“Sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal Coni per la distinzioni dell’attività dilettantistica da quella professionistica”. 

 
Il tema del professionismo è centrale per lo sviluppo del calcio femminile. La sopracitata Legge 91 del 23 maggio 1981 chiarisce (poco) il concetto giuridico italiano di Professionismo in ambito sportivo. Mette in evidenza alcuni aspetti chiave che lo definiscono, come “l’esercizio di attività a titolo oneroso” e il “carattere di continuità”. Successivamente la Legge stabilisce che siano le Federazioni stesse a valutare lo status di pro, in collaborazione col CONI, il quale dovrebbe stabilire le regole per distinguere le attività dilettantistiche e quelle professionistiche. Si utilizza il condizionale dato che dopo 36 anni non sono ancora state emanate direttive precise. 

Ad oggi, quattro discipline sportive sono state riconosciute come professionistiche: calcio, basket (solo Serie A1), ciclismo e golf. Con una “piccola” distinzione: solo le Federazioni maschili possono essere riconosciute tali. Quasi quarant’anni dopo il panorama sportivo italiano è mutato fortemente, non solo per quanto riguarda il calcio femminile, ma il CONI non è stato in grado di adattarsi ai cambiamenti in atto. 

Nel resto d’Europa come viene considerato il tema del Professionismo nel calcio femminile? 
 
Nel report UEFA 2016/2017 vengono riportati i dati per Federazione riguardo le calciatrici professioniste tesserate in club associati a tale organo federale. Non vengono conteggiate le professioniste di quella Nazione tesserate per un’altra, le quali verranno incluse tra le giocatrici estere professioniste per la Federazione in cui è iscritta la loro società. Ad esempio, l’Olanda non presenta giocatrici professioniste, anche se alcune neo-campionesse continentali, come Lieke Martens e Vivianne Miedema, lo sono in campionati esteri come Spagna e Inghilterra. In Europa sono 1396 le giocatrici professioniste e 1457 le semiprofessioniste. Tra le professioniste, 1098 ragazze giocano nel proprio paese natale, mentre 298 all’ estero. Delle 55 Federazioni appartenenti alla UEFA, 28 non prevedono il Professionismo per il calcio femminile (Albania, Andorra, Armenia, Azerbaijan, Bosnia, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Isole FarOer, Galles, Gibilterra, Grecia, Italia, Kosovo, Liechtenstein, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Moldavia, Montenegro, Olanda, Irlanda del Nord, Repubblica d’Irlanda, San Marino, Slovacchia, Slovenia e Svizzera). 
 
La Federazione con il maggior numero di calciatrici professioniste è l’Inghilterra (215), tra cui 49 provenienti dall’ estero. Segue la Francia, con 126 pro. Alcuni dati potrebbero essere poco auspicabili, provenendo da Nazioni con debole tradizione calcistica femminile. Lo status dipende dalle norme giuridiche proprie del Paese, oltre che a quelle sportive. Molti paesi dell’est Europa hanno aperto allo status di professionista in molte discipline dopo la caduta del Comunismo per permettere un ulteriore sviluppo in campo sportivo. Nel calcio femminile, sono 85 le giocatrici professioniste in Bielorussia, 110 in Russia e 186 in Ucraina. 
 
Dati alla mano, per l’Italia si aprono due strade. La prima è quella di seguire il modello olandese, con le migliori giocatrici professioniste in paesi esteri e più sviluppati. L’aspetto negativo è che il campionato nazionale non cresce tecnicamente ed economicamente. La seconda è di modificare le direttive CONI per permettere anche allo sport “in rosa” di essere professionistico, al fine di garantire alle giocatrici i diritti relativi a tale status e attirare un numero maggiori di giocatrici di qualità. Tale modifica dipende solo dai massimi vertici dello sport italiano, che sfortunatamente non sempre si sono mostrati al passo dei cambiamenti.

Laura Brambilla