a prescindere dalla situazione socio-economica. Proprio per questo da anni in città è attivo un centro antiviolenza molto organizzato, che fa parte della rete Di.Re, Donne in rete contro la violenza, organizzazione che attraverso le associazioni aderenti gestisce ben 116 centri in tutta la penisola. Sono proprio loro il partner scelto dalla Figc, per offrire visibilità alla campagna “La violenza non è amore”. Il calcio femminile è anche un laboratorio di crescita culturale, educativa e sociale.

Il sesto ed ultimo motivo è un simpatico omaggio alla fosca profezia che un grande economista, Jim O’Neill, quasi quindici anni fa espresse sul destino del nostro Paese: “Nel mondo globale a voi italiani restano soltanto due cose, il calcio e il cibo”. Si può andare a Parma anche per confortarsi con queste “restanze”, tra un piatto di tortelli e un colpo di testa di Girelli, una sgroppata sulla fascia di Alia Guagni e un assaggio di salumi e formaggi. Riempiamo il Tardini!

Moris Gasparri (Jesi, 1984) studioso, ricercatore e scrittore, nel 2018 ha pubblicato “Campionesse. Storie vincenti del calcio femminile” (con Michele Uva, edito da Giunti).

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