Con Valentina Boni, numero 10 del ChievoVerona Valpo, abbiamo parlato di cose d’altri tempi, come i fantasisti e l’amore per la maglia.

Boni Valentina, cresciuta a musica italiana, Baggio e minestrina, con le sue Copa mundial ai piedi ha vinto praticamente di tutto: 4 Scudetti, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe, titolo di capocannoniere e trofeo riccio più definito 2018. Quindi, quando le auguro buona fortuna per la partita, la sua risposta “Speriamo di divertirci” mi sembra molto strana. Uno scoop per generazioni di panchinari schierati sempre sul 10-0, perché sono i 3 punti che contano, anche alla scuola calcio. E allora ti vien da pensare che sia una che se ne infischia del giudizio degli altri, anche perché, se giochi davanti a 12500 persone al Bentegodi, devi essere una tosta. E invece è così timida che mi chiede di fermarla dopo la partita, perché di solito, fuori dal campo, alza la testa solo per evitare di andare a sbattere e poi vola via sul suo maggiolone. Una cosa però di lei penso di averla capita: in quello che fa, ci mette il cuore.  E i 12 punti che mi ha fatto prendere al fantacalcio, nonostante l’avessi importunata con le mie domande per ben 15 giorni credo ne siano una prova.

Tanto per cominciare questa cosa che nessuno abbia voluto dirmi un aneddoto cretino su di te è strana. Voglio dire, con D’Adda dopo due secondi sapevo che la prendevano in giro per la sua sordità, con te omertà pura. Quindi le ipotesi sono: o sei sempre serissima o minacci le persone in modo che non parlino di te oppure sei venerata tipo JFK, e nessuno vuole mettere in giro brutte storie che ti possano rovinare la reputazione. Quale delle tre si avvicina di più?

[ride] Alla fine sta’ a vedere che sono io quella che incute timore, ed è veramente impossibile. Dai ma non so davvero, seria direi di no, o meglio seria solo quando serve. Minacciare meno che meno, visto che non faccio paura nemmeno a un passerotto e venerata proprio lo escluderei. Forse è solo perché sono tanto tanto riservata o forse indaga meglio e qualcosa scoprirai.

In realtà eri e sei l’idolo di parecchie persone. Comunque l’unica cosa che sono riuscita a farmi dire è stata la storia del momento in cui il numero 10 è passato da Antonella Formisano a te…

Negli episodi precedenti: Antonella Formisano è da 2 anni capitano del Bardolino. La lista dei numeri viene compilata e consegnata, con il numero 10, come sempre, sotto il nome Formisano. Ma negli ultimi giorni prima della preparazione, Anna Mega, allenatrice della squadra, riceve una telefonata: essendo già cresciutella e capitano della squadra, Antonella decide di fare un regalo a Valentina. Con la benedizione dell’allenatrice e senza che nessuno che sospetti niente, al momento della consegna delle maglie, Formisano consegna il numero 10 nelle mani di Valentina la quale, felice ed emozionata, abbraccia il suo capitano.

Ricevere il numero 10 in quel modo penso sia un qualcosa di indescrivibile. Per una ragazzina che ha la fortuna di giocare con il suo idolo, vedersi regalare da lei quel numero beh…è stata una sorpresa immensa, un sogno. Non so se ho mai meritato e merito di portare sulle spalle il numero, che per me rappresenta “il calcio”. Quel calcio che è un po’ sparito, quello dei fantasisti, dei funamboli, di quei giocatori che creano capolavori con un pallone. Quello che so, è che ogni volta che indosso quella maglia ho un motivo in più, se mai ce ne fosse bisogno, per dare tutto e di più, per cercare di divertirmi sempre, per rispettare l’avversario per osare e per sognare.

Molti opinionisti sportivi, soprattutto in occasione degli ultimi mondiali, hanno sostenuto il fatto che gli schemi tattici, imposti già dalla scuola calcio ai ragazzini, abbiano ucciso i fantasisti. Ma tu, emblema dell’amore per i fantasisti, mi sembri viva e in buona salute, quindi lo chiedo a te: cosa è successo ai numeri 10, soprattutto italiani?

Non è semplice dire cosa sia successo. Sicuramente la tattica e gli schemi non aiutano la fantasia. Tanto poi credo dipenda dal fatto che ora il calcio è un gioco prettamente fisico: si tende più a far crescere il ragazzo dotato fisicamente che non il “piccoletto dai piedi buoni”. O uno è veramente un fuoriclasse (ma di Baggio, Maradona, Messi ne nascono pochi) o l’estro e i capolavori calcistici avranno veramente vita difficile. Un po’ credo sia anche colpa del fatto che ora i bambini non passano più le ore a giocare a calcio in strada o nel cortile. Ora o stanno davanti alla tv, ai videogiochi o comunque sono già “improntati” in società calcistiche e questo può essere una fortuna da una parte, ma si sono perse quelle doti che solo passando ore e ore con un pallone, anche da soli, puoi far tue.

Credi che il femminile farà la stessa fine col tempo, dopo l’ingresso delle società maschili nel settore?

Eh speriamo proprio di no, ma ora godiamoci e sfruttiamo le tante opportunità che questi cambiamenti stanno portando. Per noi è solo motivo di crescita e miglioramento e la possibilità, finalmente, di essere messe nelle migliori condizioni di fare quello che amiamo. Credo e spero che la passione e il sacrificio che ci hanno mosso fino ad adesso non cambieranno mai. Siamo donne e per questo abbiamo innato quel qualcosa in più che può spingerci oltre l’immaginabile.

Allora forse è perché sei una donna che hai un tocco di originalità innata, che invece sembra mancare nel panorama maschile. Non è per fare discorsi sessisti, ma un giornalista della Gazzetta dello Sport ti ha definita “di sinistra, colta e poco glamour”. Più che la descrizione di un calciatore, mi sembra quella della mia professoressa di filosofia delle scuole superiori. A distanza di anni ti ci rivedi ancora in questa definizione?

Diciamo che non mi fa impazzire essere “rinchiusa” in definizioni, già la parola stessa fa capire che sono cose che definiscono, finiscono, limitano. Mi piace più pensare e vivere come se la mia anima fosse in costante evoluzione. Ovvio però che ho una personalità, degli ideali, dei valori, uno stile, un modo di stare nel mondo che sono me, che non cambieranno, e sicuramente girano ancora attorno a quelle definizioni. Fortunatamente sono rimasta fedele alla persona che ero, che sono diventata e che desidero essere, alla persona che sogno di diventare. Professoressa di filosofia non mi dispiace per niente, anche se probabilmente sarei più me stessa scalza in una spiaggia.

A questo punto mi offre un caffè subito dopo la loro partita contro la Fiorentina. Qui, dopo aver constatato che da quando è iniziata l’intervista hanno perso ben due partite, decidiamo che è il caso di muoversi per non compromettere il loro campionato

, visto che è evidente che porto sfiga. Le chiedo anche se si ricorda del giornalista della Gazzetta e lei mi dice che sì, “quell’intervista su Baggio me la ricordo”.

Comunque io domande su Baggio non te ne faccio, di solito le domande banali sono una prerogativa dei giornalisti sportivi. Però un dubbio mi è venuto quando ho visto che sua figlia si chiama Valentina, ti sei fatta adottare?

[ride] Sì, hai scoperto tutto. In qualche modo il mio amore per lui viene da qualcosa di più grande del semplice idolo calcistico.

In effetti avete parecchie cose in comune: il Brescia, la nazionale, i ricci, il talento, la regione in cui siete nati, hobby strani per dei calciatori, cioè la caccia per lui e la lavorazione del legno per te…avrei dovuto arrivarci molto prima, era così evidente. Ma visto che di lavorazione del legno te ne intendi, dimmi il nome di una persona con cui hai giocato che ha due pezzi di legno al posto dei piedi.

Eh no dai, questa è “pesantina”, non posso rispondere.

Illustrazione di Giusy Ascoli.

Beh, Chiellini ha dei piedi del genere ma è comunque in nazionale, io non mi farei troppi problemi a rispondere.

No dai, non saprei. Chi ha i piedi di legno sicuramente avrà tante altre qualità.

Troppo diplomatica. Ma sei ancora juventina?

No, assolutamente. Più che la Juve tifavo Baggio.

Ah, colpo di scena. Guarda che il calcio è uno sport di squadra, non so se sia legale tifare una squadra solo per un giocatore. Però anche tu come i bianconeri di qualche anno fa, hai fatto risalire la tua squadra dalla serie B alla serie A (che poi è anche il motivo per cui Roberta D’Adda ti ha tirato in ballo in realtà). Non ti sei sentita un po’ come Del Piero, Nedved e company?

Eh vabbè, infatti non ero proprio una tifosa. Del risultato mi importava poco, bastava che lui segnasse o facesse qualche cosa bella che poi facessero vedere. A dire la verità no, mi sono sentita semplicemente felice di essere riuscita a raggiungere il nostro obiettivo. Ero rimasta perché non avrei mai lasciato la squadra dopo la retrocessione, troppo facile andarsene. La sfida è stata rimanere e tornare meritatamente in serie A. Non importa in che categoria giochi, quando senti di “appartenere” ad una maglia fai di tutto per onorarla, e la gioia di quella vittoria è stata come la gioia di vincere uno scudetto.

Non ci crederai, ma abbiamo finito. Ti sei convinta che portavo sfiga e volevi finire prima della prossima gara eh? Adesso devi solo nominare un’altra giocatrice di serie A, che non sia della tua squadra e che non sia già stata nominata (e possibilmente che sia giovane così non ho problemi di omertà).

Ci sono! Cecilia Re del Mozzanica. Avrei scelto la mia migliore amica Giorgia Motta, ma visto che finalmente giochiamo di nuovo insieme, ho fatto scegliere a lei.

A cura di
Giulia Beghini